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L'INTERVISTA del 11/01/2005

Neil Beckett e Sara Basra, Editor e Assistant Editor presentano World of Fine Wine


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SUL FORUM

Nel panorama, già piuttosto affollato, delle riviste in lingua inglese che si occupano di vino è apparso da qualche tempo il bimestrale, realizzato a Londra, World of Fine Wine, che nel comitato editoriale conta anche il marchese Piero Antinori e, immodestamente, il sottoscritto. Una rivista diversa dalle altre, molto colta, ricca di contributi di alto livello, curatissima nella grafica, un periodico che vuole stimolare nei lettori un’attenta riflessione su tutti gli aspetti, anche culturali, che riguardano il vino.
Per presentare World of Fine Wine (per abbonarsi basta collegarsi al sito Internet www.finewinemag.com) ai lettori italiani (si parla spesso dei vini di casa nostra nella rivista) ho pensato di rivolgere alcune domande ai due responsabili della redazione, Neil Beckett e Sara Basra.
Ecco le loro, meditate, risposte.

Potete spiegare ai lettori italiani le motivazioni della creazione di World of Fine Wine: quali sono gli obiettivi di questo nuovo wine magazine ?
Neil Beckett

World of Fine Wine è il frutto dell’ingegno di Laurence Orbach, presidente della Quarto Publishing, che è un appassionato di vini di qualità e ha pensato che nel Regno Unito mancasse una rivista che trattasse in maniera soddisfacente ed in forma ampia e circostanziata e seria (occupandosi della cultura e della storia del vino) dei vini di qualità.
Orbach ha pertanto chiesto a Fabian Cobb, il primo editore della rivista, di realizzare e occuparsi del progetto, e Cobb ha potuto avvalersi della collaborazione del nostro Editorial Adviser Hugh Johnson, del Contributing Editor Andrew Jefford, e del resto del comitato editoriale, tutti in sintonia con il progetto originale e desiderosi di tramutarlo in realtà. Il discorso vale anche per tutte le altre le importanti figure sparse in tutto il mondo che hanno generosamente accettato di far parte del comitato editoriale o del tasting panel.
Gli scopi e gli obiettivi della rivista consistono nell’offrire una prospettiva alternativa al vino, in termini di soggetti, argomentazioni e valutazioni. Ci auguriamo di proporre qualcosa che non sia dominato dal capriccio o dalla moda o da un gusto individuale o dagli ultimi vini à la page sopravvalutati, qualcosa di ben diverso da una rivista fatta di punteggi e basta”.

Sara Basra
L’obiettivo di questa rivista è sicuramente di dare piacere, offrendo informazioni e approfondimento. Per molte persone il vino è una fonte di gioia e dobbiamo augurarci che la rivista incoraggi un apprezzamento ancora più consapevole ed un piacere più profondo.

Ma perché un’altra rivista che si occupa di vino ? Pensate che ci sia un posto per WFW in un panorama dominato da Wine Spectator e da Wine Advocate negli Usa e da Decanter and Wine nel Regno Unito ?
Il mercato é per certi versi saturo, come dici, e sembrerebbe non esserci posto per un’altra rivista che cerchi di competere nello stesso settore. Tutte le riviste che citi hanno grande successo e conoscono molto bene il proprio mercato di riferimento. E trattano anche di “fine wines”, naturalmente, ma sono fortemente convinto che ci sia ancora uno spazio per una rivista che colmi i vuoti lasciati dagli altri. Saremo sempre un prodotto di nicchia, ma anche molti vini di qualità lo sono, ma questo non vuole dire che non siano meritevoli o non abbiano successo.

Gli articoli più importanti propongono ampi approfondimenti. Pubblicheremo articoli sia sulla produzione di vino ai tempi di Greci o degli antichi Romani, ma ci occuperemo anche delle vendite en primeur. Avremo anche articoli di scrittori autorevoli che potranno disporre di tutto lo spazio necessario per trattare con serietà gli argomenti loro affidati. Naturalmente un articolo non deve necessariamente essere lungo per diventare autorevole, ma ci sono dei soggetti che necessitano di tutto lo spazio per non risultare superficiali. Mentre alcuni articoli sono più brevi, i temi più impegnativi presentano una lunghezza di 8000 parole, il che vuol dire che sono ben più ampi di quelli che figurano su altre riviste.

Anche il modo in cui organizziamo le nostre degustazioni è del tutto diverso. Cerchiamo in tutti i modi di procurarci le migliori bottiglie, senza badare se siano costose o rare. Abbiamo solo tre degustatori per ogni assaggio, uno specialista riconosciuto del soggetto e due esperti in generale selezionati in un panel di 24 (che comprende nomi come Jancis Robinson MW, Nicolas Belfrage MW, Andrew Jefford, Michel Bettane, Michael Schuster and Tom Stevenson). Questo permette che tutti i commenti ed i punteggi attribuiti da ognuno siano riprodotti integralmente. Questo sistema assicura sia i vantaggi offerti da un esperto singolo degustatore sia le garanzie fornite da un esperto e consolidato panel, dove differenti punti di vista possono esprimersi e reciprocamente confrontarsi. Per garantire l’accuratezza e l’integrità di questo processo, tutti i commenti ed i punteggi sono simultaneamente inseriti nel database di un personal computer.

Sara Basra
Stiamo cercando di avere nel nostro team di collaboratori le persone più autorevoli e vogliamo fornire loro ampio spazio per esprimere le loro opinioni e sviluppare le proprie analisi. Non abbiamo timore di pubblicare ampi articoli, perché di grande interesse e di sicura qualità. Abbiamo la fortuna di avere Andrew Jefford come collaboratore, che è molto attivo e utile e ci ha già fornito ampi e analitici, dettagliati contributi, ma scritti nel modo brillante che lo caratterizza, su Bordeaux e l’Australia. Questo è il genere di articoli che siamo fieri di pubblicare. Neil Beckett e io siamo onorati di poter contare sulla collaborazione di esperti come Michael Broadbent, Jancis Robinson MW, Michel Bettane, David Peppercorn, Allen Meadows, e siamo sempre aperti al contributo di nuovi collaboratori, anche al di fuori del Regno Unito, perché la nostra è una rivista internazionale.

Ma in cosa consiste la vera diversità di World of Fine Wine, nel linguaggio, nello stile degli articoli, nella scelta dei temi ? Chi è l’ideale destinatario della rivista e che tipo di approccio nei confronti del vino deve avere ?
Ogni uscita comprende una rivista di 144 pagine (e poiché dipendiamo più dagli abbonamenti che dalla pubblicità ben poche pagine presentano “consigli per gli acquisti”). Lo spettro è ampio. Ci occupiamo di notizie e di eventi in sezioni come Nouveau, Preview, Review, Auctions and Calendar. Possiamo andare dalle più recenti offerte en primeur alle ultime uscite sul mercato di determinati vini (Bordeaux 2003, 2001 California Cabernet, 1999 Sangiovese di Toscana), a degustazioni di vecchie annate (Vintage Port – 1970 – 2000, Barolo 1996-1997). Poi possiamo presentare articoli, nella sezione Memorabile Wine, dove gli intervenuti possono raccontare i loro interessi, le esperienze di collezionismo del vino, i gusti personali, oppure un dettagliato profilo di un singolo produttore, un pezzo di argomento storico (sulle rivolte in Champagne nel 1911, i padri fondatori del vino negli States) o di discussione ampia (come definire la qualità nel vino, Terroir a Bordeaux, l’aurea mediocrità come un ideale), oppure trattazioni che legano il vino all’arte o all’architettura.

Una sezione cui teniamo molto è Vintage, dove esaminiamo una famosa annata per il vino e raccontiamo cosa è successo in campo letterario e artistico in quel determinato anno. E poi altre importanti sezioni, come Matchmaker dove un sommelier parla di un determinato vino e dei migliori abbinamenti a tavola. Gli autori da noi scelti sono i più autorevoli che riusciamo ad individuare e quando estendiamo l’esame ad aspetti storici, artistici, letterari e filosofici, cerchiamo di rivolgerci ad accademici ed esperti di larga fama. Lo stile è “scientifico ma non accademico”, serio ma non serioso. Gli articoli richiedono un determinato livello di conoscenza e si rivolgono ad esperti e professionisti, ma sono accessibili anche ai più intelligenti ed interessati amanti del vino.
La rivista naturalmente fornisce consigli per acquistare i vini, ma soprattutto offre stimolanti chiavi di lettura per tutti coloro che desiderano saperne di più circa le sorprendentemente ricche tradizioni che hanno riguardato il vino per millenni.

Sara Basra
Pensiamo ad un lettore con un approccio fresco e senza condizionamenti al vino, qualcuno che ne sia appassionato, ma non sia un wine snob, perché tutti sappiamo che piacere possa darci a sorpresa un vino sconosciuto proveniente da una zona che non conosciamo. Daremo spazio, con un alto profilo qualitativo, a regioni classiche come Bordeaux e la Bourgogne, ma ci occuperemo anche di vini del Jura, dell’Argentina e persino della Tailandia. Ci rivolgiamo ad un lettore dalla mente aperta e recettiva, che sia curioso di sapere quel che accade nel mondo del vino in tutto il pianeta.

La rivista deve abituarsi ad ospitare anche contributi che facciano discutere. Abbiamo recentemente dato spazio ad un articolo di Paul White, che ha esaminato gli aspetti negativi dei tappi a vite, un articolo importante anche se ultimamente qualche Borgogna e qualche ottimo Riesling della Clare Valley in Australia è stato proposto con screwcaps. L’articolo di White ha suscitato molte discussioni, tra cui una presa di posizione della Screwcaps Association che pubblicheremo e dobbiamo essere fieri di essere un forum che alimenti un vivace e ben informato dibattito.

L’eleganza nella grafica, nella cura delle immagini, nell’impaginazione e nella scelta dei temi segna la differenza (e la classe) di WFW: credete che ci sia ancora spazio per valori come l’eleganza e l’armonia in un panorama del vino dominato dalla costante ricerca della potenza, della concentrazione, dei colori intensi e della tessitura densa dei vini ?
La rivista deve essere attraente e dotata di un alto standard qualitativo. Ci auguriamo che gli abbonati la possano considerare come una rivista di riferimento. Ma non vuole essere una rivista patinata da sfogliare e basta, ci sono più di 80 mila parole in ogni uscita ed è una rivista che mostra uno stile di vita solo nel senso indicato da Randall Grahm che dice che “un vino dev’essere vissuto”.

Quanto all’equilibrio, all’eleganza e all’armonia, sono assolutamente d’accordo sul fatto che rappresentino qualità che sono state sottovalutate e trascurate negli anni scorsi. Ci sono persone che amano vini concentrati, super estratti, con una notevole presenza del legno, strutturati, ricchissimi e maturi, ma ci sono sempre stati altrettanti appassionati che traggono piacere da vini meno spettacolari, più naturalmente espressivi, più adatti al cibo, persone che apprezzano la complessità, la finezza e le sfumature. Le loro preferenze non sono sempre state tenute adeguatamente in considerazione, e noi cerchiamo di colmare questa lacuna. Sono persuaso che gran parte del problema sia rappresentato dal fatto che l’equilibrio (l’aurea mediocritas) sia diventata meno attraente, dal punto di vista concettuale, emozionale ed intellettuale – rispetto all’era in cui in cui Orazio aveva coniato questa espressione.

Molta gente oggi trova gli estremismi molto più eccitanti. E per questo che ho chiesto al professor Roger Scruton, un autorevole filosofo e storico delle idee, di spiegare per quale motivo molte culture si siano scagliate contro l’ideale della moderazione. Ma il pendolo sta completando la sua corsa e sta tornando indietro: i consumatori iniziato ad essere stanchi di essere pesantemente colpiti e sommersi dagli eccessi e molti produttori di vino in tutto il mondo sono consapevoli che sono andati troppo oltre in termini di maturità, estrazione e concentrazione e nell’uso del legno nuovo.

Sara Basra
Sono persuasa che la finezza e l’eleganza stiano per essere riscoperte. La potenza nei vini genera un impatto iniziale, ma ad una sola dimensione. Io credo, anzi mi auguro che molti di noi siano alla ricerca dell’autenticità, non solo nei vini, ma in ogni campo. Il filosofo Roger Scruton ha scritto un brillante articolo su questo tema, prendendo le difese di un elemento al di là delle mode come l’equilibrio, ben espresso dalla nozione oraziana di aurea mediocritas. Un argomento molto convincente.

Pensi che World of Fine Wine possa ancora essere considerata come una rivista o invece che ogni uscita costituisca una sorta di libro da conservare che offre ai lettori la possibilità di riflessioni più meditate sul mondo del vino ?
Domanda interessante ! E’ una rivista nel senso che è una regolare pubblicazione bimestrale, con un numero di uscite prefissato. Ma ci auguriamo di avere dei lettori che conservino la rivista come un libro da leggere a proprio piacere. Alcuni abbonati mi hanno detto che cominciano con il leggere gli articoli che sembrano loro più importanti o di attualità, ma poi finiscono con il tornare alla rivista per leggere, con più calma, tutto il resto.

Sara Basra
Noi puntiamo ad una rivista di qualità e sostanza, piacevole, ma che funzioni come un testo di riferimento da riprendere e rivedere negli anni. Presentiamo articoli che si concentrano su aspetti culturali, storici, e sociali e che solo incidentalmente riguardano anche il vino. In ogni numero abbiamo un articolo che presenta un grande vino di una grande annata (ad esempio Château Latour 1929), abbinata ad un articolo che presenta le forme artistiche di quel periodo (in quel caso l’Art Deco). E così facendo abbiamo potuto abbinare una grande foto di un gruppo rock come i Led Zeppelin ad un articolo sulla musica californiana negli anni Settanta abbinata ad un pezzo sui Cabernet californiani degli anni Settanta. Divertente no ?

Il titolo della rivista insiste sul concetto di “vini di qualità”: puoi spiegarci che differenza c’è, a tuo avviso, tra un vino ordinario, oppure uno celebrato e mediatico, ed un “fine wine” ?
Si tratta naturalmente di una domanda centrale e sono molto grato a Hugh Johnson per essersi offerto di delineare quale sia il nostro concetto di fine wine nella presentazione compresa nel primo numero della rivista.
Naturalmente, alcuni vini di qualità sono costosi, ma questo non è essenziale, ma casuale: sono costosi perché sono di alta qualità e non viceversa. E ci sono moltissimi altri vini di qualità che non sono costosi. Abbiamo adottato questa definizione operativa di “fine wine”: “un vino che giustifica il fatto che se ne parli”. Come spesso accade nel vino, si tratta di un giudizio soggettivo e ci possono essere delle divergenze sul fatto che un vino sia fine in un senso oppure in un altro.

Riferendoci a dei vini mediatici alcuni possono anche essere dei “fine wine”, altri invece no. Sicuramente noi non puntiamo a creare nuove stelle splendenti, anche se saremmo felici di introdurre i lettori alla conoscenza di vini che non conoscono. E daremo spazio anche a vini che attualmente non sembrano essere di moda (come lo Sherry). In generale pensiamo che i vini che meritano di essere raccontati siano quelli che regalano piacere quando li si beve, un piacere esaltato dalla consapevolezza che esprimono un particolare territorio, una persona, un’epoca e una tradizione. Noi crediamo fermamente nel terroir nel più ampio senso del termine, anche se siamo ben consapevoli della necessità di definire esattamente il termine e del numero ristretto di vini che esprimono un’esatta e fedele concezione di terroir.

Che posto occupano, a tuo parere, i vini italiani nel panorama della produzione vinicola internazionale ? Credi che lo stile italiano entri in qualche modo nella tua idea di “fine wine” ?
Penso che tu sia molto più qualificato di me per offrire una risposta del genere ! Ma credo che l’Italia sia piena di vini che meritano di essere raccontati e che corrispondano perfettamente alla nostra concezione di “fine wine”. L’Italia ha occupato un posto importante in ogni uscita della nostra rivista, e continuerà a farlo. In Italia voi avete la più sorprendente gamma di regioni, varietà e tradizioni rispetto ad ogni altro Paese del mondo. Ed i vini migliori sono di altissima qualità. Naturalmente ci sono produttori che sono andati troppo in là, con uno stile paradossale ed esagerato, o in termini di prezzi eccessivi. Ma questi problemi stanno emergendo e mi auguro che grazie all’intervento tuo e di tuoi altri colleghi questi produttori siano riportati al buon senso !

Secondo me le prime due uscite di WFW esprimono l’idea che il vino sia una particolare espressione della cultura, come un quadro, un libro, un’opera d’arte. Che rapporti vedi tra vino e cultura ?
Il vino esprime una propria cultura, antica e ricca, anche se oggi viene un po’ dimenticata per il fatto che moltissime persone preferiscono cogliere solo “la gratificazione istantanea” data da quello che capita loro di avere nel bicchiere. Una cultura riguarda i manufatti (da cui il nostro occuparci di arte, architettura, letteratura, bicchieri, decanter, come pure del cibo abbinato al vino).

Una cultura comprende l’estetica, le credenze, i simboli, i valori e distinte forme di comportamento. Il vino per certi versi è qualcosa di diverso dalle altre forme artistiche, anche solo per il fatto che lo distruggiamo nell’atto stesso di gustarlo, come non facciamo invece con un libro, un quadro o una scultura. Per alcuni questo aspetto contribuisce a renderlo meno importante, proprio perché sembra effimero e fugace.

Ma per molti appassionati, lo rende proprio per questo qualcosa di speciale – la cosa più sorprendente che ho sentito sul vino “è che non c’è un grande vino, ma solo delle grandi bottiglie” – che fa in modo che il vino resista nella nostra memoria. Il grande saggista e poeta inglese T.S. Eliot scrive che “la cultura può essere semplicemente definita come qualcosa che rende la vita degna di essere vissuta”. Non vogliamo affermare che la cultura del vino è quanto rende un vino degno di essere bevuto, anche se il piacere di bere vino conferisce un gusto speciale alle nostre vite. Ma crediamo che la cultura del vino renda il bere, ed il vivere, più ricchi di significato. Ed il piacere che troviamo nel vino dimostra quanto stretta possa essere la relazione tra il vino e altri aspetti della nostra cultura.

Una dei principali problemi, nell’attuale scenario del vino, è l’affermazione del singolare modo di analizzare e giudicare i vini solo mediante dei punteggi. Anche WFW dà un punteggio ai vini su base 20/20 con una tabella di conversione in centesimi: questo aspetto non costituisce una contraddizione rispetto alla diversità e ai modi alternativi di giudicare i vini di WFW ?
Abbiamo lungamente e faticosamente discusso se riportare dei punteggi oppure no. La maggior parte di noi era dell’opinione di non farlo. Ma alla fine abbiamo accettato, sebbene riluttanti, come una necessaria concessione a quei lettori che trovano questo sistema utile.
Abbiamo, tuttavia, in qualche modo ridimensionato la loro importanza, sebbene noi si dia un punteggio medio per un vino, noi forniamo tutti i punteggi individuali, che spesso sono contrastanti tra loro. Questa cosa mostra chiaramente come queste valutazioni numeriche non vadano prese per oro colato, e che i punteggi vadano letti insieme alle note di degustazione. Non pubblicheremo mai punteggi se non corredati da note di degustazione e non riporteremo mai foto di bottiglie, con relativi punteggi, in copertina. Per quanto riguarda la tabella di conversione, sappiamo che alcuni lettori (soprattutto negli States) si trovano più a loro agio con il sistema dei 100 centesimi piuttosto che con una scala su base 20, e questo ci porta a rendere perfettamente calibrata la nostra scala su venti ventesimi, più vicina alle nostre sensibilità.

Cosa pensi delle sempre più strette connessioni tra wine writers ed il business del vino ? C’è il rischio di un conflitto d’interessi tra le due componenti ?
Un’altra importante questione. Ci piaccia o meno spesso ci troviamo di fronte al fatto che commentatori ben noti abbiano ad avere, su un determinato soggetto, un legame commerciale o personale con i produttori, il che ci induce a prendere le distanze da simili situazioni. Nella rivista nel nostro panel tasting figurano anche commercianti e addetti al trade (naturalmente persone autorevoli e di grande esperienza), ma non li utilizzeremo mai per degustazioni (tipo quelle dei vini en primeur) di vini nei quali abbiano in qualsiasi modo interessi commerciali. Quando ricorriamo a loro per una degustazione alla cieca, spesso sono loro stessi a chiederci di non degustare vini che essi rappresentano, oppure dichiarano apertamente i loro interessi, anche se poi degustando non avrebbero alcuna possibilità di conoscere quali vini siano loro serviti.

Ci sono poi alcuni influenti commentatori che si vantano per non accettare campioni omaggio oppure l’ospitalità oppure anche solo un pranzo da un produttore, e arrivano al punto di rifiutare di far loro visita, punti di vista che rispetto, ma sono ben lungi dal pensare che questo modo di fare consenta loro di degustare e approcciare i vini in un modo migliore. Sicuramente non avranno la sensazione di essere in qualche modo in debito (piaccia o meno) con il produttore, il che potrebbe portarli inconsciamente ad influenzare il proprio giudizio. D’altro canto assaggiando in questo modo non sono influenzati dall’idea del posto e della persona che produce il vino e forse possono avere una maggiore possibilità di coglierne l’essenza. Sono persone che possono essere affascinate dalle vecchie annate o dalle verticali, tasting che danno perfettamente di come il vino invecchi e quale sia la sua autentica identità.

Qual è il bilancio dopo le prime tre uscite della rivista ? Siete soddisfatti per la risposta fornita dagli appassionati in tutto il mondo ? E quali sono i progetti futuri della rivista ?
Cercheremo sempre di migliorarla e ci sono molti modi per farlo (ad esempio sviluppando il nostro sito Internet che attualmente è a livello di work in progress), e consideriamo come benvenute critiche costruttive e suggerimenti. Soprattutto siamo molto soddisfatti delle prime tre uscite e credo che abbiamo trovato la nostra giusta misura, e siamo stati felici ma anche confusi per la positiva risposa ricevuta in termini di importanti recensioni e di abbonamenti. Oggi abbiamo abbonati in qualcosa come 40 Paesi diversi. Persone che pensano che la rivista debba offrire qualcosa di diverso e di valido e che c’incoraggiano a raddoppiare i nostri sforzi per fornire loro quel che desiderano e si aspettano. Tra i temi più importanti che toccheremo nelle prossime uscite teniamo molto ad un dibattito sul tema “autenticità e identità del vino, come incide la personalità nella vinificazione, l’etimologia della parola vino” che appare in maniera così affascinante e sintetica in così tante lingue diverse.

Intervista a cura di Franco Ziliani





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