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VINO DELLA SETTIMANA del 16/07/2004

Alto Adige Moscato giallo 2003 Tenuta Manincor

Tenuta Manincor
St. Josef am See 4 - 39052 - Caldaro (BZ)


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Alto Adige Moscato giallo 2003 Tenuta Manincor

Vendemmia: 2003

Categoria:
Vino bianco DOC
Uve:
Moscato giallo
Gradi: 12,5°
Prezzo: € 8,20 Euro

Indispensabile molla, quando è giusta ed equilibrata, per fare bene e per affermarsi, l’ambizione, quando diventa invece eccessiva, rischia di trasformarsi, lo si voglia o meno, in un limite, in una sorta di freno e di palla al piede.
Intendiamoci, cercare di ottenere i massimi riconoscimenti, morali ed economici, per il proprio lavoro, è non solo legittimo, ma doveroso, ma quando per ottenere il plauso ed il favore di chi giudica il nostro operato, si accetta, consapevolmente oppure obtorto collo, di conformarsi a quei modelli di comportamento che appaiono virtuosi e commendevoli a chi detiene il potere di decidere se siamo in oppure out, l’ambizione diventa pericolosa.

Il discorso, che vale per ogni settore del civile operare, può tranquillamente essere esteso anche a molti produttori di vino italiani, i quali, per apparire in sintonia con una filosofia dominante, secondo la quale non si è meritevoli di attenzione se in vigna ed in cantina non ci si mostra impegnati a combattere contro i ciclopi, a sudare le sette fatiche di Ercole o emulando Sisifo che rotola continuamente un pesante macigno su per un monte e scende a riprenderlo per riportarlo su in un movimento continuo, negli ultimi anni hanno accettato di conformare la loro produzione esclusivamente ad una filosofia, a mio avviso molto discutibile, della complessità ad ogni costo.

Complessità, una pericolosa parola d’ordine

In nome di questa logica non c’è vino che meriti questo nome che non debba sforzarsi di “complessizzarsi”, di diventare importante, “dialettico” come amava definirlo uno stagionato guru, di superarsi e di andare oltre la propria natura e la propria storia, acquisendo una super dimensione extra, fatta di maggiore struttura, potenza, concentrazione.
Ad essere sacrificati a questo vero e proprio diktat, che viene accettato non senza valide motivazioni, più commerciali che estetiche, (o si fanno i vini in questo modo, oppure il plauso ed il sostegno di certa stampa e delle varie guide lo si può dimenticare), non sono solo i vini già importanti in partenza, oppure a base di vitigni quali Cabernet o Merlot che più di altri hanno le spalle forti per reggere questo processo di accelerazione e di amplificazione, ma, soprattutto, i vini più semplici, naturali, e beverini, tradizionalmente prodotti, cosa che dovrebbe valore per ogni tipo di vino, per essere bevuti e fruiti piacevolmente, in perfetta souplesse.

Cosa succede a questi vini che per comodità di comprensione e non perché io li consideri tali definirò “minori” ? Accadono loro cose brutte, e disdicevoli, perché o si cerca di trasformarli, con un pesante make up, o con pratiche di chirurgia plastica enologica, in qualcosa che non sono e non dovrebbero mai essere, conferendo loro muscoli e densità che in natura non hanno, oppure, quando si continui a produrli e non vengano sacrificati alle moderne strategie (!) aziendali, vengono relegati in un angolino polveroso, dimenticati e quasi abbandonati al loro destino, riservati ad un ristretto pubblico di clienti, fedeli e zucconi, che, ahimè, non capiscono il nuovo che avanza e si limitano a chiedere al produttore di continuare a fornire lo stesso tipo di vino che producevano, e vendevano loro, senza problemi, già dieci anni prima.

Questo lungo discorso, che vale per le principali e più mediatiche zone vinicole italiane (dal Piemonte, basta pensare al tentativo in atto di sconciare e rovinare quella magnifica cosa che è il Dolcetto di Dogliani, alla Toscana, vedi caso Chianti Classico, alla Campania del Fiano e del Greco di Tufo, ecc.), si attaglia perfettamente anche all’Alto Adige, la cui innegabile crescita, qualitativa e d’immagine (e che può essere valutata anche dal numero di riconoscimenti attribuiti ai suoi vini dalle varie guide: riconoscimenti che sono purtroppo diventati il termine di paragone per decidere se lo staff di una Cantina lavori bene oppure no e che condizionano pesantemente lo stile dei vini), è stata pagata, a caro prezzo, con una rinuncia all’identità storica di molti vini.

Vini da segnalare a Chi l’ha visto !

Che fine hanno fatto, se qualcuno ne ha notizie ci avvisi o mandi un fax a “Chi l’ha visto”, quei deliziosi Lagrein kretzer, insuperabili sul vitello tonnato, che accompagnavano meravigliosamente i piatti della cucina estiva di molte tradizioni gastronomiche italiane? Sacrificati, senza esitazioni, sull’altare di quel paradigma dell’enologia muscolare moderna, che è il Lagrein (dunkel), vino troppo massiccio, unidimensionale e privo di finezze e di sfumature per poter essere seriamente considerato, soprattutto da chi non ami le marmellate con sfumature di legno e tannini verdi, come un grande vino.

E le succose Schiava (o Vernatsch), i Lago di Caldaro snelli, sapidi e profumati di mandorla, imbattibili su un tagliere di speck “am brettl” o su un piatto di minestra d’orzo o su un gröstel gustato, alla buona, in qualche gasthaus o in un maso su per le montagne ? In via di sparizione, relegate nel dimenticatoio e nel passato della vitivinicoltura sudtirolese, perché se anche gli ettari di Schiava rimangono tantissimi in provincia di Bolzano, in molti vigneti della Weinstrasse, dove una volta cresceva la Vernatsch, oggi sono stati piantati, con risultati tutt’altro che entusiasmanti, e con un’inflazione di quelle uve e quei vini, Cabernet e Merlot. E quando la Schiava resta, da parte di molti si cerca di renderla più “importante” e strutturata con un fastidioso interventismo enologico, oppure, come qualcuno purtroppo sventatamente ha fatto, passandola in legno, addirittura in barrique…

Perché così tanti vitigni nel vigneto Alto Adige ?

Ho già espresso, in un altro più specifico articolo che in forma breve e diplomatica è stato pubblicato sul Corriere Vinicolo (uscita del 5 luglio) e presto apparirà, con un più compiuto sviluppo del discorso su questo sito, le mie perplessità, sempre più diffuse, sul procedere ad inserire nel vigneto Alto Adige, già gremito di moltissime varietà tra autoctone e alloctone presenti da molto tempo (Pinot nero, Riesling, vitigni bordolesi vari, Pinot bianco e grigio, Sylvaner, ecc.), ulteriori cultivar, nobili e altolocate finché si vuole, ma del tutto estranee alla storia della viticoltura altoatesina.

E mi spiace dover rilevare che a questa tendenza a rendere i vigneti del Süd Tirol ancora più ampelograficamente variegati e votati ad un malinteso concetto di bio-diversità non sfugga nemmeno un personaggio di caratura, cultura e stile di livello superiore come il conte Michael Goess-Enzenberg, che nelle vigne della sua splendida Tenuta Manincor di Caldaro, 35 ettari vitati, dotata da pochi mesi di una imponente, costosa e avveniristica cantina (vedi www.manincor.com) ha introdotto davvero di tutto un po’, persino il Tempranillo, la cui destinazione, nell’area del Lago di Caldaro, non mi sembra proprio essere analoga o in sintonia con il clima della Rioja spagnola…
E taccio su altre varietà, per un totale complessivo di ben 16, che compongono la tavolozza ampelografica aziendale, ma non mi risulta proprio siano comprese nell’elenco B 1 previsto dalla Deliberazione della Giunta Provinciale n° 387 del 2 febbraio 2001 e dal Bollettino Ufficiale n° n. 10/I-II del 6.3.2001…

Molti vini importanti: ma a me piacciono i più semplici…

Il Conte Goess-Enzenberg, una delle figure di spicco dell’Associazione Vignaioli Alto Adige, produce attualmente almeno una quindicina di vini e, legittimamente… nel cor gli stanno soprattutto quelli più complessi, come la cuvée Sophie dedicata alla sua gentile consorte, oppure la cuvée Cassiano (quella dove entra il Tempranillo insieme al Petit Verdot), o ancora il Pinot nero Mason di Mason, il sontuoso Sauvignon Lieben Aich da vocati vigneti in Terlano, o ancora le due Riserve, della Contessa (da uve bianche) e del Conte (da uve rosse). Pur comprendendo benissimo le sue ragioni devo dire, sommessamente e modestamente, che molto più dei suoi vini più complessi, ambiziosi e à la mode, (le guide che hanno sinora parlato di Manincor hanno puntato l’attenzione, facendo finta di dimenticare il dettaglio non secondario del prezzo molto impegnativo, sui 30 euro, sul Lieben Aich o sul Merlot Castel Campan, tra 50 e 60 euro, o sulla riserva di Pinot nero, sui 50 euro…), mi hanno colpito e convinto, quando a fine marzo con l’amico Dipoli e con il team dei degustatori del Concorso del Pinot nero di Egna ho fatto un blitz in cantina, soprattutto due vini di profilo più basso, che forse meriterebbero più considerazione da parte non solo della stampa, ma dello stesso produttore.

Sto parlando del Rosé, a base di Merlot, Cabernet e Pinot nero, denominato La Rose de Manincor, un vino bellissimo di cui conto di parlare presto, e di un quasi desaparecido della vitivinicoltura sudtirolese, il Moscato giallo, che Michael Goess-Enzenberg produce, e che Bacco lo benedica !, da vigneti posti in località Mazzon (Caldaro), a 350 metri d’altezza su ripidi pendii, esposti a sud e molto soleggiati, su terreni pietrosi con depositi morenici che favoriscono l’assorbimento del calore, da quelle uve Goldenmuskateller che costituivano una prerogativa di quel grande vigneto Alto Adige che, ad oggi, (ma non vorrei fossero diventate di più…) prevede ben 23 varietà raccomandate e sette autorizzate.

Dolce-salato: ovvero la duplice intrigante natura del Moscato giallo

Un vino “chicca” ovviamente, una delizia ottenuta con una tecnica enologica essenziale, con fermentazione lenta (per metà spontanea) per mantenere gli aromi, affinamento del vino giovane su lieviti selezionati svolto rigorosamente in acciaio. Eppure, o forse proprio per questo, un vino piacevolissimo, che ripropone l’antico e divorante enigma sull’identità del Moscato giallo altoatesino, che ad un bouquet aromatico inebriante e ricco di sfumature che gioca sulla dolcezza e su note fragranti di fiori bianchi, muschio e agrumi, e su una speziatura da noce moscata e cannella che per certi versi richiama il Gewürztraminer, e che indurrebbe a pensare di trovarsi dinnanzi ad un vino dolce o da dessert, fa corrispondere invece un gusto ben secco, incisivo, sapido, viperino e nervoso, una vena tra il minerale ed il mandorlato, che unita ad una fresca acidità regala al palato una insospettabile e fantastica freschezza e fa sì che la bottiglia, se non si presta attenzione, si vuoti rapidamente.

I capziosi, quelli che non fanno una piega dinnanzi alle proposte di abbinamento più arzigogolate e che accettano l’indicazione di sposare, (ma che triste matrimonio non consumato !) i piatti più golosi a quei vinoni marmellata & legno dei quali si fa fatica a vuotare anche solo il primo bicchiere versato, obietteranno che il Moscato giallo non è una cosa seria, che è un ibrido, un vino che il consumatore fa fatica a capire e ad accettare, e che abbinarlo a tavola è davvero un’impresa quasi impossibile. Lasciandoli alle loro obiezioni cavillose e alle loro paturnie mentali, voglio dire che a mio avviso un vino bellissimo e pieno di allegria, vita e verità, come il Moscato giallo di Manincor, può benissimo essere apprezzato, proponendolo, a sorpresa, invece del Gewürztraminer, come oggi, incredibilmente, è diventato di moda, quale vino da aperitivo, oppure su preparazioni fredde a base di pesce, su piatti ispirati alle cucine esotiche e orientali, dove la sua speziatura e quel gioco dolce-salato che innesca, andranno meravigliosamente a puntino.

Voglio però, consapevole di proporre una sinergia stravagante, e un mariage non all’insegna del terroir altoatesino, ma piuttosto di un vero e proprio sincretismo gastronomico, scompigliare le carte e andare contro le regole acquisite, proponendovi, come mia moglie ed io abbiamo fatto con piena soddisfazione, di servire questo Moscato giallo su un formaggio stagionato a pasta semi dura. Noi l’abbiamo trovato fantastico e perfetto su un Pecorino a scalzo alto con 18 mesi di stagionatura e su un’altra meraviglia casearia sullo stile del formaggio di fossa, entrambi prodotti dalla Fattoria dei Barbi di Stefano Cinelli Colombini a Montalcino (www.fattoriadeibarbi.it) dove li ho recentemente provati e acquistati. Voi potrete invece metterlo alla prova su altri formaggi. Provate per credere, e fatemi sapere se anche voi non finirete con l’esclamare entusiasti prosit e zum wohl!





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