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L'INTERVISTA del 22/05/2000

Barolo: la parola ai tradizionalisti. Un forum di W.R.


Investiti in pieno dall’energica offensiva lanciata negli ultimi dieci anni dai giovani leoni della nouvelle vague del Barolo e del Barbaresco, che usufruendo di un massiccio sostegno di gran parte della stampa enologica italiana ed internazionale sono riusciti ad accreditarsi come i veri protagonisti dell’attuale panorama produttivo, i barolisti della tradizione, i sostenitori dell’esigenza di mantenere l’attuale disciplinare di produzione che prevede il Nebbiolo in purezza, i nemici della barrique, i fautori di lunghe macerazioni e di affinamenti in botte e poi in cantina lenti e privi di fretta, veri vinificatori e vigneron slow, vivono un momento di difficoltà. Le luci della ribalta, i riconoscimenti internazionali, gli onori della critica, toccano ai loro più giovani colleghi ed i loro vini, ed il loro stesso lavoro, e quello dei loro padri e di tutti coloro che hanno creato la storia, il mito, la leggenda del Barolo, sembra essere messo in discussione, confutato, ritenuto superato e fuori dallo spirito dei nostri tempi.

Noi, i nostri articoli su WineReport e Barolo & Co lo testimoniano, non ci siamo mai accodati a questo assurda – e tutt’altro che disinteressata, anzi – tendenza ad isolare i “grandi vecchi” del Barolo, a mostrarli come mummificati da uno stile produttivo antico perché rispettoso della tradizione e abbiamo scritto a chiare lettere che li consideriamo come gli eroici, tenaci difensori di un vino quanto mai in pericolo, che rischia di essere stravolto, normalizzato, letteralmente trasformato in omaggio alle parole d’ordine della modernità, del gusto internazionale, dell’ossequio alle leggi del mercato globale. Se le cose avessero davvero un senso e se anche nel mondo del vino non si respirasse un clima da teatro dell’assurdo dove l’irreale diventa reale, i loro Barolo invece di essere contestati dovrebbero essere presi sotto tutela e letteralmente difesi da associazioni che, a parole, dicono di voler lottare contro l’omologazione del gusto, ma che alla prova dei fatti appoggiano dichiaratamente coloro che il Barolo vogliono trasformare in un’altra cosa, rispettabile, non lo neghiamo, ma che con il DNA del re dei vini albesi e italiani non ha davvero nulla a che fare.

Poiché crediamo nel lavoro, nell’intelligenza, nell’indipendenza e nella lucidità di giudizio di questi onesti e tenaci vignaioli di Langa, abbiamo pensato di invitarli ad esprimere il loro punto di vista su tutto quello che succede nel mondo del Barolo, a renderci partecipi di dubbi, preoccupazioni, aspettative, delle loro amarezze e delle loro speranze e con non poche difficoltà, vincendo ritrosie, timori, la paura di non vedere correttamente interpretato il loro venire allo scoperto, li abbiamo convinti a partecipare a questo piccolo vero e proprio “evento”, una tavola rotonda, un forum sul presente e sul futuro del Barolo e sui vini di Langa. Attorno ad un tavolo, ad un registratore, ad una spettacoloso magnum di Barolo 1964, siamo riusciti a riunirli quasi tutti, con la sola eccezione di Bruno Giacosa, che dopo aver aderito all’iniziativa a causa di un’improvvisa indisposizione ha purtroppo dovuto rinunciare ad essere presente, pur condividendone gli intenti. C’erano Bartolo Mascarello, padrone di casa e coscienza storica del Barolo, Mauro Mascarello, Beppe “Citrico” Rinaldi, Teobaldo Cappellano, e i due grandi fratelli Conterno di Monforte, Aldo e Giovanni.

Una bellissima, indimenticabile mattinata di parole in libertà, di sfoghi, malumori, sane incazzature, stimolati dalle domande e dalle “provocazioni” dialettiche di chi scrive e dell’amico e collega Andreas März di Merum, ma soprattutto l’ennesima dimostrazione di uno straripante, enorme, incontenibile amore per il Barolo e la testimonianza chiara della volontà non solo di non gettare la spugna e dichiarata persa la partita, ma di continuare, con il loro individuale lavoro in cantina e con un’inedita volontà di mostrarsi uniti, di prendere posizioni comuni, a difendere e tenere alta l’immagine e il prestigio del Barolo. Intenzione di cui dobbiamo essere loro grati, come della fiducia che ci hanno concesso partecipando a questo forum di cui diamo testimonianza in questo resoconto che nel suo volontario “disordine”, nell’accavallarsi dei ragionamenti, vuole rendere l’idea della vivacità della discussione.

f.z.

Per dare subito “pepe” al dibattito vorrei lanciarvi una provocazione: siete sicuri che la situazione attuale del Barolo non sia anche colpa vostra, che anche le barrique imperanti, la non tipicità dominante dei Barolo di oggi non siano arrivate anche perché per molti anni voi vi siete accontentati di produrre al meglio, di difendere il buon nome delle vostre aziende e avete lasciato un vuoto di potere e di cultura attorno a voi ? Non è forse accaduto che voi non abbiate saputo prendere sul serio i giovani barolisti che volevano emergere, il fenomeno che rappresentavano, e interpretare bene i segni dei tempi ? Siete sicuri di non dovere fare anche voi una piccola autocritica ?

Giovanni Conterno – fino a pochi anni fa noi pensavamo esclusivamente a curare bene la nostra produzione e se emergevano altri produttori che lavoravano bene questo non dava fastidio, anzi. Non avevamo il tempo e i soldi di fare pubblicità e pubbliche relazioni. Andavamo fuori per andare a vendere e basta.

Bartolo Mascarello – Ricordo bene che era nata un associazione dei piccoli produttori e che diversi giovani erano venuti da me pregandomi, visto che ero già un po’ conosciuto, di dar loro una mano. Eravamo agli inizi degli anni Ottanta. Questa associazione però è durata poco, perché mi sono accorto quasi subito che siccome il business doveva essere la parola d’ordine, il modello doveva essere, dal punto di vista del successo, dell’immagine, una persona come Gaja, e non certo dei tradizionalisti come noi…

I piccoli produttori che in pubblico arrivano ad affermare di aver salvato il Barolo dalla crisi, in verità si sono dedicati al Barolo solo quando si sono accorti che stava diventando un business, non quando c’era la vera crisi e si era in pochi a presidiare con tenacia le posizioni, quando i vignaioli erano letteralmente alla mercé dei commercianti che dicevano ai contadini “ i Nebbioli te li levo”, non te li compero, te ne sbarazzo facendoti un piacere e ti do quel che voglio io. Se dovessi dare un nome a chi ha iniziato ad agire per tutelare la fatica dei vignaioli dovrei chiamare in causa il presidente della Cantina Sociale Terre del Barolo Arnaldo Rivera. I giovani leoni non possono dire di essere scesi in campo a salvare il Barolo, anche se dopo con il loro lavoro hanno contribuito a vivacizzare il panorama del Barolo, a fare parlare del Barolo e questo è innegabile.

Beppe Rinaldi – E’ giusto parlare di un vuoto di potere verificatosi in questa zona. Bisogna pensare che, tempi addietro, nella zona c’erano delle realtà che esercitavano un potere, ad esempio il Consorzio Barolo e Barbaresco, quindi la scuola enologica con il Preside e i professori che avevano un ruolo importante e potevano prendere posizione grazie ad una reale conoscenza dei problemi e ad un carisma. Poi c’era la Camera di Commercio. Il vuoto di potere c’è stato. Ad inizi anni Ottanta qua a Barolo era partito un progetto, poi o perché prematuro o perché le forze erano veramente poche è fallito. Poi è nata l’Arcigola e Petrini è stato bravo a portare a Bra e a sviluppare queste intuizioni. Mantenere in zona questo progetto avrebbe però significato per i produttori, protagonisti e destinatari del progetto, conservare un ruolo non marginale nel suo sviluppo.

Ma quando hanno veramente iniziato a cambiare le cose nel mondo del Barolo ?

Beppe Rinaldi - La vera rivoluzione è stata la Docg: se nel 1954 ci siamo dotati dell’albo dei vigneti, grazie alla Camera di Commercio, questo non ha automaticamente significato serietà e tutela, lo stesso è accaduto nel 1966 con la Doc, ed è solo con la Docg, quando finalmente si sono potute contare le bottiglie di Barolo prodotte e quando si è capito che potevamo contare su 1200 ettari da cui si possono ottenere 6, 5 – 7 milioni di bottiglie, si è potuto impostare qualcosa di serio e di diverso basato sulla tutela e sulla serietà.

Teobaldo Cappellano – La Docg ci ha costretto a confrontarci con i nostri vini.

Beppe Rinaldi - Per l’applicazione della stessa legge, dovuta ad un legislatore lungimirante che ha precorso i tempi e la sensibilità della zona, ci sono voluti degli anni. E sono stati necessari altri anni per capire la 164, legge altrettanto lungimirante calata su un territorio impreparato, perché se la legge dice chiaramente che il Consorzio deve avere un ruolo egemone e gli si demandano ruoli di tutela, promozione, regolamentazione del mercato, controllo sul territorio che vuol dire uso dei toponimi, delle sottozone, dei cru, e noi lo rifiutiamo, adottando nomi di fantasia a tutto spiano, vuol dire che da questo territorio nasce un messaggio completamente opposto allo spirito e all’etica della legge e del legislatore, che volevano tutelare i vigneti, le nostre colline. Da noi quando si è capito che questa regolamentazione dei toponimi poteva rappresentare una camicia di forza, sono nati i nomi di fantasia, senza controlli né freni.

Teobaldo Cappellano – In zona c’erano grandi vinificatori di uve e grandi acquirenti di vino. Noi eravamo l’entità estranea a questo mondo, o eravamo partecipi in qualche modo a questo grande mondo della commercializzazione del vino solo per estrema necessità. Quando parliamo di Barolo, ci riferiamo sempre ad un milione di bottiglie comprensive di tutti i produttori di cui si parla e si duscute, tradizionalisti e innovatori, mentre il riferimento produttivo sono 6-7 milioni, che sono destinate a crescere con l’aumento del 40% della produzione. La Doc ha favorito questo mondo industriale, perché lo Stato ha dato una parvenza di autenticità ai vini, e in quegli anni non era importante vendere Cappellano, Rinaldi o Conterno, ma era importante imporre un prezzo, perché sotto l’egida della Doc, della garanzia dello Stato, tutti erano uguali. Grazie a Dio nella fase del controllo numerico la promozione è passata al fatto aziendale, con il grande sforzo profuso da un personaggio come Renato Ratti ed il Consorzio è diventato un’entità vitale di tutto questo progetto.

Perché abbiamo lasciato spazio a questi signori ? Perché erano di sinistra ed in Langa la sinistra dicono sia un male oscuro che va combattuto. C’era una fase populista e una fase industriale delle grandi trasformazioni e noi presi in mezzo non siamo riusciti ad esercitare un ruolo. Siamo stati lentamente estraniati ed il Consorzio si è lentamente trasformato.

Ma il Barolo oggi va forte ed è in piena salute come si dice oppure no ?

Cappellano - Le nostre discussioni sugli stili del vino sono un po’ una “guerra tra poveri” che perde di vista il reale obiettivo e la vera posta in gioco. Il problema vero sono sei milioni di bottiglie che domani diventeranno otto. Il vero problema del Barolo arriverà con l’aumento della produzione.

Beppe Rinaldi – Sappiamo bene quali sono le difficoltà che pongono la coltivazione delle uve, la trasformazione, la vinificazione e l’invecchiamento di un vino come il Barolo, e si tratta di avere coscienza delle potenzialità e delle caratteristiche di questa terra. Il grande, vero Barolo si fa soltanto in certe colline, è impensabile pensare di produrre dieci milioni di bottiglie senza porsi il problema della maturazione del Nebbiolo: i nostri vecchi lo avevano piantato al posto giusto, lasciando il bosco dove era giusto fosse, i noccioleti, i seminativi. Hanno rispettato queste colline senza violentarle. L’uomo di oggi per certi versi è un selvaggio che se privo di una particolare sensibiltà e se non incanalato da regole ferree finisce con il dare l’assalto alle colline, dal punto di vista edilizio e dell’occupazione del territorio con la monocultura e il monovitigno. La monocultura o il monovitigno dettati dal mercato che tira sono una follia, perché accanto al Nebbiolo ci devono essere i vigneti di Dolcetto o di Barbera.

Nelle vostre parole si nota un’aperta critica verso l’andamento attuale del Consorzio: pensate che in futuro il Consorzio rischi di avere un ruolo ancora minore ?

Beppe Rinaldi – Lo svilimento del ruolo del Consorzio è stato voluto e ci sono realtà che non hanno interesse che il Consorzio funzioni, il ruolo di tutela si è man mano diluito e non viene nemmeno esercitato.

Bartolo Mascarello – Mi ricordo che il Consorzio è nato con il preciso compito di esercitare una tutela. Anni fa ho dato le dimissioni perché nel gruppo dirigente ci sono persone, rispettabili finché si vuole, che pur facendo parte del Consorzio con compiti di responsabilità cambiano nome alle colline e ai vini, usano nomi di fantasia. Il Consorzio secondo me è dato per morto e secondo lo stesso Gaja diventerà un ufficio con poche funzioni burocratiche e basta. Esiste un vero assalto a questo territorio senza che nessuno dica niente, capannoni enormi alle falde della confluenza delle più belle colline del Barolo, quelle delle Brunate e di Cannubi.

Teobaldo Cappellano – Purtroppo accade che in un’occasione pubblica come la recente presentazione di un libro sul Barolo l’attuale presidente del Consorzio, chiamato ad intervenire come presidente e non come responsabile di un’azienda, affermi di voler parlare come produttore, perché nella carica di presidente è solo di passaggio e non vede l’ora che la carica finisca. E succede che Aldo Vacca, vice-presidente del Consorzio, vice-sindaco di Barbaresco, direttore della Produttori del Barbaresco, nel commentare sulla Stampa la scelta di Gaja di non commercializzare più come Barbaresco i suoi cru più prestigiosi, affermi che la scelta di Gaja aprirà nuove strade per la sua zona. Ed é una dichiarazione ufficiale di un personaggio che dovrebbe avere il ruolo istituzionale di difesa del vino Barbaresco ! Non si può dare a Gaja il placet di un’operazione positiva solo per se stesso e non per la collettività. Ma nessuno, purtroppo, all’interno del Consorzio è voce abbastanza importante da poter dire di voler assumere un ruolo guida.

Mauro Mascarello - Il Consorzio potrebbe avere una spinta politica formidabile se volesse, occorre volerlo fare. Ci sono aziende agricole che portano il nome di una sottozona, e se domani qualcuno si svegliasse e volesse chiamare Cannubi la propria nuova azienda agricola, nessuno potrebbe impedirglielo ! E quando succedono cose del genere il produttore si trova isolato, senza sostegno da parte di nessuno.

Ma allora, Consorzio latitante a parte, dove stanno i veri problemi del Barolo ?

Aldo Conterno - Nel modo più assoluto non stanno nei modernisti spinti, né nel paventato aumento della produzione, perché chi produrrà bene continuerà a non avere paura, riuscirà a stare sul mercato. Noi siamo una minoranza di produttori che lavorano per una minoranza di clienti - consumatori.

Mauro Mascarello – I problemi sono molti, ad esempio bisognerebbe rifiutarsi di fornire i campioni in degustazioni nelle quali siamo destinati, per vari motivi, ad uscire male, perché i nostri vini hanno bisogno di tempo, perché sono stati imbottigliati anche un anno dopo gli altri.

Bartolo Mascarello - Dobbiamo avere l’orgoglio della nostra appartenenza: che venga un bancario di Milano, il figlio di un macellaio di Bra, o un esperto di formaggi a dirci come dobbiamo cambiare i vini, come dobbiamo farli è veramente assurdo ! Che vadano a predicare l’uso della barrique in altro situazioni e non nelle nostre cantine !

Giovanni Conterno – io cerco di fare il mio meglio, ma io stesso quando assaggio i miei vini in cantina non ne sono completamente soddisfatto, nonostante siano tanti anni che produco Barolo. Il problema vero è che oggi ci sono dei signori, i giornalisti, i quali dopo aver assaggiato decine di campioni – cosa che non capisco come riescano a fare – trinciano sentenze, decidono che quel vino non va bene, cose che nemmeno un padreterno riuscirebbe a fare. Sono cose assurde. Se si vogliono fare assaggi seri, ci vogliono 4-5 giorni e più mentre oggi il destino dei nostri vini, perché i loro giudizi sono influenti, viene deciso nel giro di pochi minuti.

Bartolo Mascarello – Anche la composizione delle commissioni di degustazione per la Docg è un problema, perché un conto è se ne fanno parte persone come me e Giovanni Conterno, che se assaggiamo un vino che sa di legno e di vaniglia diciamo che non va bene, e un conto è che ne faccia parte un giovane enologo che riconosce al vino solo queste caratteristiche quel vino sarà riconosciuto come ottimo e rischia invece di essere bocciato perché “atipico” un vino come il nostro !

Aldo Conterno – Ma secondo voi cosa possiamo fare per reagire a questo stato di cose ?

A mio avviso dovreste farvi vedere uniti, lanciare dei segnali che non vi accontentate più di badare a produrre bene nelle vostre aziende, che volete lavorare insieme per il Barolo ! Dovete cercare di essere dei poli d’attrazione per i giovani che iniziano a produrre e hanno bisogno di punti di riferimento.

Teobaldo Cappellano – Purtroppo noi rappresentiamo il “ceto nobiliare” del Barolo, una certa aristocrazia produttiva, un mondo che è storia, tradizione, storia, e questo spaventa un certo tipo di personaggi. E’ molto più naturale andare a confrontarsi con persone che sono sentite vicine perché hanno compiuto e compiono lo stesso tipo di esperienza contadina ! Noi non abbiamo preclusioni verso nessuno: ma nel loro modo di vedere, nonostante i nostri calli alle mani, nonostante vite che forse sono più grame di quelle dei “giovani leoni”, veniamo giudicati, forse anche per motivi anagrafici o generazionali, lontani da loro. Quei giovani produttori si sono costruiti un nome andando contro di noi, dandoci delle spallate, ed è giusto e normale che accada.

Bartolo Mascarello – Noi siamo piccoli produttori tradizionalisti e ci sta bene, non si può pensare, per questione di cultura e di carattere, che noi ci si possa mettere assieme in una sorta di Langa IN coi capelli grigi, per fare muro contro muro.

Teobaldo Cappellano - Tutto quello che noi desideriamo è una reale difesa del territorio, il Barolo è un mezzo importante per sostenere questa zona e la sua economia e salvaguardare l’ambiente è un investimento, non una mania. In questa zona, pur in una situazione di assoluta anarchia, senza un ente tutore capace, non sono esistite grandi pecche: chi ha chiamato il Barolo Cannubi è perché utilizzava uve che venivano dalla zona dei Cannubi. Le nostre etichette, normalmente, sono veritiere e sane, senza nessun potere che ci vincolasse a farlo. Purtroppo c’è un dieci per cento di produttori che ha fatto di tutto per pregiudicare la credibilità del 90% dei colleghi. Ci vogliono leggi che vincolino questo 10% a rientrare nei ranghi e a tornare a lavorare per l’interesse comune della zona e del Barolo.

Beppe Rinaldi – Il vero grande problema di oggi è rappresentato dalla spersonalizzazione dei vini. Credo che ci debba essere la libertà assoluta di fare Barolo o Barbaresco secondo la sensibilità e lo stile personale, ma che si assaggino vini che ottengono i massimi riconoscimenti e si faccia fatica a riconoscerli come vini a base Nebbiolo mi sembra davvero paradossale. Come ha detto lo stesso Gaja in un’intervista lui non può essere ritenuto responsabile dei replicanti dei replicanti che lo imitano malamente, ma è estremamente difficile definire quanto un prodotto sia spersonalizzato,( o Sperss-sonalizzato ?… n.d.r.) a che punto di spersonalizzazione si sia arrivati. E questo significa che si è imboccata una strada che porta forzatamente ad adattarsi ad un certo tipo di gusto internazionale che attualmente è vincente.

E che fa sì che, paradossalmente, il vostro Barolo rischi di non essere più riconosciuto come Barolo, visto che il vero Barolo è il Barolo della nouvelle vague !

Andreas März - Il problema della barrique si risolve da sé, perché prima o poi il mercato finisce con il rifiutare vini che non sono piacevoli da bere, che non sono pronti, che invecchiano repentinamente, che non si assaggiano nemmeno con piacere come abbiamo toccato con mano in questi di giorni di degustazioni dell’Alba Wines Exhibition.

Giovanni Conterno - Dobbiamo insistere di più sull’originalità del prodotto !

Quale scenari futuri, allora, per il Barolo ?

Teobaldo Cappellano – Lo scenario attuale vede un milione di bottiglie tipo le nostre e altri 4-5 milioni di bottiglie etichettate come Barolo che viaggiano su due binari completamente diversi, vini che non si sa bene dove finiscano, su quali mercati, consumati da chi. Siamo certi solo del fatto che chi consuma quei 4-5 milioni di bottiglie difficilmente comprerà bottiglie che fanno parte di quel milione di pezzi su cui ci accapigliamo, e viceversa. Ma su entrambi i tipi di vini campeggia lo stesso nome, Barolo.

Nella situazione di oggi non c’è nulla di drammatico, perché anche quel Barolo, visto che è Docg e ha superato l’esame delle commissioni di degustazione, presenta delle caratteristiche organolettiche non disprezzabili e rientra nel limite dell’accettabile. Il problema nascerà invece quando a causa di nuovi impianti previsti nell’arco di tre anni ci sarà un aumento superiore al 35% e raddoppierà la quantità di quel tipo di Barolo, perché saranno quel tipo di produttori e non certo noi, con i nostri vigneti condotti direttamente, a poter aumentare sensibilmente la produzione. Cosa porteranno questi tipi di vini ? Ad un crollo generalizzato dei prezzi, rare eccezioni a parte. Oggi si parla di uve acquistate a 80-100.000 lire con grande enfasi, ma il problema non ci tocca perché noi non acquistiamo ma vinifichiamo le nostre uve. Il problema è come verrà data la notizia del crollo del prezzo delle uve Nebbiolo da Barolo e del Barolo: se verrà data in termini negativi e scandalistici anche le nostre aziende ne soffriranno. Il mio importatore negli Stati Uniti cercherà subito di farmi abbassare i prezzi e di pagare meno il mio Barolo. Sicuramente verrà un danno all’immagine.

Aldo Conterno – Egoisticamente parlando noi abbiamo la fortuna di essere nella zona migliore, dove il Nebbiolo dà il suo meglio. Supponiamo pure che i diversi milioni di bottiglie prodotti da uve che non provengono dalle zone più vocate vengano messi in vendita come grandi vini ma con l’aggiunta di altre uve, succederà che in altre zone siano tentati ad introdurre Nebbiolo. E se si autorizza il taglio con il 5 – 10% di altre uve, si finirà con l’usare il 15%, il 20%. E questa non è la zona del Cabernet, ci sono altre zone che producono il Cabernet meglio di noi a costi molto minori e quindi si potrebbe arrivare davvero ad una totale spersonalizzazione dei vini.

Beppe Rinaldi – Tornando alle prospettive future occorre dire che esiste un grave rischio che le spinte legate al superamento del monovitigno, all’ammissione di una percentuale di altre uve consentite e raccomandate in provincia di Cuneo, un elenco di vitigni che incredibilmente è diventato infinito, abbiano il sopravvento. Se questa zona che noi pensiamo di conoscere bene può produrre 3-4 milioni di bottiglie di Barolo, per arrivare a produrne dieci, come si suppone possa e voglia arrivare a produrre, vuol dire che questi milioni di bottiglie che mancano avranno ancora di più bisogno di iniezioni di altre uve, di una liberalizzazione dei disciplinari di produzione.

Ho grossi dubbi che si possano produrre diversi milioni di bottiglie in più senza intervenire pesantemente sul disciplinare di produzione e senza stravolgere l’identità del Barolo. Queste spinte a modificare il disciplinare hanno delle ragioni, io non sono d’accordo naturalmente, ma nella vita si vive di mediazioni e di compromessi, ma questi devono essere condotti alla luce del sole e non sotterraneamente. Queste operazioni devono essere gestite e coordinate dal Consorzio in modo chiaro, manifesto, con la partecipazione di tutte le forze chiamate in causa e non calate furbescamente dall’alto…


Forum “Per l’amore del Barolo” 5 maggio 2000

Partecipanti:

Teobaldo Cappellano - Aldo Conterno - Giovanni Conterno - Bartolo Mascarello - Mauro Mascarello - Beppe Rinaldi

Moderatori Franco Ziliani e Andreas März – fotografie di Jean-Pierre Ritler

Di Franco Ziliani






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