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La Guardiense: progetto Janare


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Molti avranno sentito parlare della leggenda delle "streghe di Benevento". Quasi tutti, poi, mi rivolgo soprattutto a quelli con qualche anno di più all'anagrafe, avranno in mente l'etichetta del famoso liquore Strega prodotto in quelle zone ed il cui nome proprio a questa leggenda si ispira. Le janare sono le streghe della leggenda, nonché figure caratteristiche della civiltà contadina. Nella tradizione erano fattucchiere in grado di compiere malefici ed incantesimi, di preparare filtri magici e pozioni in grado di procurare aborti. Tuttavia non si conosceva la loro identità e, di giorno, conducevano, molto spesso, una esistenza tranquilla senza dare adito a sospetti. Di notte, però, dopo essersi cosparse le ascelle (secondo altri il petto) di un unguento magico, esse avevano la capacità di spiccare il volo lanciandosi nel vuoto a cavallo di una "granata", cioè una scopa di saggina essiccata (ancora oggi considerata da alcuni una scopa "scacciaguai") e, nel momento del balzo, pronunciavano la frase: "Sott'a l'acqua, sott'a 'r vient, sott'a la noc d' Bnvient" (sotto l'acqua e nel vento, sotto il noce di Benevento).

La Cooperativa Agricola La Guardiense ha voluto riprendere questa leggenda ed il nome Janare è stato utilizzato per lanciare, nel 2000, un nuovo progetto vitivinicolo. La Guardiense, forse pochi lo sanno, è una delle più grandi cooperative vinicole di Italia (la più grande della Campania). E' situata nella località di Santa Lucia di Guardia Sanframondi in provincia di Benevento. Fondata nel 1960, da 33 soci, oggi l'azienda conta più di mille viticoltori associati (e ancora oggi continuano a ricevere nuove richieste di adesione che, per statuto, non possono, però, più essere soddisfatte). I soci attuali coltivano vigneti su circa 2000 ettari di terreno, tutti situati in collina ad un altitudine di circa 350 metri s.l.m., e producono oltre 200 ettolitri di vini tranquilli e spumanti. L'azienda vende attualmente solo per il 20% in bottiglia (circa 2 milioni di bottiglie immesse sul mercato solo a partire dal 1996) e per il resto tutto, ancora, come vino sfuso (checché se ne dica, mi confermano essere ancora un mercato che tira dai grandi numeri e dai margini, seppur non elevati, ancora remunerativi). Il fatturato aziendale supera i 10 milioni di Euro.

A dirla tutta i primi passi nel mondo del vino in bottiglia non sono stati facili a causa di una poco felice politica commerciale di collocamento del prodotto di cui, ancora oggi, si risentono i contraccolpi. Negli ultimi tre anni, però, seguendo le tendenze e le richieste sempre più pressanti del mercato, è stato intrapreso, all'interno della produzione destinata all'imbottigliamento, un ulteriore processo di diversificazione produttiva, che ha portato alla nascita di un nuovo progetto. Scopo del progetto valorizzare la DOC Guardiolo (una delle due Doc di riferimento per la cooperativa, insieme alla Doc Sannio, meno significativa, però, dal punto di vista degli ettari coltivati) ed entrare nella fascia di prezzo medio-alta, difficilmente accessibile con il solo marchio della cooperativa. Così nasce l'iniziativa dell'azienda-agricola Janare, una sorta di azienda nell'azienda.

Le cinque etichette sono, dallo scorso anno, diventate sei, con il nuovo Fiano Colle di Tilio che ho assaggiato in anteprima per l'annata 2003. Essendo un Fiano fermentato ed affinato in barrique dove riposava, al momento della degustazione, non mi sento di sbilanciare in alcun giudizio, essendo in una fase in cui il legno sovrasta, non permettendo di valutare attentamente, la materia prima. Prima di addentrarmi nelle note di degustazione degli altri vini della linea Janare vorrei fare solo un breve flash anche sui vini Guardiolo DOC della linea base, che non hanno affatto demeritato. Si tratta di vini molto semplici, nati per il consumo quotidiano, dai prezzi abbordabili e discreta personalità. In particolare sono da segnalare i due rossi "più importanti" il Guardiolo Doc Aglianico in purezza (€ 3.30 al pubblico) e la Riserva (una decina di centesimi in più!).

Torniamo nuovamente ai vini delle streghe, Janare, che oggi pur rappresentando solo l'uno per cento di tutta la produzione sono pur sempre 70.000 bottiglie, tutt'altro che virtuali. Le miei considerazioni sui vini necessitano un personale ma doverosa premessa. Io ho nettamente preferito i due "base" o meglio le due versioni NON affinate in legno ma in solo acciaio (e chi mi conosce non si meraviglierà). Si tratta però, e mai come in questo caso, di una predilezione del tutto soggettiva, dal momento che anche le versioni affinate in legno non hanno affatto sfigurato dimostrando, anzi, un uso meditato e moderato, forse solo ancora un pò "sperimentale", del rovere.

I margini di miglioramento ci sono e sono alla portata delle capacità di mezzi e di uomini della cooperativa, ad un passo dalla meta. Del resto la materia prima di grande qualità a cui attingere e selezionare, come avrete potuto intuire dai numeri fin qui esposti, di certo non manca. Si tratta solo di compiere qualche altro piccolo sforzo nella messa a punto definitiva delle due etichette più ambiziose (a partire, ad esempio, dall' uso di tre diversi legni, americano, francese (Allier) e Slavonia dove l'invadenza del primo si avverte a scapito di quelli europei). Passiamo comunque ad una breve analisi organolettica delle singole etichette. Senete (€ 7 al pubblico) è la Falanghina, 100% acciaio, coltivata nei territori (8 ettari tra i 200 ed i 300 metri s.l.m.) di Guardia Sanframondi e Castelvenere su suoli misti calcareo-argillosi.

Ho avuto modo di degustare, in occasione di questa mia ultima visita, l'anteprima 2003 dopo che quest'estate, invece, a Vinalia avevo provato la 2002, riuscendo a cogliere una evidente continuità stilistica e qualitativa al di là delle annate. Lasciando da parte l'ovvia torbidezza dell'aspetto di questo campione di fresca "spremitura", l'impatto olfattivo è stato decisamente intenso e potente. Una Falanghina che ha corpo e struttura e che riesce a ben equilibrare entrambi grazie alla caratteristica vena acida del vitigno. I profumi tendono più al fruttato, con note di frutta bianca matura (mela e banana) , che al floreale. La bocca è piena, grassa ed avvolgente, di buona persistenza.

Ariola è invece la versione fermentata ed affinata in barriques tra i 9 e i 12 mesi. Il colore di questa annata 2002, che verrà presentata al prossimo Vinitaly, insieme al Colle di Tilio, è decisamente più intenso, dorato con qualche leggerissimo riflesso verdognolo. Anche il bouquet è, decisamente, più complesso e lo stile, chiaramente, più internazionale ma, considerato il prezzo di € 10.00, penso abbia tutti i numeri in regola per poter rispondere ad una certa fascia di pubblico, soprattutto straniera ma anche, sempre più, italiana. La presenza della solita acidità varietale garantisce, comunque, un buona scorrevolezza della beva. Il Lucchero (€ 7.00 al pubblico) è stato il vino che ho preferito sia sotto il profilo organolettico sia per il favorevole rapporto qualità prezzo. E' un Aglianico 100% che fa solo acciaio. Ai terreni di natura calcareo-argillosa di Guardia Sanframondi si aggiungono le uve provenienti dalle parti più alte delle colline di arenaria di San Lupo. Ho, anche in questo caso, degustato un’anteprima, l'annata 2003, e di fianco l'annata 2001.

Interessantissimo il confronto. L'anteprima, tutt'altro che indecifrabile, nonostante l'imberbe gioventù, mi ha regalato una carica esplosiva di frutta rossa (piccoli frutti di bosco), tannini grintosi, lievemente amarognoli e asciutti, ed una spiccata vena di acidità. Il 2001 già in una fase più evoluta ha invece offerto un auspicabile corredo di profumi terziari di spezie, funghi, cuoio, tabacco, cioccolata al rhum e tannini vellutati. E' dunque, alla luce di quello che ho assaggiato, un vino che dovrebbe tranquillamente invecchiare 4/5 anni. Discorso diverso merita il Cantari 2000, la selezione affinata in legno. La presenza del rovere americano, come già anticipato, segna la personalità del vino. Le note di torrefazione e vaniglia si fanno a tratti invadenti e tendono a coprire il frutto. Si tratta ad ogni modo di un vino di alto profilo, che non deluderà chi cerca vini dalla struttura più imponente e complessa e dal gusto più internazionale. Come sempre "dulcis in fundo" la conclusione della degustazione è stata affidata ad un vino dolce, un passito di Falanghina, il Laureto, dimostrazione della duttilità di questo vitigno e soprattutto della sua riuscita in questa tipologia dove può sfruttare a pieno le sue doti di freschezza ed immediatezza. Colgo l'occasione, prima di congedarmi, per ringraziare il presidente della cooperativa Domenico Pigna ed il responabile del progetto Janare Flaviano Foschini per la calorosa accoglienza che mi è stata riservata.

Campania felix a tutti da
Fabio Cimmino





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