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NEWS DELLA SETTIMANA del 04/02/2005

Valpolicella, questa sconosciuta! Sorprendenti risultati di un’indagine sull’Amarone


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Ci fosse stata presente la squittente Simona Ventura, alla presentazione, sabato 29 gennaio a Verona, dei risultati dell’innovativa indagine su “Gli italiani e l’Amarone della Valpolicella”, l’esclamazione sarebbe scattata perentoria: sorpresona !
Clamorosamente sorprendente, difatti, in base alle indagini condotte con metodologia scientifica e con sondaggi professionali dalla GPF & Associati e dalla Ispo, proposte in occasione del convegno “Le ragioni del successo, i rischi del futuro”, impeccabilmente organizzato dal Consorzio tutela vini Valpolicella nell’ambito dell’Anteprima Amarone 2001, scoprire che il celebre vino veronese, ottenuto con la speciale tecnica di appassimento delle uve, è molto meno conosciuto, dal pubblico normale dei consumatori, ma anche da parte degli addetti ai lavori, di quel che si pensi.

Secondo quanto ci hanno raccontato Bruno Berni della GPF & Associati e il professor Renato Mannheimer, il nostro caro, (in tutti i sensi, ormai, anche dal punto di vista delle palanche che occorre sborsare per aggiudicarsene una bottiglia…), Amarone, nonostante conti oggi su qualcosa come sei milioni di bottiglie vendute nel corso del 2003, su 5600 ettari vitati iscritti all’Albo del Valpolicella, su 1300 aziende che producono uve, 285 fruttai per la messa a riposo delle uve, 148 mila quintali messi a riposo nel 2004, e su valori ingenti che parlano di 130 milioni di euro per le giacenze di Amarone nelle cantine dei produttori e di 200 milioni di euro per il valore dell’Amarone al consumo, deve ancora fare moltissimo per farsi conoscere.

Amarone, un vino che piace, non solo agli esperti

La prima indagine, condotta su 100 operatori della filiera vitinivicola (produttori, ristoratori, enotecari, giornalisti), intervistati tra metà dicembre e metà gennaio, ci ha detto, e lo sapevamo, che l’Amarone appare come un vino che piace, che ha riscontro presso la clientela soprattutto per la sua morbidezza e fruttosità, che è di moda, ed è tuttora in una fase di crescita e di sviluppo, per il 52% degli intervistati. Cui si contrappone una percentuale del 37% che lo vede in “maturità/stabilità” e un 11% che ne decreta la crisi/declino. Il 55% attribuisce questo successo al suo legame con il territorio, ad aspetti d’immagine o legati alla sua storia.

L’Amarone è visto come vino trasversale, in grado di essere apprezzato dagli uomini sui 40 anni, ma molto appealing per le donne, che lo preferirebbero a vini più impegnativi come Barolo e Brunello, e gradito per il 61% sia da uomini che da donne.
Secondo questa inchiesta il consumatore tipo di Amarone apprezza il vino, ma per il 77% non è riconducibile, se non per il 21%, alla categoria dei cosiddetti esperti, e questo consumatore tipo lo consuma per il 56% durante pasti o cene o importanti, lo vede come vino “da meditazione” per il 41%, e solo per il 23% al ristorante.

Amarone – Valpolicella un legame non così stretto

Fino a qui tutto bene. Le sorprese vengono, però, quando a differenza della maggior parte degli intervistati, convinti che la Valpolicella contribuisca in modo positivo all’immagine dell’Amarone, alcuni esperti interpellati, ma anche alcuni produttori, dicono invece che la Valpolicella - che risulta poco conosciuta e scarsamente valorizzata - non contribuisca in modo positivo all’immagine dell’Amarone. Questo perché, a loro avviso, nell’immaginario del consumatore e dell’appassionato “il marchio Valpolicella è piuttosto negativo”, perché viene “associato a vini a basso prezzo”,perché non tutti conoscono la Valpolicella e “conta solo il nome Amarone”, il vino che “ha fatto conoscere la Valpolicella altrimenti pochi saprebbero dove si trova”.

E’ difatti solo il 66% a pensare che la provenienza dell’Amarone dalla Valpolicella contribuisca in modo positivo a determinare la sua immagine presso il consumatore. Per costoro, però, l’Amarone resta qualcosa da far conoscere meglio, mediante una campagna basata sulla Valpolicella (37%), sull’Amarone stesso (21%), mediante un “coordinamento delle politiche commerciali” (30%).
Esperti contattati e produttori concordano tutti “sulla necessità di migliorare l’immagine dell’area di produzione e auspicano pertanto una valorizzazione della Valpolicella come territorio d’origine del vino Amarone”.

Ma cosa dice il normale consumatore dell’Amarone ?

Questi i risultati, già sorprendenti non poco, dell’indagine, condotta, tra gli esperti, dalla GPF & Associati, ma ancora più stupefacenti diventano analizzando i dati della rilevazione condotta dalla Ispo e coordinata dal professor Mannheimer, condotta su un campione rappresentativo della popolazione italiana, per genere, età, professione, titolo di studio, area geografica e ampiezza del comune di residenza, formato da 4087 persone di età superiore ai 17 anni.
Dimostra difatti di conoscere l’Amarone solo il 31% della popolazione, il 45% di chi lo conosce dichiara di sapere che è prodotto in Valpolicella, mentre il 55% di chi afferma di “conoscerlo” dichiara, 12%, che è prodotto in un’altra zona (variante dal Piemonte alla Puglia alla Sardegna, all’Emilia, alla provincia di Brescia), oppure, 43%, non sa o non risponde.

Tra quel 45% che ha abbinato l’Amarone alla Valpolicella c’è però un po’ di confusione geografica, perché a fronte di un 77% che giustamente colloca la Valpolicella in provincia di Verona, un bel 23% lo colloca invece in un’altra provincia. E poi tra quel 55% che pensa che l’Amarone sia prodotto in un’altra zona che non sia la Valpolicella, il 49% sa benissimo che la Valpolicella è in provincia di Verona, mentre il 51% colloca la bellissima serie di valli valpolicellesi in un’altra provincia.

Conosce l’Amarone ? Per il 69% un illustre sconosciuto !

Risultati, presentati in maniera brillantissima da Mannheimer, che derivano da un assunto, non positivo di partenza, quando di fronte alla domanda secca “Conosce, anche solo per averlo sentito nominare, un vino chiamato Amarone?”, il 69% risponde, senza esitazioni, “no, non ne ho mai sentito parlare”, mentre un solo uno per cento dichiara di conoscerlo e di consumarlo abitualmente, un 9% lo conosce e lo consuma abitualmente e un 21% ne ha sentito parlare, ma non lo ho mai consumato.

Quale difetto di comunicazione

Da questa indagine e da altri aspetti trattati nel corso del convegno (ne riparleremo più ampiamente in altro articolo), emerge che al di là della notorietà entro la cerchia ristretta degli addetti ai lavori, l’Amarone, della Valpolicella, ça va sans dire, non è poi così conosciuto e qualche difetto nella comunicazione di questo vino e soprattutto del suo strettissimo, inscindibile legame con il proprio territorio di produzione, esiste.

Legame vino – territorio la vera forza dell’Amarone della Valpolicella

Bisognerà riflettere e superare la tentazione, che in qualcuno potrebbe anche farsi strada, di parlare di Amarone tout court, senza fare riferimento a quella Valpolicella che, per alcuni, viene vista come un elemento deteriore. Sarebbe difatti un clamoroso errore. Ora che in base alle modifiche al regolamento comunitario n°753/2002, disposizione 316/2004, è consentito “l’uso di talune espressioni tradizionali ai Paesi terzi che soddisfino condizioni equivalenti a quelle imposte agli Stati membri”, e che la Comunità Europea ha liberalizzato l’impiego a livello internazionale di diciassette menzioni tradizionali riservate a vini italiani come Brunello, Amarone, Recioto, Morellino (vedi qui e qui) presto o tardi arriveranno sul mercato mondiale degli “Amarone” fatti chissà dove, in Argentina (prodotti magari da aziende venete che hanno fatto investimenti laggiù), piuttosto che in Australia, California o Cile, è indispensabile legare il vino al territorio e ripetere sempre, senza stancarsi, Amarone della Valpolicella, Amarone della Valpolicella, Amarone della Valpolicella e non limitarsi a chiamarlo Amarone e basta.

Non voglio dilungarmi in questa sede, ma al di là dell’ottimismo di facciata, che giustamente il presidente del Consorzio tutela vini Valpolicella Emilio Pedron deve mostrare, c’è qualcosa che evidentemente non funziona oggi, nell’universo di questo vino, fiore all’occhiello e simbolo, ma non locomotiva della Valpolicella.

Segni di malessere e indici preoccupanti

Perché se il buon senso torna a funzionare, con un quantitativo di uve a riposo, per Amarone e Recioto, che nel 2004 è sceso dalla quota record di 162 mila quintali del 2003 a 148 mila (ma erano 80 mila nel 1999, 117 mila nel 2000, 127 mila nel 2001 e ben 113 mila nel non certo favorevole 2002 !), e se la produzione cresce, avendo toccato quota 6 milioni di pezzi (compreso il Recioto) con il 2003 (erano 3.600.000 nel 2001, e 4.500.000 nel 2002), accade invece, segnale molto preoccupante e indicativo, che il prezzo medio delle uve, che era di 0,40 euro nel 1993, e aveva toccato la quota record di 2,30 euro nel 2002, nel 2004 è scesa a quota 1,20 euro, con un calo del 40% rispetto al 2003 e una perdita secca, in due anni, di metà del valore raggiunto nel 2002. Sono svendute le uve oggi, o erano piuttosto pazzescamente quotate due anni fa ?

E che dire, come ha denunciato Pedron, degli “ingiustificati timori di una non tenuta del mercato”, del fenomeno, osservato all’estero, ma anche in patria, di un repentino abbassamento dei prezzi, quasi una “svendita” delle bottiglie di Amarone della Valpolicella, nonché dei “troppi atteggiamenti speculativi e dei comportamenti spregiudicati che finiscono con il deprimere la competitività” di questo grandissimo rosso veronese ?
Interrogarsi su questi elementi, rispettare, come ha osservato Giorgio Pasqua, “l’Amarone della Valpolicella producendolo bene, oppure rinunciando a farlo”, impegnandosi per “fare un grande Valpolicella” e per proporlo non come un vino di serie B, ma come il grande vino di questa zona, mettersi in testa che “i controllo sul vigneto non sono un sopruso”, ma un dovere, e fingere di ignorare il fortissimo segnale lanciato da una percentuale significativa degli intervistati dalla GPF & Associati, ovvero il 56%, che attribuisce le ragioni di uno sviluppo rallentato o di un accenno di crisi per l’Amarone della Valpolicella soprattutto ad un “prezzo al consumo elevato”, è non solo importante, ma doveroso. Anzi, ineludibile, se si hanno davvero a cuore le sorti di questo grande vino e della sua area di produzione, la Valpolicella. Meglio interrogarsi a fondo oggi senza farsi cullare dal successo e dalle sue ragioni, per evitare che i rischi per il futuro, che ci sono, diventino, tra qualche anno, l’argomento di un altro convegno, dedicato, questa volta, alle… cause dell’insuccesso…





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