|
L'INTERVISTA del 09/12/2004  | In ricordo di Mario Pesce: un’intervista del 1994 |
 | Dieci anni fa, era l’agosto del 1994, incontravo nella sua cantina di Nizza Monferrato Mario Pesce, proprietario e grande artefice per decenni dell’Antica Casa Vinicola Scarpa di Nizza Monferrato in provincia di Asti, una delle aziende che hanno davvero fatto la nobilitate della viticoltura astigiana e piemontese tout court. Avevo conosciuto, un paio d’anni prima, Mario Pesce, un uomo che più di qualsiasi altro produttore ha simboleggiato e impersonato lo stile piemontese d’antan, su indicazione, incredibile dictu, nientemeno che di Angelo Gaja, che da persona intelligente qual’è sosteneva che per cogliere l’essenza più autentica del Piemonte non potevo mancare l’incontro con un uomo del vino come Pesce.
Gaja, una volta tanto, aveva ragione e da questi incontri, nella sua cantina, old style in ogni dettaglio (dagli arredi degli uffici con scrivanie che evocavano Monsù Travet alle grandi botti di rovere di Slavonia alle cataste di vecchie annate che maturavano pazientemente e senza fretta) e in fantastici momenti conviviali trascorsi preferibilmente in quel buen retiro che a Cartosio è il ristorante Cacciatori della famiglia Milano, è nata una lunga consuetudine, un rapporto fatto di stima e di un’assoluta sintonia. Era difficile, anche se Mario Pesce era una persona dal carattere difficile (come del resto accade con tutte le persone di carattere…), non andare d’accordo, in materia di vino, con quell’autentico gentiluomo, uno dei più fedeli e intelligenti difensori (del calibro di Giovanni o Aldo Conterno, Quinto Chionetti, Beppe Colla, Bartolo Mascarello, Mauro Mascarello, Bruno Giacosa) di quella tradizione del vino piemontese che ha mantenuto ben salde le radici nella propria lunga storia, rifiutando avventurismi, innovazioni spinte senza senso, dalla barrique alle macerazioni brevi ai tagli con altre uve.
L’ultimo dei mohicani Per il resto parlavano i suoi grandissimi vini, i Barbera d'Asti La Bogliona e Bricchi di Castelrocchero e Il Piazzaro, il Rouchet Bricco Rosa, il Brachetto secco Selva di Moirano, il Barolo Tettimorra, il Barbaresco Tettineive, il Monferrato Freisa Secco, vini capaci di evolversi splendidamente negli anni, fatti all’antica, immessi sul mercato solo nelle annate autenticamente grandi e solo quando le uve, dai magnifici vigneti di proprietà, davano le garanzie di offrire alla clientela fedele di casa Scarpa un prodotto all’altezza, che una volta stappato regalava grandissime emozioni ed il timbro sicuro di quell’inimitabile gusto piemontese.
Il nostro rapporto è durato sino al 2002, quando Pesce, ormai stanco e davvero ultimo dei mohicani in un mondo del vino che stava perdendo riferimenti sicuri, orgoglio e dignità, scelse di passare la mano e di vendere la sua azienda ad una società svizzera. Nulla doveva cambiare, questi erano i patti, i vini e lo stile aziendale dovevano rimanere gli stessi, e la miglior garanzia di un’evoluzione nella continuità, anche in questa nuova fase “di ampliamento strutturale e tecnico” era rappresentata dalla presenza di Pesce come presidente e del bravissimo nipote Carlo Castino come enologo.
Cambiamento o piuttosto tradimento ? Fu però una triste illusione, triste e dolorosa soprattutto per Pesce. Altro che evoluzione nella continuità ! Si trattò piuttosto di un cambiamento di rotta radicale scandita da segni inconfondibili come l’affiancamento a Carlo Castino di un “giovane wine maker”, dall’affidamento della gestione dell'Azienda Agricola e dei vigneti di proprietà ad una cooperativa di Nizza Monferrato, dalla commercializzazione dei vini in tempi molto più rapidi che in passato, senza attendere, come faceva Pesce, che maturassero compiutamente, e soprattutto, episodio vergognoso, dalla totale sparizione, dal sito Internet di Casa Scarpa (www.scarpavini.it) di ogni riferimento a Mario Pesce.
Nelle pagine web si poteva invece leggere (e si legge ancora, purtroppo) questo eloquente testo che preferisco, per decenza, non commentare: “Dal 2002 la Casa Scarpa ha rivisto i propri piani aziendali, dal marketing alla produzione, mantenendo come obiettivo centrale la vinificazione di prodotti di alta qualità, riposizionando il marchio storico della società sul mercato nazionale ed internazionale, impegnandosi anche in una comunicazione rivolta ai giovani consumatori che hanno intenzione di avvicinarsi ai vini di qualità”.
Maria Piera Zola, consulente finanziaria di lunga esperienza, ha assunto con entusiasmo l’incarico di amministratore delegato dalla nuova proprieta', apportando nuove idee e programmi da realizzare nei prossimi anni. Alla luce di questi investimenti l’ANTICA CASA VINICOLA SCARPA si ripropone quindi sul mercato con un immagine moderna ed aggiornata, mantenendo sempre immutato il proprio inconfondibile ed aristocratico stile. Prosegue cosi' la grande tradizione Scarpa maturata attraverso 150 anni di storia di vini d'Autore inimitati ed inimitabili. Maria Piera Zola Amministratore Delegato”
C’era una volta una grande azienda Di fronte a tanta improntitudine, a questo modo indecoroso di cancellare, con un tratto di penna, decenni di esemplare conduzione dell’azienda, dopo aver parlato per un’ultima volta con uno sbalordito e triste Carlo Castino e con Mario Pesce, che da vero signore qual’era non volle fare polemiche, assicurandomi (anche se il tono della voce faceva trapelare una grandissima amarezza), che nulla sarebbe cambiato, che tutto sarebbe continuato come prima, che i vini sarebbero stati prodotti con l’inconfondibile “stile Scarpa”, decisi di chiudere ogni rapporto con l’azienda, non avendo proprio nulla a che spartire, dopo aver magnificato, su vari giornali, il valore della cantina e del suo conduttore, con chi non riteneva opportuno rendere onore al serio lavoro decennale di Pesce.
Spesso pensavo di contattare il caro vecchio amico, di telefonargli, di andarlo a trovare per una delle nostre magnifiche giornate insieme, ma, colpevolmente, queste intenzioni sono rimaste lettera morta. E quando improvvisamente martedì 7 dicembre, a funerali già celebrati, ho saputo che a 79 anni Mario Pesce, questo gentiluomo di antico stampo, ci aveva lasciato, sono rimasto attonito, non sapendo cosa dire di fronte alla scomparsa non solo di un vinificatore splendido, rigoroso e di classe superiore, ma, cosa ancora più triste, di un grande uomo.
Per ricordare il dottor Pesce, come io e alcuni amici (tra cui Oreste Ravecca, bravissimo cuoco spezzino, patron del ristorante ArTi di Bergamo e ora del ristorante Ravecca a Romano di Lombardia, che tante volte venne con me in visita alla cantina di Nizza Monferrato), eravamo soliti chiamarlo, con affettuoso rispetto, ho pensato ad un doppio omaggio, uno privato e uno pubblico. In privato, dopo aver telefonato a suo nipote Carlo Castino per le condoglianze, ho voluto dedicargli un ultimo brindisi stappando una bottiglia della Barbera d’Asti Il Piazzaro, annata 1988, che Pesce aveva terminato di vinificare alla fine degli anni Ottanta, e che ho trovato in splendida forma, indomita, piena di freschezza e di vita, godibilissima e viva nonostante i suoi 16 anni.
In pubblico ho invece pensato di ripubblicare, senza toccare nulla, rispettandolo lo “spirito del tempo”, e chiedendo perdono per qualche ingenuità (ma solo nelle mie domande, non certo nelle risposte), l’intervista, che a me pare ancora bellissima e vibrante, che feci a Mario Pesce nell’agosto 1994 e che pubblicai sul mensile Codice della cucina italiana. Non voglio aggiungere altro, lasciando ai lettori di WineReport il piacere di vivere l’emozione delle parole di questo grande uomo del vino piemontese, di questo galantuomo all’antica, testimone di una civiltà che, temo, non esiste più. Che la terra ti sia leggera Mario, riposa in pace… f.z.
Intervista con Mario Pesce Apparentemente tranquillo e legato ad antichi ritmi e consuetudini, il mondo vinicolo piemontese sta vivendo un'epoca di grandi trasformazioni. Le cantine si rinnovano non solo tecnicamente ma dal punto di vista dell'estetica e dell'immagine, i figli e i nipoti prendono il posto dei padri e dei nonni in un clima di grande ricambio generazionale, là dove da sempre erano piantati Nebbiolo e Barbera appaiono vitigni esteri come il Syrah, il Cabernet Sauvignon, lo Chardonnay, ecc. Gli stessi vini, persino i più austeri come il Barolo e il Barbaresco, cambiano identità, si fanno più " facili " e moderni per compiacere il gusto, non sempre particolarmente sapiente, dei nuovi clienti, di quel mondo anglosassone e statunitense che detta le regole di un mercato al quale ‚ difficile dire di no e che tutti devono quindi giocoforza accettare.
Pochi grandi tradizionalisti resistono a questa ondata di cambiamento, poche grandi figure di riferimento che non si discostano dagli insegnamenti dei padri e dei nonni e che continuano a lavorare e a produrre e a vendere come se Wine Spectator non esistesse con i suoi punteggi, le sue classifiche, la sicurezza senza appello dei suoi giudizi. Una di queste figure, insieme a Bruno Giacosa che abbiamo già incontrato, a Bartolo Mascarello, ad Aldo Conterno, tutti personaggi che vivono in Langa, ‚ il più langarolo dei produttori astigiani, Mario Pesce, quasi 70 anni portati con brio, proprietario e anima della Antica Casa Vinicola Scarpa di Nizza Monferrato, un'azienda alla quale si devono, a giudizio unanime ( anche di un uomo del 2000 come Angelo Gaja ) vini tra i migliori in assoluto oggi disponibili in Piemonte. Barolo e Barbaresco, da vigneti vocati in La Morra, Monforte e Neive, tre straordinari crus di Barbera, un grandissimo Brachetto secco impareggiabile sulle fragole, un raro e poco conosciuto Rouchet.
La cantina Scarpa‚ quanto di più " vecchio Piemonte", di più refrattario alla modernità e alle mode effimere si possa immaginare: grandi botti, nessuna concessione all'estetica, metodi "all'antica", come quello, purtroppo perso da troppi produttori di Barolo impegnati a vendere il più presto possibile, di conservare notevoli quantità di vecchie annate disponibili per i clienti più esigenti, per chi voglia scoprire cosa sia l'unicità di un Barolo di 20 anni e più armoniosamente maturato, la meraviglia di un Barbera alla quale la lunghissima permanenza in bottiglia ha regalato impensabile complessità.
Per capire dove stia andando il mondo del vino, quali possano essere gli scenari futuri e quali errori invece non debbano più essere compiuti, abbiamo pensato che una lunga conversazione con Mario Pesce potesse essere quanto mai utile ed interessante. Anche per scoprire che non proprio tutti si affannano ad inseguire le mode del momento, la barrique, i vitigni esotici, il gusto internazionale, il favore dei critici americani, ma c'é ancora chi bada piuttosto a curare a dovere le vigne e a produrre, senza fretta, il meglio possibile, per i consumatori ed i clienti di oggi, ma soprattutto per quelli che tra dieci, quindici anni stapperanno un Barolo 1985, un Barbaresco o un Barbera d'Asti 1988, trovandoli meravigliosamente unici, diversi da ogni altro vino realizzato in qualsiasi altra parte del mondo.
Nella buona riuscita di un vino conta più il terreno o l'abilità tecnica dell'enologo e del vinificatore ? Gli elementi primari sono la formazione del terreno, la cui adattabilità va attentamente studiata prima della messa a dimora di un vigneto. Occorre conoscere tutto di quel terreno e del possibile prodotto dell'evoluzione del vitigno che si intende impiantare. Occorre saper conciliare i dati teorici che si apprendono a scuola con l'esperienza spicciola di chi in quel terreno ha lavorato per anni e che pertanto conosce molto bene. Per fare bene occorre poi sapere come coltivare e curare e potare la vite: da questa vite quanta uva si intende ottenere ? Se si desidera la qualità si deve pretendere una quantità moderata che si ottiene solo con una potatura decisa. Quando guardo certe vigne e scopro che vengono lasciate 12 o 14 gemme, allora mi sembra che si voglia prendere in giro la gente quando ci si ostina a dire che si desiderano fare grandi vini...
Coltivazione e trattamenti giusti: se si gioca al " piccolo chimico " con i concimi di sintesi, poi se ne paga lo scotto. Esiste poi il nodo della vendemmia, come viene fatta, a mano, con macchine, con persone esperte, in quante passate, scegliendo o meno le uve da tenere e quelle da scartare perché maturate male. Oggi assistiamo ad un'accelerazione in tutto, e quindi esiste anche una tendenza ad anticipare le vendemmie. Ma io mi chiedo: non ci metteremo mica a vendemmiare a settembre le uve Nebbiolo da Barolo e da Barbaresco ? Una volta che poi si ha l'uva e la si é posta in piccoli recipienti che non contengono grandi masse e non favoriscono dannose fermentazioni, si arriva in cantina e si deve pigiare.
L'immagine coreografica della pigiatura con i piedi va rispettata solo nel concetto della lentezza, della meticolosità e delicatezza dell'operazione, ma oggi é improponibile. E poi via tutte le operazioni, la fermentazione a temperature moderate, l'estrazione del mosto fiore tenuto separato, l'attenzione a non torchiare le vinacce, di modo che il sottoprodotto non finisca nel mosto fiore. Esistono le Denominazioni di origine, con i loro disciplinari che spesso andrebbero rivisti laddove parlano di una media di 70 litri ogni 100 chilogrammi di uva, perché da 100 chilogrammi si possono ottenere, e a fatica, solo 60 litri di mosto fiore, ma io dico che la prima commissione che deve decidere o meno se un vino possa essere destinato alla Doc é il produttore stesso, che stabilisce il proprio modo di lavorare, che sceglie di auto-limitare le rese... Le Doc hanno in genere regolamentazioni " politiche " perché a determinarle sono intervenuti uomini e produttori furbi che non avvertivano il significato della ricerca della migliore qualità ottenuta senza trucchi.
Come vive una persona di grande esperienza come Lei il rapporto con la tradizione vinicola piemontese ? Mi sono sempre preoccupato di attualizzare la tradizione rispettandone integralmente lo spirito. Questo é il problema primario che spero di aver risolto con buoni risultati. La tradizione ha regole fondamentali ma ogni suo aspetto necessita di continue verifiche. Determinati aspetti sono rimasti immutati nel tempo, altri hanno ricevuto continue sollecitazioni a trasformarsi. Fin dal dopoguerra, quando io ero già impegnato in azienda, noi abbiamo scelto, in un certo senso andando contro la tradizione locale della vendita in damigiana o di vino sfuso di imbottigliare tutta la nostra produzione. Non esisteva ancora la Denominazione di origine Barbera d'Asti, ma noi vendevamo già il nostro vino con questo nome, dato che il vitigno Barbera, come attestano molti documenti, si é insediato e sviluppato con queste specifiche caratteristiche ampelografiche proprio nell'area di Nizza Monferrato.
Noi chiamavamo Barbera d'Asti il nostro per distinguerlo dagli altri, imbottigliati giovani alla luna di marzo, vini che non abbiamo mai fatto perché non riconosco alcun particolare livello qualitativo al Barbera che " spuma". Una volta, con le grandi fatiche fisiche che un contadino o un operaio dovevano sostenere bere, un Barbera del genere poteva avere un senso, per la sua piacevolezza, ma oggi che le esigenze sono ben diverse col bere una bottiglia di Barbera giovanissimo che spuma si possono avere notevoli problemi di digestione...
A proposito di Barbera: Barbera d'Asti o Barbera d'Alba, quale il migliore ? Sono entrambi grandi, ma le caratteristiche ampelografiche del vero Barbera sono riscontrabili nell'astigiano e nell'alto Monferrato. Ad Alba prevale il vitigno Nebbiolo, che influenza non solo il Dolcetto che si dice " nebbioleggiante " ma anche il più robusto Barbera. Mentre nell'Albese il Nebbiolo riesce a durare nel tempo, il Barbera per l'interferenza del Nebbiolo dura meno. E' difatti raro, a differenza che da noi, trovare, salvo nella zona di Monforte, Barbera d'Alba che possano durare dieci anni.
Come si riconosce un grande vino ? Un buon vino non é sempre un grande vino, mentre un grande vino può non essere buono da giovane, ma sicuramente dura molto nel tempo ed emerge alla distanza. In Piemonte non é grande il vino che non possa abbinarsi ai piatti importanti della grande gastronomia. I vini che reggono gli abbinamenti ad esempio alla selvaggina da pelo sono grandi vini. Nella degustazione, che é legata alla soggettività, un grande vino non sempre viene giudicato tale, ma emerge poco alla volta, si lascia scoprire con calma, con una continua progressione. I nostri vecchi forse non sapevano dilungarsi tecnicamente come noi sulle caratteristiche dei vini, ma dotati di un palato meno usurato del nostro, meno sottoposto a continue sollecitazioni, dicevano che non é grande il vino che resta nel fondo della bottiglia, che non venga la voglia di finire. Il grande vino é un capolavoro di armonia, non ha spigoli, ma ha rotondità, morbidezza, ampio bouquet.
Rispetto a venti, trent'anni fa oggi si bevono vini migliori ? Credo che per alcune qualità la qualità sia nettamente migliorata, per altre assolutamente no. Noi nel 1974 facevamo già un Rouchet, ma quello di oggi è nettamente migliore. Sotto il profilo puramente tecnico le cose oggi vanno decisamente meglio e pure come coltivazione della vite. In passato invece era nettamente migliore la qualità delle uve: se noi oggi disponessimo di quelle uve, con la testa e l'esperienza di oggi si potrebbero fare cose straordinarie. Il problema oggi sono l'eccesso di trattamenti ed il clima che si é fatto meno adatto, più capriccioso e imprevedibile, per consentire grandi risultati.
Tra il passato ed oggi esistono poi grandi differenze nella qualità della civiltà contadina, che oggi rischia di essere distrutta ed é soggetta ad uno scadimento. Oggi operazioni volonterose e ambiziose tipo la creazione di un'associazione interprofessionale di produttori, come quella che tentammo diversi anni fa qui a Nizza Monferrato, sono impossibili: ognuno, produttori e viticoltori, nutre e coltiva i propri interessi e senza una seria concordia é molto difficile che si possono raggiungere mete importanti tipo la modifica dei disciplinari delle Doc.
La giusta sensibilità al produrre, bere e apprezzare il vino é innata o si acquisisce con l'esperienza ? La qualità é quella cosa che si insegue, che piace proprio perché é rara e preziosa. Il vino inteso come cosa rara, non come bevanda industriale, ma come prodotto sempre mutevole della natura, è frutto della ricerca. Non credo esista una specifica sensibilità al vino, come la si può nutrire verso il bello estetico.
Il Nuovo Mondo, Paesi privi di cultura vinicola come gli Stati Uniti, sembrano essersi " innamorati " di vini come il Barolo e il Barbaresco e critici enologici americani pretendono di indicare quale sia la strada futura per questi due grandi rossi piemontesi. Questa situazione quale reazione Le provoca ? La mia reazione, prima che dallo spirito viene dal cuore, e pertanto dico: abbiamo vini che sono grandi in quanto non sono gradevolissimi nei primi anni di vita ma sono destinati a durare molto nel tempo e ad associarsi ai grandi piatti, perché dovremmo trasformarli ? Gli americani, forse, sapranno anche fare la guerra, ma che oggi pretendano di sottrarre Barolo e Barbaresco alla loro storia trasformandoli mi sembra un'enormità, come se si chiedesse alla Francia di rinunciare alla produzione e al possesso dei più celebri Château del bordolese...
Mi sembra impossibile che arrivino questi giornalisti americani e pretendano di imporre alla nostra storia il loro gusto: noi vogliamo discutere con queste persone, ma da pari a pari, senza la sudditanza psicologica di chi si sente colonizzato ! Non é possibile, mi dico, pretendere di fare Barolo in annate in cui aziende come la nostra hanno sentito il dovere di vendere le uve e di non produrre. Ci vogliono tempo, pazienza e buon senso ! Un nostro ottimo cliente in Canton Ticino mi ha scritto recentemente: provato il vostro Barolo del 1985, inizierò a venderlo nel 2001, intanto lo lascio riposare nel crotto. Ed era il 1985 ! Io invece mi sento dire da certi clienti ristoratori, che pure hanno creduto in noi in tempi difficili come il decennio 1948 o 1958, quando l'immagine del vino era stata distrutta e la si doveva ricostruire, presentando bottiglia alla mano il vino ai clienti, che il 1985 e il 1988 si possono e si devono bere, che la gente li chiede...
Difficile rinunciare a salire sul treno di un mercato, " drogato " finché si vuole, che ha sempre più fretta, che non sa e non vuole attendere la piena maturazione dei vini... Ecco l'America ! Il mercato é quella cosa, come ci hanno insegnato a scuola, costituita dalla domanda autonoma e volontaria, dal comportamento delle persone, dagli accadimenti, oppure il mercato, come vogliono insegnarci gli americani, é determinato solo da qualche soggetto che ha particolari interessi e non altri ? In Italia, pur non essendo un Paese ricchissimo, in un passato non lontano il mercato funzionava in modo autonomo, possibile che oggi, particolarmente in campo alimentare, debba soggiacere a leggi dettate dall'esterno ?
Questo consumo alimentare crescente ha consentito a chi manovra il mercato passi che inesorabilmente ci stanno stritolando. Negli Usa c'é una giustificazione operativa che non esiste in Europa, perché negli Usa con la formazione coatta del mercato si soddisfa un certo criterio economico dato che il ciclo é più breve e il consumo é singolarmente più accentuato grazie a messaggi pubblicitari che possono determinare il successo di un prodotto. Ma nel nostro campo, nel campo del vino, gli americani non hanno nulla da insegnarci, tranne cose deteriori tipo l'uso indiscriminato della barrique !
Qual'é l'opinione di un grande tradizionalista come Lei su questa nuova protagonista nelle cantine italiane ? Io non sono contrario a priori, né potrei esserlo perché dovrei essere contro quei vini di primario valore prodotti in Francia anche grazie all'uso della barrique. Sono contrario all'uso indiscriminato che se ne é fatto in Italia, dove spesso é stata introdotta in cantina, senza alcun criterio, senza studiare come coltivare la vite, quale legni usare, dalla sera alla mattina... Io vedo che per troppi la barrique é un espediente: Angelo Gaja, per citare un collega che stimo, ha dedicato alla barrique una scrupolosa serie di esperienze, ma tanti altri, pur ricavando risultati qualitativi talora non disprezzabili, sono andati a spanne, a tentativi... Anche noi, all'Antica casa vinicola Scarpa, abbiamo alcuni vini in barrique, della grande annata 1985, ma si tratta di esperimenti ad uso interno, vini che non abbiamo alcuna intenzione di mettere in vendita. Le nostre prove non dobbiamo farle pagare ai nostri clienti ! Quando consegno il vino ad un cliente devo garantirgli che potrà vendere dalla prima all'ultima bottiglia incassando i suoi soldi senza correre dei rischi, senza tradire le attese...
E nella polemica tra fautori dello zuccheraggio e sostenitori del mosto concentrato rettificato, da che parte si schiera ? Da nessuna parte perché si tratta sempre di arricchimento al quale non posso che essere contrario. Quando il vino non raggiunge la gradazione necessaria deve essere venduto come vino ordinario da pasto. Noi siamo il Paese dove si possono fare i migliori vini quotidiani del mondo, vini da pasto al miglior prezzo. Oggi invece questi stupendi, piacevoli vinelli non si possono e non si vogliono più fare perché tutti mirano alla DOC.
Per concludere: il Nuovo Mondo vinicolo, Australia, Nuova Zelanda, California, Cile, preme alle porte con i suoi prodotti, con i vitigni ubiquitari a pronto uso. Questa offensiva La preoccupa in qualche modo ? Anche se riconosco ad alcuni personaggi di quei Paesi una non indifferente capacità operativa sono consapevole che fortunatamente si tratta di Paesi che stanno al Sud, dove é più facile produrre, grazie al clima. Il grande vino però nasce sempre al Nord, dal Barolo allo Champagne. Sono preoccupato invece se penso che all'offensiva del Nuovo Mondo del vino noi risponderemo continuando a percorrere la strada imboccata da gran parte della nostra produzione, la strada della produzione di massa.
Noi siamo in grado di fare una serie di grandi, eccezionali cose in piccole quantità, prodotti il cui consumo nel mondo non é certo in calo, ma la cui richiesta é in continuo aumento. Se noi rispondiamo a questa richiesta aumentando le produzioni anche in regime di diminuzione dei consumi interni, il nostro destino è segnato e ci toccherà spiantare le vigne. O meglio, le vigne sarà costretto a spiantarle qualcun'altro, perché io, raggiunti ormai i miei... primi settant'anni, voglio continuare ad essere identificato come un vecchio produttore di vini rossi e non delle cose più disparate e a tirare i remi in barca non ci penso nemmeno, anzi...
Intervista a cura di Franco Ziliani fziliani@winereport.com
|  |

|
|