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DICONO DI LUI del 05/04/2005

Sangiovese 1999: troppo legno e super estrazioni compromettono la tipicità dei vini


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Ottimo lavoro della rivista bimestrale inglese The World of Fine Wine, che sul numero 4 nella sezione “laying down” (che potremmo liberamente tradurre vini da lasciare riposare), ha pubblicato un ampio wine tasting di vini Sangiovese in purezza dell’Italia Centrale dell’annata 1999. La presentazione della degustazione, che ha coinvolto anche due esperti come Stephen Brook e Alison Buchanan, è stata affidata al master of wine e wine writer ottimo conoscitore dell’Italia e dei suoi vini Nicolas Belfrage. Che, per inciso, sta proprio lavorando ad un libro dedicato al Sangiovese e ai suoi vini.

L’articolo è aperto da un’introduzione storica, che documenta l’antichissima presenza del Sangiovese nel Centro Italia sin dall’epoca degli Etruschi, e ricorda come nel Novecento per lungo tempo ci si fosse dedicati ben poco a ricercare cloni qualitativi con selezioni massali o di altro tipo, così che le “differenti sottovarietà, modificandosi in base alle esigenze dei diversi terroir, divennero una moltitudine. Negli anni Sessanta e Settanta si cercò di modificare la situazione proponendo solo alcuni cloni per i reimpianti nell’epoca del boom, anche se i vivaisti si concentrarono più sulla quantità che sulla qualità”. Ed è stato solo alla fine “ degli anni Settanta e negli anni Ottanta in molti casi che ci si dedicò seriamente a come migliorare la qualità del frutto, mediante nuovi cloni, differenti sistemi di allevamento e sesti d’impianto e altre tecniche.

Cogliere le differenze in un vigneto può richiedere molto tempo, servono anni ad un nuovo clone per svilupparsi, altrettanti per il vino e per correggere gli eventuali errori. Nel frattempo, poiché è necessario guadagnare per pagare e sostenere l’opera di miglioramento in vigneto ed in cantina, e poiché per farlo non c’è che vendere i vini prodotti, e renderli piacevoli alle persone che li comprano, tutto questo, in un contesto internazionale ha significato e comportato il dare alcune concessioni a taluni parametri organolettici che possono condurre lontano tra un prodotto assolutamente naturale. Il che, in Toscana, si è tradotto in due cose: uve francesi e piccoli fusti di legno francese”.

Secondo Belfrage “è molto difficile, nella vinificazione dei rossi di alta gamma di oggi, in Toscana e altrove, non imbattersi in note di legno tostato ed in taluni casi il legno, se ben utilizzato, può costituire un plus più che un limite. D’altro canto, nelle intenzioni della nostra degustazione ci siamo sforzati di restare il più lontano possibile da Cabernet, Merlot e Syrah che negli ultimi 25 anni hanno guadagnato così tanto terreno in Toscana, e sia utilizzati in purezza che in blend indiscutibilmente modificano il puro gusto toscano, al di là delle percentuali utilizzate. In altre parole era nostra intenzione verificare quanto un buon Sangiovese potesse valere da solo”.

La degustazione si è così svolta con la piena consapevolezza che “per quanto riguarda la ricerca in corso sul Sangiovese le cose andranno sicuramente meglio tra qualche anno, diciamo intorno al 2020. Abbiamo pertanto scelto una buona e regolare vendemmia, recente ma non troppo, di modo che i vini avessero avuto un giusto periodo di tempo per maturare in bottiglia. Abbiamo così scelto il 1999, che inizialmente non è stata considerata una grande annata, la terza, in valore degli anni Novanta, dopo il 1990 ed il 1997, anche se oggi possiamo affermare che è più equilibrata e tipica del tanto celebrato ’97”.

Nel corso della degustazione, il panel ha giudicato il “livello qualitativo ragionevolmente alto, anche se nessun vino è apparso di stupefacente e affascinante bellezza. I vini che hanno palesato un eccesso di legno sono stati penalizzati nei giudizi (espressi, va ricordato, in ventesimi), ma vini di stile moderno con un legno ben integrato hanno riscosso un generale consenso. Come linea di tendenza generale il panel ha giudicato meno favorevolmente i vini tendenti ad uno stile più tradizionale, dalle note di ciliegia e foglie di te, un corredo acido bilanciato da un frutto dolce e carnoso e da una notevole quantità di tannini, anche se maturi”.

Verificando i risultati finali della degustazione, ai primi posti, accanto a tre Brunello di Montalcino (Pian delle Vigne di Antinori, Gualto di Casigliano e Brunello della Fattoria dei Barbi nelle prime cinque posizioni della classifica) troviamo, sorprendentemente, due Chianti Rufina, il Bucerchiale di Selvapiana al primo posto con 18/20 e il Montesodi di Frescobaldi terzo con 17/20 e a poca distanza tre Vino Nobile di Montepulciano: il Vigna del Nocio di Boscarelli, l’Antica Chiusina della Fattoria del Crro e l’Asinone di Poliziano, a 16,5/20. I vini provenienti dall’area del Chianti Classico, solo metà dei quali Docg, gli altri Toscana Igt, sono andati decisamente meno bene ed i migliori risultano, con 16,5/20 il vino del Castello di Ama e la riserva di Nittardi. Su 50 vini, circa il 60% ha ottenuto una valutazione intorno ai 14,5/20 o poco più.

Altri buoni punteggi hanno conseguito, con 16/20 i Brunello Val di Suga di Angelini, il vino di Argiano, la Vigna di Pianrosso di Ciacci Piccolomini, nonché i vini di Siro Pacenti e di Valdicava. Risultati sorprendentemente deludenti per Le Pergole Torte di Montevertine, il Brunello di Biondi Santi (ancora bambino per essere apprezzato in una degustazione del genere) e quello di Gianni Brunelli, il Cepparello di Isole e Olena, il Chianti Classico riserva Rancia di Felsina, sul cui valore paradigmatico, come grandi Sangiovese, il sottoscritto metterebbe invece la mano…

Come osserva Belfrage, “il giudizio generale, a giudicare dai punteggi, è che i vini base Sangiovese dell’Italia centrale sono già dei vini molto validi, che possono ancora migliorare e nelle migliori espressioni raggiungono una qualità e una classe internazionali. Ma c’è ancora molto lavoro da fare, in cantina ed in vigneto, prima che possano dimostrare pienamente di poter fare a meno delle “stampelle” francesi. Siamo persuasi di questo o pensiamo di esserlo, ma abbiamo bisogno di conferme”.

Questa la parte introduttiva alla degustazione, ma è interessante anche capire come abbiano commentato i tre componenti del panel i vini (l’articolo mostra le note di degustazione date da ognuno dei tre ad ogni vino), l’insieme dei Sangiovese 1999 loro proposti.
Belfrage conferma sostanzialmente quanto detto in sede di presentazione e cioè che “cercava il vero carattere del Sangiovese, ma in effetti ha trovato un sacco di legno che comprometteva la purezza del carattere. E che molti vini, sebbene ben fatti, non lo fossero abbastanza per convincermi che i produttori toscani abbiano recapito il messaggio che la loro unica chance in un così super competitivo mercato mondiale consista nel concentrarsi solo in quello che possono veramente dare di unico, in termini di aroma e di tessitura dei vini”.

Anche Alison Buchanan concorda sostanzialmente con il punto di vista di Belfrage, “grande impressione per il livello generale, tuttavia ho trovato un ampio numero di vini “moderni” dove il legno nuovo e la super estrazione mascheravano la tipicità dei vini. Perplessità anche dal punto di vista dei prezzi. Alcuni produttori ritengono che i loro vini giustifichino un prezzo da deuxième cru di Bordeaux. In Italia, come in Spagna, è il mercato interno a dettare il prezzo, ma i vini che localmente hanno alti prezzi, sostanzialmente accettati dagli appassionati, molto semplicemente non possono funzionare su un mercato internazionale”.

Il terzo componente del panel, Stephen Brook, peraltro un buon conoscitore dei vini italiani, pur giudicando il wine tasting faticoso per “la quantità dei tannini, e l’alto livello dell’acidità e in qualche caso dell’alcol”, è convinto che ci fossero “alcuni grandi vini e altri piuttosto deludenti. Il principale problema dei vini è rappresentato dall’eccesso di estrazione, un problema che i francesi hanno in gran parte superato. Spesso nella degustazione un vino mostrava un frutto sontuoso ed un legno usato bene, ma finiva con l’essere danneggiato e compromesso da una quantità eccessiva di tannini sul finale, spesso asciutti e astringenti. In altri casi un vino poteva apparire privo di equilibrio, anche se era difficile giudicare se avrebbe potuto diventare più armonico nel tempo”.

Il principale problema, anche per Brook, è “la carenza di tipicità. C’erano un sacco di vini splendidi, ma che non avevano in alcun modo il gusto del Sangiovese. Ho cercato di giudicarli e di assegnare loro punteggi come vini in sé, piuttosto che vini base Sangiovese, ma mi sembravano vini confezionati per la stampa e per il consumatore americano. Un buon Sangiovese è naturalmente dolce e succoso, ma ha anche una certa acidità ed è elegante e vivo piuttosto che sontuoso. Tuttavia ho trovato anche molti vini autentici nella degustazione e ho cercato di dar loro valutazioni elevate”.

In conclusione non c’è di che essere entusiasti per queste osservazioni dei tre esperti britannici, e soprattutto leggendo note di degustazione che dicono, testualmente, “colore molto intenso, in maniera sospetta. Naso atipico, stile moderno, nulla a che fare con il Sangiovese”, oppure “Sangiovese atipico, potente, grasso e maturo, profuma come un Syrah: ma è veramente Sangiovese?”, e ancora “ un senso di meraviglia, ma non in senso positivo. Questo vino è scuro come il panciotto del principe dei demoni ! Un colore stupefacente, totalmente opaco. Pepato e simile ad un Porto. Massicciamente estratto e salvato solo dai tannini. Probabilmente un vino internazionale di alto prezzo troppo potente e sbilanciato secondo me”. E questo non nel caso di Igt, dove ognuno può giostrare come vuole nel mix delle varie uve, ma di vini Docg, dove il contributo di altre uve che non siano Sangiovese dovrebbe essere pari a zero, come nel caso del Brunello, o contenuto nelle percentuali, peraltro generose, fissate dai disciplinari vigenti e non lasciato, come pare di capire dalle osservazioni dei wine writer di The World of Fine Wine, alla libertà (o all’arbitrio ?) dei produttori…
Parafrasando un celebre spot pubblicitario di qualche anno fa: il Sangiovese è Sangiovese, ma se non è Sangiovese, che Sangiovese di Toscana è?





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