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VINO DELLA SETTIMANA del 30/03/2001

Colli Orientali del Friuli Sauvignon blanc 1999 Rosa Bosco

Az. Agr. Rosa Bosco
Via Abate Colonna 20 - Loc. Oleis - 33044 - Manzano (UD)

di Franco Ziliani


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SUL FORUM

Colli Orientali del Friuli Sauvignon blanc 1999 Rosa Bosco

Vendemmia: 1999

Categoria:
Vino bianco Doc
Uve:
Uve Sauvignon
Gradi: 13,5°
Prezzo: € £. 30.000

E’ possibile mettere in dubbio che, uvaggi aziendali vari a parte, i Sauvignon rappresentino, ben più degli Chardonnay, dei Pinot (bianchi e grigi) del mitico Tocai (che per inciso non ha ancora deciso cosa farà da grande e come si farà chiamare…) o di altri vitigni minori come la Ribolla o la Malvasia istriana, la vera arma vincente della vitivinicoltura friulana di oggi ? Già solidissima, la leadership ampelografica del Sauvignon, del tutto legittima se si esamina l’andamento degli ultimi dieci anni, diventa addirittura a prova di bomba se si pone attenzione, (in attesa di cominciare a confrontarci, in occasione del Vinitaly, con i primi vini del 2000) ai risultati dell’indimenticabile, formidabile annata 1999, che proprio su una varietà aromatica come il Sauvignon ha espresso vini d’incredibile personalità e complessità.
Ovunque ci si sposti, dal Collio ai Colli Orientali, da Aquileia all’Isonzo, questa varietà di origine francese, ma ormai diffusa anche nel Nuovo Mondo, si è letteralmente scatenata in una serie di pirotecnici fuochi d’artificio, vini che alla classica connotazione varietale di carattere vegetale, hanno saputo abbinare tali doti di complessità, ricchezza di frutto e persistenza da lasciare addirittura stupefatti.
La più recente riprova di questa centralità del Sauvignon blanc nell’economia vitivinicola friulana ci viene dal più recente libro del wine writer statunitense Burton Anderson, 101 grandi vini bianchi d’Italia (Biblioteca editrice di Firenze – via dei Pepi 7 50122 Firenze E-mail bibliotecaeditrice@tin.it 255 pagg. 35.000 lire), che nell’assegnare al Friuli, com’era prevedibile, lo scettro di regione più rappresentata, con ben 18 vini selezionati, vede il Sauvignon, con ben quattro nominations, secondo solo alla categoria degli “uvaggi bianchi”, la categoria oggi più in voga tra i vigneron della terra della gubana e del frico, ma ben davanti al Tocai friulano, allo Chardonnay e alle altre cultivar a bacca bianca.
Certo, non è tutto oro quello che luccica e non è più sufficiente piantare barbatelle di Sauvignon dove capita, per ottenere vini in grado di rivaleggiare con i Sancerre ed i Pouilly Fumé e con i vini della contea di Marlborough in Nuova Zelanda, oppure del Cile. Anche nel Friuli di oggi, costretto giocoforza ad aprirsi al confronto con zone e mondi diversi, che rischiano prima o poi di sottrargli spazi sui tradizionali mercati esteri e su quello italiano, se non ci si dedica seriamente e coscienziosamente all’individuazione delle migliori posizioni e dei microclimi più favorevoli, dei cloni più adatti, dei sistemi d’allevamento più razionali, ad una consapevole gestione delle chiome in funzione della qualità dell’uva e del vino (tema oggetto di un interessante convegno venerdì 6, ore 9.30, al Centro congressi Arena al Vinitaly), non si può certo sperare di portare a casa grandissimi risultati.
I grandi Sauvignon furlan d’oggi nascono da vigneti con una densità di piante per ettaro medio alta, dalle 4500 alle 5500, da vigneti allevati a Guyot di almeno una diecina d’anni e, sempre più spesso, vedono il legno entrare in gioco non solo nell’affinamento, ma persino nella fermentazione alcolica e nello svolgimento della malolattica, in un disegno, ormai molto chiaro, tendente a costruire vini più importanti, che rinuncino parzialmente ai pirotecnici “effetti speciali” a base di classiche note di peperone, sambuco, ortica e pipì di gatto, per acquisire maggiore spessore, capacità di tenuta ed evoluzione nel tempo, intensità e densità al gusto.
Il numero di questi Sauvignon alternativi o new wave cresce di anno in anno, pensiamo ad esempio al Kolaus e al Dom Picol, rispettivamente di Pierpaolo Pecorari e Alvaro Pecorari - Lis Neris, al Valbuins di Livon e ai vini di Ronco del Gnemiz, Russiz Superiore o Ronchi di Manzano, al Vieris di Vie di Romans, per tacere del grandissimo de la Tour di Villa Russiz, che preferisce invece fermentare ed affinarsi in acciaio.
La più recente new entry in questo esclusivo club viene da una vecchia conoscenza, una simpaticissima signora la quale, dopo aver condiviso per decenni con il consorte la conduzione di un’azienda agricola in quel di Buttrio, nel 1998 ha improvvisamente deciso di “emanciparsi”, mettendosi letteralmente in gioco con una microproduzione di circa diecimila bottiglie, ma di quelle stra-giuste, ottenuta da piccoli appezzamenti di vigna presi in affitto a Buttrio, Manzano, Premariacco e da vinificazioni condotte chiedendo ospitalità, perché ancora priva di una vera e propria cantina, ad un amico vignaiolo come Mario Schiopetto.
Alla seconda annata di produzione del suo Sauvignon, e alla prima di un Merlot, il Boscorosso 1998, che ha indotto Luigi Veronelli a concedergli il suo glorioso Sole, Rosa Bosco, Rosetta per gli amici, può dire di avere centrato in pieno la propria scommessa, di aver convinto un enologo di vaglia come Donato Lanati a lasciare l’antica consulenza dell’azienda del suo ex marito, per seguirla, persuadendo anche i più scettici circa la validità della sua decisione.
Certo, questo Sauvignon 1999, seppur grandioso, conferma in un certo modo le perplessità di tutti coloro che, di fronte alle prime 6000 bottiglie dell’annata 1998, avevano parlato, sebbene ammirati dall’intensità e dalla forza del vino, di un legno leggermente in eccesso, dovuto all’adozione, per la fermentazione, la malolattica e l’affinamento, di piccoli fusti di rovere francese nuovi e quindi maggiormente tendenti a cedere quote di vaniglia e altri aromi burrosi - nocciolati.
Questo Sauvignon 1999 non è sicuramente il vino, facile, immediato, fragrante, stuzzicante nei profumi che il consumatore medio è portato a privilegiare, ma un vino, di spettacolosa complessità e costruzione, che siamo pronti a scommettere potrà davvero resistere, alla grande, otto – dieci anni in bottiglia ben conservato in cantina, ed evolvere lentamente sino ad acquisire quell’equilibrio che, dal punto di vista olfattivo, data la sua attuale giovinezza, non è ancora perfetto.
Se si prescinde però da tale aspetto strutturale e ci si concentra sul vino, sognando un suo abbinamento a preparazioni a base di pesce con salse speziate e saporite, tortino d’astice con broccoletti e olive, risotto con i gamberi, scampi in padella con scalogni glassati, scaloppine di Sampietro al pesto con fagiolini e patate, carni bianche di vitello, non si può non andare letteralmente “via di testa” per questo Sauvignon che sembra conciliare il grasso e l’esaltazione del frutto di un wine from New Zealand, con l’armonia, l’equilibrio, la sapidità di un grande Sancerre.
Versato nel bicchiere, colpisce subito per il magnifico colore più che paglierino giallo dorato, caldo, quasi viscoso, di grande luminosità e brillantezza, facendo presagire quale densità d’insieme la coraggiosa scelta di lasciare il vino affinarsi lungamente nei piccoli fusti, senza mai travasi né chiarifiche, e solo con una leggera filtrazione prima dell’imbottigliamento, abbia assicurato.
Una volta portato al naso il bicchiere, la consapevolezza di trovarsi in un’altra dimensione del Sauvignon emerge nitidissima, con un bouquet non verde né vegetale o pungente, bensì tutto giocato su un fruttato caldo e succoso, dove le note di pesca e albicocca e un finale che evoca incredibilmente il dattero, si aprono lentamente, lasciando emergere accenni di fiori d’arancio, miele, fieno secco e solo in secondo piano lievi sfumature di fiori di sambuco ed un ricordo di vaniglia e nocciola.
Con una simile materia, il rischio di potersi imbattere, al gusto, in un vino eccessivo, molle, senza nerbo, dove la concentrazione potesse prevalere sull’armonia e sull’eleganza era fondato, ma a fronte di una polpa serrata, di una materia succosa e vibrante, stile Nuovo Mondo, di un legno che tende a farsi sentire, ma in chiave di calibrata tostatura, il vino sorprende per la bellissima freschezza che regala, per l’incisività ed il nerbo, per un’acidità vivace che equilibra la materia prima e assicura un finale a largo spettro, una vellutata, calda persistenza, una magnifica dolcezza. Dategli tempo, se avrete la fortuna di aggiudicarvi qualcuna delle 6450 bottiglie di 1999 e dopo averle lasciate a riposare in cantina, fateci sapere, quando tra qualche tempo le stapperete, quale libidine sapranno regalarvi. Del resto non lo diceva chiaramente il poeta barocco Giambattista Marino nel suo Adone, che del vignaiolo (o del poeta ?) è il fin la maraviglia ?





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