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L'OPINIONE del 19/10/2004

Marek Bienczyk, un “Franco tiratore” in Polonia


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Caro Franco Tiratore,
guarda cos’ho trovato!!! Sulla rivista polacca Wino di luglio, diretta da Wojciech Gogolinski che è Presidente dell’Associazione polacca dei Sommelier, nella rubrica “Note attorno al tappo”, ho scoperto che c’è un altro... Franco Tiratore! Si tratta dello scrittore Marek Bienczyk, che stimo molto, di cui ho già tradotto un paio di articoli, cosa che mi riesce di solito assai difficile perché costruisce spesso le frasi come fanno i letterati e solo i letterati infatti le sanno interpretare. Questa volta invece è stato chiaro come te e perciò ti mando, tradotto, il suo pezzo, nella speranza che serva a te per non sentirti isolato, del resto in un buon gioco di squadra c’è posto anche per gli stranieri, ma forse servirà anche a tutti i lettori di Winereport per capire che non c’è soltanto il Gambero Rosso a fare il “becchino”.

Mario Crosta

Brillanti alleati
Non ci sono dubbi che la più letta, la più importante, ma anche la più debole tra le grandi riviste sul vino sia “Wine Spectator”. Questa massa di carta, per il cui trasporto occorre una piccola valigia (adatta a servire come comodo sgabellino se si sovrappongono un paio di numeri), è diventata già da tempo l’oracolo dei consumatori e dei produttori. Certo che non è una cattiva rivista se vogliamo sapere qualcosa sui formaggi, sui sigari, sulla cioccolata o sugli spaghetti, oppure annotarci qualche ristorante newyorkese o hawajano dove spendere trecento dollari per un pasto (senza contare, cosa chiarissima, il vino). Questa rivista è davvero buona anche per chi non sa come servire il caviale o in quali ricette usare cardamomo e tamerice (ma cosa sarà poi questo diavolo di tamerice?).

Il nome della rivista inganna; in realtà di vino qui non se ne trova molto e, quando c’è, in genere annoia. Infatti, c’è un interessante feuilleton di Matt Kramer, a volte ci sono un paio di capoversi di Laube e non molto di più. Tutto il resto ci ricorda che il Douro è in Portogallo, la Valle del Rodano è in Francia e altre ovvietà, oltre a un po’ di informazioni sulle consecutive annate. Però, soprattutto, tutto il resto è una pedante ripetizione delle valutazioni on the Wine Spectator 100-point scale. La cura di questa scala, la sua autoadorazione, è un’idea tanto idiota quanto geniale. Grazie a questo Wine Spectator mangia, per questo vive, si occupa esclusivamente del suo consolidamento, costruendo tutta la rivista su base tautologica, cioè, per dirla a modo nostro, nel circolo di Matt.

Nel ristretto circolo di Matt: il tipico articolo dedicato a qualche regione vinicola è una breve analisi dei vini degustati dal senior o dal junior editor (l’autorevolezza dei titoli autoassegnatisi dai componenti della redazione ci ricorda “l’Operetta” di Gombrowicz...) con la loro valutazione in punti (insieme con il richiamo alla Wine Spectator 100-point scale) e la loro reiterazione in una tabella accanto. La valutazione di alcuni vini si ripete almeno tre volte in un solo numero (ancora nel new releases e nel wine tasting report in fondo all’articolo), a volte anche quattro (all’inizio, tra i prescelti e raccomandati). I punti e la scala sono la vera ossessione dei redattori. In quasi tutti gli articoli si affaccia anche un po’ di matematica, qualche statistica, dei calcoli: quanti vini di questa denominazione si trovano in questo comparto di punti, quanti in quest’altro, qual’è la media, qual’è la media dell’annata oppure il risultato in confronto con altre denominazioni, ecc. ecc.

Ricordo dai mei studi un certo insegnante per il quale la statistica era una mania, evidente e bella. Alla fine di ogni semestre, durante un’apposita lezione, annunciava qual’era stata la frequenza per quattro mesi, quanti studenti in media si erano presentati al primo mese, quanti all’ultimo, quante donne, quanti uomini, ecc. ecc.
Non nego del resto che questa era la sua lezione più curiosa. Vi dico: ossessione, mania e ancora volentieri direi paranoia, però è ben noto che tutto questo è meditato, in una parola è un’astuta strategia che fa assegnamento sulla dote del vino, che rende assoluta, inesorabile e molto, molto importante la valutazione in punti on the Wine Spectator 100-point scale.

Naturalmente la costruzione dell’immagine della rivista come luogo in cui si crea l’opinione, che rilascia valutazioni molto importanti non deve sconvolgere, come anche non deve incuriosire il fatto che a queste si accompagnino dei profitti certi e non soltanto sotto forma di pubblicità che occupa metà delle colonne (in fondo una rivista deve pur vivere di qualcosa) e di pedaggi pagati da ristoranti per introdurre il loro nome nella lista dei migliori per finire con quelle 72 bottiglie per ogni vino inviate alla redazione dai produttori (come ha saputo Wojciech Bonkowski in Priorato) se vogliono che la scelta dei loro vini venga confermata nella lista dei 100 vini dell’anno. Mettiamo che debbano presentarle qua e là, farle assaggiare al presidente, verificarne la qualità dopo un anno. Tuttavia può stupire, e anche sconvolgere, che la rivista più famosa al mondo dedicata al vino secondo i migliori principi americani della prammatica si è trasformata in un mero prodotto tecnico e mercantile.

Cerco di colpire questo elefante con l’appendice del bastardino della Vistola non per motivi d’invidia o spirito di rivalità. Veramente non cambierei nulla della capricciosa espressione del pensiero nel ricordare ogni due righe che al vino di cui parlo ho dato 91 punti (on the Magazyn Wino 100-point scale). Si tratta del modo riduttivo di parlare del vino, del quale Wine Spectator è diventato impareggiabile maestro e che si impone come modello alle altre riviste. Quando nelle diverse manifestazioni vinicole converso con i giornalisti e i produttori, mi informo di una moltitudine di cose interessanti: la gente ha tanto da dire, tanto si può sapere da loro, imparare, da ciò tante polemiche e discussioni. Tutto questo poi dove si perde? Perchè si ottiene così poco dalle colonne delle riviste, perchè lisciano il loro vero volto e si spalmano di vaselina innocentemente come il proverbiale culetto dei neonati?

I senior editors di Wine Spectator restano stabilmente a Bordeaux, in Borgogna o in Piemonte, perchè dai loro testi si può ricavare soltanto così poco? A prima vista la risposta sembra chiara: è di colore verde, circa quattro centimetri per dieci e su di essa compaiono diverse cifre. Quando pongo delle domande, quelle intelligenti persone intelligentemente sorridono e intelligentemente spiegano che non si pubblica niente d’altro e i produttori non vogliono né vedere né leggere.
Nel romanzo di Milan Kundera “Immortalità” si affaccia il concetto dei “brillanti alleati dei propri becchini”. Chi sono quegli alleati dei becchini?

Una delle basi di quel romanzo è un certo Grizzli che si rivolge all’eroe principale, il cinico Paul, che intelligentemente parla a lungo di Beethowen e di soldi con queste parole: “niente pretende dal pensiero uno sforzo più grande dell’argomentazione per giustificare la mancanza di pensiero. Dopo la guerra ho potuto constatarlo con i miei occhi, gli intellettuali e gli artisti hanno aderito come vitellini al partito comunista, che li ha liquidati con grande piacere e sistematicamente. Tu fai esattamente lo stesso. Sei un “brillante alleato dei propri becchini”.
Quando siamo troppo intelligenti e cinici, per parlare del vino come inesauribile e inafferrabile, oscuro oggetto del desiderio, e continuamente ricordiamo che in realtà si tratta di prodotto, mercato, punti e vendite, diventiamo alleati dei propri becchini. Brillanti per 100 punti (on the Wine Spectator 100-point scale).

Marek Bienczyk
(mbienczyk@hotmail.com e redakcja@magazynwino.pl)





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