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L'OPINIONE del 08/02/2005

Merlot al Sud? Vade retro!


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Sono particolarmente lieto di pubblicare queste interessantissime, acute riflessioni dell’amico Maurizio Gily, agronomo, tecnico viticolo, affermato libero professionista (visita il suo sito Internet www.gily.it), e giornalista pubblicista (collaboratore di Slow Food editore, Bibliotheca culinaria, La Stampa, Porthos, Informatore Agrario, RAI3 Piemonte, l'editore australiano Winetitles per le riviste Australian Viticulture e Wine Industry) direttore responsabile del mensile Vignaioli Piemontesi, di notevole valore.
Condivido ovviamente al 100% le sue perplessità, espresse su basi scientifiche e non a capocchia, sulla merlottizzazione (io aggiungerei anche “cotarellizzazione”) del Sud, e sulla stravaganza di “piantare il Merlot a Pachino, o fare impianti a 10.000 viti per ettaro in climi caldi e su suoli profondi e fertili, come le argille grossetane o il fondo della Napa Valley”. Bizzarrie che ora, dopo questo punto di vista tecnico di Gily, mi sembrano ancora più singolari… Buona lettura !
f.z.

Tempo fa Franco Ziliani ha colto una mia affermazione su “Porthos” e mi ha chiesto di rendere pubbliche su WineReport alcuni miei pensieri sulla “merlottizzazione” del Sud, cosa che faccio volentieri anche se con molto ritardo. Tanto ritardo che mi sembra un po’ di sparare sulla croce rossa, visto che l’interesse per questa varietà è ormai in declino sui mercati del mondo, almeno questa è l’impressione che ho avuto dall’ultimo recente viaggio negli Stati Uniti. E’ un peccato che si debba parlare di vitigni come se fossero i colori delle gonne. Quest’anno va il viola, il prossimo chissà. Mi sembra offensivo per la vite, che è una pianta forte e longeva, ma ha delle esigenze che bisognerebbe rispettare. A me il Merlot piace, a scanso di equivoci.

Non sono come uno dei due protagonisti di “Sideways”, un magnifico film che uscirà tra poco (18 febbraio) in Italia, amante del Pinot nero, che minaccia il suo amico di piantare in asso le ragazze invitate e a cena e tornarsene in albergo, se qualcuno oserà mettere sul tavolo una bottiglia di Merlot. Ovviamente solo una gag divertente, ma che la dice lunga su come sta girando la ruota del gusto tra gli appassionati e i conoscitori. A me piace il Merlot, dicevo: ma non mi piacciono i vini marmellata, e tali mi paiono molti Merlot del centro sud, maturati “in padella”.

Il Merlot è una varietà atlantica, di maturazione medio precoce, e richiede climi temperati. Temperature estive molto calde mandano facilmente in stress la pianta, anche se c’è una certa disponibilità di acqua nel suolo, le foglie basali ingialliscono e cadono, e i grappoli sono soggetti a ustioni. L’acido malico viene rapidamente respirato e il pH sale, cioè l’acidità scende, a livelli che richiedono correzioni in cantina. Come tutte le uve dei climi temperati il Merlot produce i vini migliori, con colori brillanti, profumi freschi, acidità equilibrata, quando le temperature notturne nell’ultima fase di maturazione, schematicamente, sono intorno agli 11-15 gradi e le diurne non oltre i 25. Sul tema esiste una vasta bibliografia scientifica e innumerevoli esperienze pratiche. Ma il Merlot può trovare 10 gradi in più di questi in Sicilia, dove matura in agosto, ed anche in Maremma le temperature eccedono normalmente di molto tali valori ottimali.

Non è che lo dico io, lo dicono le stazioni meteorologiche. Oddio, vogliamo sostenere che la Maremma non è adatta al Merlot? Eresia! Eppure per una buona parte di quel territorio (segnatamente quella più bassa e rivierasca) è proprio così, almeno in annate calde. Certo, si possono forzare un poco le cose con l’irrigazione e le manipolazioni della chioma (cimature tardive ad esempio ritardano la maturazione, impianti a filari molto stretti riducono l’insolazione dei grappoli etc.), si può sparare un milione di frigorie sull’uva che arriva in cantina, alla faccia del risparmio energetico, ma state certi che la natura prima o poi presenta il conto.
Se proprio si vogliono mettere vitigni stranieri al Sud, almeno si mettano vitigni più adatti, salvo giovarsi dell’effetto altitudine a temperare il clima. Questa è la mia modesta opinione.

L’amico Paul White ha scritto un bell’articolo su una rivista australiana in cui finge di essere nel 2024, e all’editore che gli chiede di fare previsioni per il futuro risponde che non si presta più perché quelle del passato si sono rivelate tutte sbagliate. La “fantaenologia” continua spiegando come, dopo il crollo delle vendite dei vini destinati a non-bevitori-di-vino, supermaturi, ad alto numero di ottani, pesantemente “oaked”, stile bomba di frutto, gli Australiani furono costretti a ripensare il loro vino in uno stile più europeo e adatto ad un consumo quotidiano. La salinizzazione e la desertificazione avanzanti portarono il governo a bandire l’irrigazione, e i produttori furono costretti a estirpare Merlot, Chardonnay, Cabernet e a tornare alle varietà dei pionieri: Shiraz, Mourvedre, Durif, Verdelho. Varietà spagnole, portoghesi, italiane e del sud della Francia, posti dove in estate piove poco e dove da sempre si coltiva la vite in asciutto.

Certo, solo uno scherzo un po’ pesante diretto al vino tutto “marketing oriented” del Nuovo Mondo, ma utile anche a ricordare che la viticoltura seria custodisce, non rapina le risorse ambientali.
Ma il nostro mondo è pieno di stravaganze, come piantare il Merlot a Pachino, o fare impianti a 10.000 viti per ettaro in climi caldi e su suoli profondi e fertili, come le argille grossetane o il fondo della Napa Valley, magari con portinnesti vigorosi perché il vivaista aveva quelli, con il risultato di ottenere grandi quantità di legna per accendere la stufa, consumi record di acqua per irrigazione, e uve di cattiva qualità. Sarebbe ora che alcuni imprenditori del vino (ma anche, mi dispiace dirlo, alcuni colleghi tecnici…) smettessero di ascoltare cattivi consiglieri, e ascoltassero di più la pianta: la quale parla, e a volte piange…

Maurizio Gily
info@gily.it





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