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DICONO DI LUI del 27/03/2000

La RVF innalza un...Altare al Barolo...


Nel numero di dicembre ’99 – gennaio 2000, la prestigiosa Revue du vin de France, la più antica e la più autorevole (così credevamo) testata dedicata al vino edita in Francia, ha pubblicato un vasto e circostanziato articolo (oltre 9 pagine) firmato da Dominique Couvreur, collaboratore, ma non membro del Comité de dégustation, della rivista, dedicato ad un itinerario nella Langhe. Nel pezzo si parlava delle zone del Barbaresco, del Barolo e del Roero, e si segnalavano una serie di produttori, i migliori a detta dell’autore, quelli “da non mancare”, con sommarie presentazioni e note di degustazione di alcuni vini.

Entusiasti di trovare su una testata vinicola francese un articolo dedicato ai grandi rossi di Langa, rimanevamo però delusi e perplessi riscontrando che l’autore, invece di fornire, come sarebbe stato logico e corretto, una panoramica dettagliata della situazione produttiva, segnalando produttori tradizionalisti e modernisti, Barolo e Barbaresco old style e Barolo e Barbaresco stile barrique, rotovinificatore e macerazioni brevi, si limitava, chissà perché, consigliato chissà da chi (???), a tessere le lodi, salvo una veloce citazione di Beppe Rinaldi, di Vietti e di Aldo Conterno, esclusivamente di rappresentanti della new wave dei due grandi rossi, facendo disinvoltamente credere al lettore francese che il Barolo e il Barbaresco, oggi, anno Duemila, vengono prodotti solo in ossequio alla modernità.

Per manifestare il nostro stupore e per tentare di ristabilire un minimo di verità e offrire ai lettori francesi elementi di riflessione e maggiori tessere al puzzle, incompleto, fornito da Couvreur, (il arriva a scrivere testualmente “Elio Altare è un Don Chisciotte in crociata contro le tradizioni e la routine, a colpi di dazibao che tappezzano la sua cantina”) abbiamo indirizzato, il 27 gennaio, una E-mail al redattore capo ed editore ( e autore, insieme a Michel Bettane, dell’ottima guida Classement des vins et domaines de France ) Thierry Dessauve.

Con grande sorpresa abbiamo verificato che la nostra lettera non è stata cestinata, ma sebbene tagliuzzata qua e là, con tagli che non facilitano la comprensione e ci fanno dire cose che non abbiamo detto, la lettera, attribuita ad un Franco Ziliani di Bologna e non di Bergamo, provincia dove effettivamente viviamo, è stata pubblicata nel numero di aprile che abbiamo appena ricevuto.Ma senza indicare in alcun modo che lo scrivente è un giornalista italiano che si occupa di vino e non un rompiscatole qualsiasi.

Ne riportiamo qui di seguito la versione integrale, tradotta in italiano dall’originale francese, lasciando ai lettori di WineReport l’incombenza di riflettere sullo stile dei colleghi francesi e sul loro “spigliato” modo di presentare ai lettori una delle più importanti zone vinicole italiane. Cosa sarebbe successo, ci chiediamo, se in un articolo dedicato all’AOC Pauillac, Gevrey-Chambertin, Côtes du Rhône, il sottoscritto avesse parlato solo di un gruppo ristretto di produttori, quelli più moderni ed efficaci nel gestire le pubbliche relazioni (anche con i giornalisti transalpini), dimenticando di citare i vignerons che hanno fatto e rappresentano ancora la storia di queste appellations ? Couvreur, Dessauve & co non sarebbero finiti col bollare la superficialità e il pressappochismo di una critica…”à l’italienne”?

f.z.

All’attenzione di Thierry Dessauve

Rédaction Revue du vin de France

Signor Dessauve, sono un giornalista italiano che si occupa di vini e di enologia. Conosco molto bene il Piemonte e la regione di Alba, le denominazioni Barolo e Barbaresco e Le scrivo per manifestarLe la mia sorpresa alla lettura dell’articolo di Dominique Couvreur “Le Piémont tire les Langhe” apparso nel numero di dicembre – gennaio della RVF ( di cui sono abbonato ) e che ho ricevuto solo ieri. Ero molto felice di trovare nella Sua eccellente rivista un articolo che presentasse ai lettori francesi la meravigliosa regione delle Langhe e grandi vini come il Barolo e il Barbaresco, ma a lettura terminata devo confessarle tutta la mia delusione. Non so proprio come il signor Couvreur, con il quale mi piacerebbe molto parlare, abbia deciso di organizzare il proprio itinerario e quale tipo di consigli abbia ricevuto e da chi.

Il risultato è singolare, perché l’articolo presenta solo un’immagine incompleta e parziale delle denominazioni Barolo e Barbaresco, e dei suoi produttori. Consigliato, credo, dai responsabili dell’associazione Slow Food, Couvreur ha deciso di presentare ai lettori della RVF solo un aspetto parziale dell’attuale produzione del Barbaresco e del Barolo, un’insieme di produttori innovativi che realizzano vini molto moderni che hanno molto successo negli Stati Uniti, ma che tuttavia non rappresentano che parzialmente la storia e il presente di grandi vini come il Barbaresco e soprattutto il Barolo.

Concentrare l’attenzione solo sui “modernisti” del Barolo, non segnalare tra i “vignerons da non perdere” autentici maestri della denominazione come Bruno Giacosa di Neive, Giacomo Conterno di Monforte d’Alba, Bartolo Mascarello di Barolo, (che tutti definiscono il “grande vecchio”, l’anima del Barolo), citare solo en passant Beppe Rinaldi, parlare dei Poderi Aldo Conterno solo per segnalare che “il cambiamento generazionale in questa casa storica sembra accompagnarsi ad un uso un po’ eccessivo di legno nuovo” credo non possa rappresentare la realtà, molto più complessa, dei mondi del Barolo e delle Langhe.

I produttori che M .Couvreur ha scelto sono certo importanti e rappresentativi dell’aspetto moderno del Barolo, ma quanti vignerons continuano a produrre ottimi vini all’antica, nello stile tradizionale ! E’ un vero peccato che in questo articolo, che mi ricorda il numero speciale Piémont della rivista svizzera Vinifera ( articolo con molti limiti e nel quale – come ho scritto recentemente su WineReport e su Barolo & Co. – l’autore ed editore, Jacques Perrin, fa una bella promozione soprattutto ai vini di cui è distributore in Svizzera…), di questa complessità, dell’attuale e importante dibattito tra le due sensibilità e relativo alla modifica di una base ampelografica del Barbaresco e del Barolo, (100% Nebbiolo, ma ci sono produttori che preferiscono aiutarsi, così pare, con del Cabernet Sauvignon, del Merlot o del Syrah…), il signor Couvreur non parli.

Nel mio giornale su Internet, WineReport, che La invito a visitare, ho molto parlato e continuo a farlo di tali questioni, perché oggi l’immagine, l’identità di questi vini, un po’ troppo sconvolta da modernisti come Altare, Clerico e Rivetti ( che Couvreur presenta come un punto di riferimento, ma che può vantare solo una storia molto recente come produttore di Barbaresco…) è in pericolo.

Sono a Sua disposizione, i produttori delle Langhe mi conoscono molto bene e conoscono i miei punti di vista in merito, per fornirLe altri dettagli e per inviarLe miei articoli apparsi nella rivista pubblicata in Piemonte Barolo & Co, e spero di poter fare la Sua conoscenza. Sarei lieto se potesse pubblicare nella RVF un estratto della mia lettera, per informare i lettori francesi che i mondi del Barolo e del Barbaresco sono molto più complessi rispetto al ritratto fornito da Dominique Couvreur. Cordiali saluti Franco Ziliani

Sul numero di aprile della Revue du Vin de France, con un titolo che è tutto un programma “A’ l’italienne” – all’italiana, è stato pubblicato un ampio estratto della mia lettera, con una serie di tagli che hanno reso ardua in alcuni punti la comprensione (come ad esempio quando eliminando il riferimento a Giorgio Rivetti mi si fa attribuire a Elio Altare una sua inesistente produzione di Barbaresco…) con una risposta siglata da Dominique Couvreur (D.C.) di cui riportiamo la traduzione.

“ Rassicuriamo il Signor Ziliani: Michel Bettane ( il massimo esperto della rivista, che non figurava come co-autore dell’articolo – n.d.t.) ed io siamo abbastanza grandi per scegliere, sulla base delle degustazioni, i vini che ci piacciono di più. Ci ha pertanto letto distrattamente, perché noi abbiamo (in particolare in relazione ad Angelo Gaja) scritto che noi preferiamo i vini a base Nebbiolo. Lei si intestardisce nelle proprie argomentazioni accusandoci di difendere vini “che hanno molto successo negli Stati Uniti”, prima di rimproverarci più avanti di criticare “l’uso eccessivo del legno nuovo” nei vini di Aldo Conterno. Ci perdonerà infine di non prendere l’età dei un vignaiolo come criterio d’eccellenza e di opporre “il grande vecchio” Barolo Mascarello a Rivetti “ che vanta una storia molto più recente”

Tono vagamente arrogante a parte, il collega francese, oltre a non aver capito che noi avevamo ironizzato sul fatto che lui trovasse un eccesso di legno nuovo nei vini di Aldo Conterno e non riscontrasse lo stesso difetto, moltiplicato, nei Barolo e nei Barbaresco dei modernisti da lui esaltati, i cui vini sono davvero celebrazioni dal legno nuovo…, ha evitato accuratamente di rispondere alle nostre fondate obiezioni.

Non ci ha spiegato perché avesse fornito – su un giornale francese che non parla tutti i giorni dei grandi rossi albesi… - un ritratto così parziale e fazioso del panorama produttivo del Barolo e del Barbaresco, da chi fosse stato guidato o consigliato, perché avesse accuratamente evitato – guarda caso ! – di nominare i grandi vecchi del Barolo, perché non avesse raccontato, seppur per sommi capi, ai suoi lettori, che nell’universo dei vini albesi esistono differenti sensibilità e stili. E perché, sostanzialmente, si fosse uniformato, nella scelta dei produttori da segnalare, ai giudizi, alle predilezioni, alle posizioni dell’onnipotente – anche i francesi arrivano adesso a condizionare !… - Slow Food.

Prendiamo pertanto atto, dalla risposta da professorino del confrère d’Oltralpe, che lui è maggiorenne e vaccinato e capace di selezionare i vini migliori e di innalzare alla gloria degli altari i soliti noti. E di ignorare invece, come ha assurdamente fatto nel suo articolo apparso sulla RVF, i produttori che hanno fatto e continuano a fare la Storia – non la cronaca quotidiana, il piccolo cabotaggio, le vicende più o meno luminose – del Barbaresco e del Barolo. Ai lettori, italiani, o francesi, il giudizio finale sull’attendibilità di un simile modo di intendere la professione di giornalisti e critici del vino. Il nostro, abbastanza chiaro, ce lo siamo già fatto

Franco Ziliani








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