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NEWS DELLA SETTIMANA del 18/03/2005

In ricordo di Bartolo Mascarello, coscienza critica del Barolo


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Non si ripeterà più il rito, caro a tutti gli appassionati del Barolo, di ogni sensibilità e orientamento, a scrittori, intellettuali, personalità della politica e della cultura, di suonare al campanello di via Roma 15 a Barolo per essere ricevuti, anche solo per un saluto e per una breve conversazione, davanti ad un bicchiere, dal grande vecchio e dalla coscienza critica e vigile del Barolo.

Il grande cuore di Bartolo Mascarello, 78 anni, una delle più alte figure del panorama del re dei vini di Langa, il simbolo, il tenace difensore della migliore tradizione, (“l’ultimo dei mohicani” come amava farsi chiamare), il grande testimone di una storia e di un’identità del re dei vini italiani che vengono da lontano, sabato 12 marzo si è fermato. Ora Bartolo, che negli ultimi anni, impossibilitato da una malattia a percorrere le amate vigne e ad occuparsi di tutte le numerose incombenze che competono ad un vignaiolo, si era inventato “artista”, e di talento, disegnando e colorando, per la gioia dei collezionisti le fantasiose etichette del suo grande vino coniando slogan che hanno fatto discutere, riposa nel piccolo cimitero di Barolo, posto proprio di fronte alla collina dei Cannubi, uno dei vigneti che maggiormente hanno fatto la leggenda del Barolo.

Ad accompagnarlo, in questo ultimo viaggio, a confortare la figlia Maria Teresa, (che già lo affiancava da tempo e che ha curato, con eccellenti risultati, le vinificazioni e gli affinamenti nelle ultime annate), e la moglie Franca, e sodali come Beppe “Citrico” Rinaldi e Teobaldo Cappellano che con Bartolo hanno formato un sodalizio fortissimo e in totale unità d’intenti, e che gli sono stati vicini sino all’ultimo, tantissimi amici. Vignaioli di ogni ispirazione e tendenza (voglio citarne alcuni tra i tantissimi visti: Mauro Mascarello, Giacomo e Cristina Oddero, Oreste e Enzo Brezza, Massimo Martinelli, Elio Grasso, Quinto Chionetti, Laura e Giuseppe Cavallotto, le sorelle Burlotto, Luigi e Roberto Minuto, Sergio Barale, Giacolino Gillardi, Romano Dogliotti, Pietro Ratti, Milena Vaira, Tiziana Settimo, Francesca Camerano, ma anche Elio Altare, Nicoletta Bocca, Enrico Scavino, Luca Sandrone, Chiara Boschis, Marco Parusso, Domenico Clerico, Enrico Cordero di Montezemolo, Aldo Vacca, Paolo Saracco, Enzo Boglietti, Angelo Ferrio), il patron di Slow Food Carlo Petrini, e poi Lorenzo Tablino, giornalisti e sommelier come Elio Archimede e Giorgio Rinaldi, grandi gourmet come Giorgio Grigliatti e Rino Fontana, osti e ristoratori, tra cui i proprietari del ristorante Locanda Il Povero Diavolo in provincia di Rimini, in compagnia dei quali avevo fatto, poco prima di Natale, la mia ultima visita a Bartolo, ma anche testimoni e compagni di strada di un impegno, politico e civile, che in Bartolo non è mai mancato e che ha caratterizzato, accanto al lavoro di produttore di vino, la sua attività.

E’ stato bello e consolante, in questa cerimonia rigorosamente civile, (Mascarello è stato coerente fino in fondo), svoltasi di fronte al cimitero e non in chiesa, sentire le parole di ricordo dedicate a Bartolo da tante persone diverse, (il Sindaco di Barolo, l’avvocato Giancarlo Bongioanni, la figlia maggiore di Beppe Rinaldi, un commosso e commovente Teobaldo Cappellano capace di trovare le parole giuste che ci hanno toccato nel profondo e che ho il piacere di riportare in coda a questo articolo, e altri ancora), che hanno ricordato il loro legame con questo piccolo grande uomo che ha sempre elevato il vino a dignità di opera d’arte e non l’ha mai banalizzato né mercificato, né svilito. Sforzandosi invece, e la stessa cosa, ne sono certo, farà ora Maria Teresa, di far capire come una bottiglia di Barolo esigesse rispetto e come dentro ci fossero la fatica e la dignità contadina, il duro lavoro nelle vigne, il ricordo di chi prima di lui aveva contribuito, con il proprio esempio e la propria opera, a rendere il Barolo quella cosa magnifica e grande che è oggi.

Un’emozione forte essere lì, in un pomeriggio di primavera baciato dal sole, mentre impegnate sui Cannubi e sul Castellero lontane figure di vignaioli dimostravano, lavorando duramente in vigna, che la vita deve andare avanti, anche in una giornata di lutto come questa, e toccare con mano l’affetto, così caldo, così forte, ma anche così difficile da esprimergli, quando lui, persona asciutta e anti retorica come poche, era ancora in vita, che tutti noi sentivamo e abbiamo sempre sentito per lui. La gratitudine per essere stato un esempio, un magnifico segno di contraddizione, una certezza, in un mondo dove le banderuole, i cambiamenti strategici e utilitaristici di schieramento, gli opportunismi, le furbizie e le vigliaccherie, anche nel mondo del vino, eccome, sono prassi comune.

Bartolo Mascarello era entrato in cantina nei primi anni Sessanta, affiancando il padre, Giulio, (nominato primo Sindaco di Barolo subito dopo la Liberazione) che nel 1918, reduce dalla dura esperienza della Guerra, si era messo in proprio, diventando produttore di vini. Cresciuta passo dopo passo, affiancando alla normale vendita ai privati del vino in damigiane, una piccola produzione in bottiglia, e acquisendo piccoli appezzamenti di vigna in alcune delle migliori posizioni di Barolo, nei Cannubi, a San Lorenzo e Rué, e poi, più tardi, nelle Rocche di La Morra, la cantina si era conquistata progressivamente una propria autorevolezza e un indubbio prestigio. Diventando, agli occhi degli appassionati, disorientati dai cambiamenti e delle innovazioni, spesso traumatiche, introdotte nel mondo del Barolo negli anni Ottanta, un punto di riferimento, una certezza, in grado di proporre Barolo in grado di evolvere armoniosamente nel tempo.

Una certezza che proprio come qualche giorno fa, chi scrive, aveva avuto la fortuna di verificare, partecipando ad una degustazione verticale di dieci annate, in magnum, del Barolo di Bartolo, organizzata dall’A.I.S. di Como e dall’amico Giorgio Rinaldi, e restando, come tutti gli altri partecipanti, colpito dalla grandezza, dalla freschezza e dalla vivacità del 1982, del 1985, del 1989 e persino di un sorprendente 1967.

Non potrò mai dimenticare il grato stupore di un gruppo di appassionati borgognoni, condotti in visita in cantina da Mascarello, lo scorso ottobre, conquistati da un 1989 e soprattutto dall’umanità di Bartolo, felice di rivolgersi, in francese, a dei francesi, e la fantasmagoria, come definirla diversamente ?, e la classe infinita di un magnum di 1964, sfoderato da Bartolo, alcuni anni fa, in occasione di una tavola rotonda da me organizzata insieme ad Andreas März, che vide per ore discutere appassionatamente di Barolo un parterre de roi formato da Aldo e Giovanni Conterno (scomparso lo scorso anno), Teobaldo Cappellano, Beppe Rinaldi, e Mauro Mascarello. E naturalmente, padrone di casa e nostro ospite, da Bartolo.

Con la scomparsa di Mascarello, vinificatore straordinario, e lucidamente fedele alla tradizione, ( non la vinificazione, stile francese, per singolo cru, bensì l’antica tecnica, tutta baronesca, di assemblare le varie uve provenienti dai diversi vigneti, per assicurare un maggiore equilibrio e una superiore armonia al suo vino), ma anche e soprattutto uomo di cultura, arguto polemista, strenuo difensore della Langa e del suo ambiente, talora sconciati da insediamenti spregiudicati e non rispettosi del paesaggio (contro cui aveva sempre fatto sentire, alta e sdegnata, la sua voce), il Barolo, ed il mondo del vino italiano perdono un esempio straordinario di coraggio, di dignità, di libertà.

Un uomo intimamente libero, in grado di sfidare le facili ironie di chi spacciandolo per “retrogrado” (per poi celebrarlo tartufescamente oggi come un grande..) criticava la sua scelta di mantenere, per il Barolo - “frutto della saggezza e dell’esperienza di chi ci ha preceduto”, amava dire - vinificazioni con lunghe macerazioni e paziente affinamento non in barrique (strumento di cantina di cui Bartolo è sempre stato nemico dichiarato, a tal punto da proclamarlo, apertis verbis, su varie etichette), bensì in grandi botti di rovere. Tutto secondo un’idea di tradizione, non mummificata, ma sempre aperta al nuovo, senza tagliare le radici con il passato da cui tutti veniamo. Cantore della Langhe e della dignità del lavoro in vigna (“la dignità che rivendica la storia della nostra terra e dei nostri contadini” ha splendidamente scritto Carlo Petrini in un commosso articolo sulla Stampa), Bartolo lascia un vuoto incolmabile e un ricordo indelebile in tutti noi che in questi anni abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo, di essergli amici e di volergli bene, come ad un vero maestro.

Il saluto di Teobaldo Cappellano a Bartolo Mascarello

Baldo torna a trovarmi, questo era Bartolo, l’uomo che ti faceva sentire importante. Lui a me. Io un nessuno alla ricerca di radici perdute, lui l’uomo, il vignaiolo più “noto” d’Italia, “l’esempio” che non ha mai cambiato pelle che non si è mai piegato o, peggio, fatto invaghire da chimere che avrebbero cambiato anche un santo.
Cosa ci ha dato Bartolo:
la capacità di far grandi cose piccole, la sua etichetta su Berlusconi; solo fatta da lui poteva avere la credibilità e l’impatto che ha avuto.

I suoi racconti delle piccole cose di Langa che assumevano dimensione d’insegnamento
le ormai vuote parole come onestà, rigore, tradizione, rispetto degli uomini e dell’ambiente che nei suoi scritti assumevano di nuovo forza, vigore, monito
la sua cantinetta, 30.000 bottiglie di dignità, di sapienza, di profumi di un orgoglioso passato senza ragnatele che oggi sono,(grazie Bartolo), un inno contro la globalizzazione.
Cosa ci lascia Bartolo:
“La dignità” d’essere vignaioli, l’orgoglio di vedere i nostri figli laureati in lingue o in ingegneria, proseguire nella memoria di un passato che molti hanno cercato di annullare, massificare, americaneggiare.

Questo ci lascia Bartolo, una Langa non prona, capace di colloquiare, come Lui con normalità faceva, con tutta l’intellighenzia, da Nuto Revelli alla Regina d’Olanda. Lo faceva donandosi, (così con tutti “compagno Bartolo )”, trattando il vino, “il Barolo”, come espressione del vivere, della bellezza, dell’arte.
Ci lascia poi Maria Teresa che da anni è il vino di Bartolo, orgogliosa come lui, testarda come lui, acuta, sensibile, attenta, capace, che ha solo necessità di spiegare le ali e volare, perché è grande ed ora dobbiamo riconoscerglielo, è sua figlia, Vostra figlia, Franca dal dolce sorriso.
Baldo Cappellano





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