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NEWS DELLA SETTIMANA del 11/04/2000

Il Sorì San Lorenzo di Gaja abbandona la Docg


La notizia é clamorosa: Angelo Gaja, il più celebrato e prestigioso dei produttori di Langa, ha deciso di rinunciare, a partire dall'annata 1997, alla denominazione Barbaresco Docg per i suoi tre prestigiosi cru di Barbaresco, il Sorì Tildin, il Sorì San Lorenzo e il Costa Russi.

La denominazione di origine controllata e garantita verrà riservata unicamente al Barbaresco “base” o “normale”, mentre per il San Lorenzo (celebrato alcuni anni fa da un bellissimo libro di Edward Steinberg tradotto anche in italiano) e per i suoi fratelli, abbonati abitudinari ai “tre bicchieri”, alla selezione nei Top 100 di Wine Spectator, ai 95/100 di Robert Parker, alle acclamazioni planetarie, Gaja ha pensato ad una soluzione alquanto singolare e imprevedibile. Non verrà difatti utilizzata, come era tutto sommato lecito prevedere, in caso di rinuncia alla Docg, la Doc Langhe rosso, (che prevede l’uso di “vitigni raccomandati o autorizzati a bacca nera” compresi nell’apposito elenco in vigore nella provincia di Cuneo), bensì la Doc Langhe Nebbiolo, una denominazione di origine il cui disciplinare prevede tuttora, come nel caso delle Docg Barolo e Barbaresco, l’utilizzo di uve Nebbiolo al 100%.

Interpellato sulle motivazioni di questa decisione Gaja, pur confermandoci telefonicamente la veridicità dei “boatos” da noi raccolti da diversi produttori di Langa, ha preferito non rendere note le motivazioni della sua scelta, riservandosi di renderle pubbliche, in un comunicato in corso di preparazione, solo a fine mese. “Le roi” ci ha semplicemente assicurato di voler mettere a punto una strategia che consenta di , ma sui perché di una decisione che appare difficilmente comprensibile e che rischia oggettivamente di “de-potenziare” l’immagine e la credibilità di una denominazione, Barbaresco, che proprio Gaja, più di qualsiasi altro produttore, ha contribuito a rendere prestigiosa e ben nota in tutto il mondo e alla quale comunque il produttore d’altro canto dimostra in qualche modo di credere, visto che la conserva per il Barbaresco “normale”, bocche cucite e un diplomatico rinvio al comunicato ufficiale di fine aprile.

Rimanendo in attesa di conoscere, dalla viva voce del diretto interessato (e WineReport si dichiara sin d’ora pienamente a disposizione per registrarle integralmente), spiegazioni e presentazioni delle strategie future, non possiamo però esimerci, registrando questa clamorosa novità in arrivo da Barbaresco, dal manifestare alcune perplessità.

Non riusciamo a capire quali elementi costitutivi della denominazione Barbaresco Gaja ritenesse non più in sintonia con l’idea dei suoi celeberrimi cru, cosa gli andasse “stretto” in questo contenitore e in questa denominazione, perché abbia riservato questa destinazione solo ai cru e a tutto il Barbaresco da lui prodotto, quali maggiori garanzie o quale maggiore libertà ritenga possano offrirgli l’approdo ad una denominazione in verità non prestigiosissima come la Doc Langhe Nebbiolo, sinora considerata dai produttori solo come una Doc di “ricaduta” per le uve ritenute non all’altezza del Barbaresco e del Barolo.

Non riusciamo inoltre a capire perché Gaja, che pure non dovrà far fronte a nessun problema di tipo commerciale, ben consapevole che per i suoi aficionados internazionali, interessati al “vino griffe” Gaja, rivesta ben poca importanza trovare o meno il nome Barbaresco sulla bottiglia di Sorì Tildin, Sorì San Lorenzo e Costa Russi, abbia ritenuto utile scegliere, nell’ambito della Doc Langhe, la soluzione che comporta l’indicazione del nome del vitigno Nebbiolo. Ci rifiutiamo di credere che Gaja, forte del nome e del prestigio su cui possono contare i suoi crus di Barbaresco, vini che in un certo qual modo si vendono da soli, voglia collocarsi in qualche modo in un mercato, quello dei “varietals”, che gli è estraneo.

E siamo piuttosto curiosi di capire, una volta rese note le spiegazioni che il diretto interessato vorrà fornire, come verrà accolta non tanto dai consumatori ma dalla stampa internazionale che ha costruito il “mito Gaja” una simile decisione che ci ha colto doppiamente di sorpresa. Non vediamo l’ora di verificare se ci saranno critiche e perplessità, oppure se tutti batteranno le mani, magari per non turbare la suscettibilità di King Gaja, secondo il quale, come si può leggere in un’intervista rilasciata al numero di marzo di Vino & Città, “ i giornalisti italiani, salvo rare eccezioni, hanno delle simpatie, parteggiano “per”, se non sono anche faziosi (…) non manca fra essi chi sogna di trasferire ai grandi vini italiani quelle stesse polemiche che i quotidiani sportivi alimentano intorno ad alcune squadre di calcio di serie A…”.

La decisione improvvisa di Gaja difatti ci stupisce, perché ci ricordiamo ancora perfettamente una risposta secca che l’Angelo del Barbaresco diede ad una nostra osservazione, nel corso di un lungo e animato colloquio telefonico svoltosi ad inizio gennaio, a referendum sull’ipotesi di modifica del disciplinare di produzione del Barbaresco concluso (con la netta sconfitta di coloro che sostenevano l’utilità di un taglio del 3% con altri vitigni – rimandiamo i lettori alla lettura, negli archivi di WineReport, dei numerosi e vivaci articoli da noi dedicati a questo argomento). E ricordiamo nettamente come Gaja esclamasse: “Franco, ma sai benissimo che è molto più facile vendere un vino con scritto Barolo o Barbaresco in etichetta piuttosto che un vino proposto come Langhe Rosso”, quando accusammo di scarsa coerenza (diciamo così…) alcuni disinvolti produttori albesi che pur trovando “strette” o inadeguate o superate le denominazioni di origine controllata e garantita Barbaresco e Barolo, con il loro obbligo di legge di usare uve Nebbiolo in purezza, preferivano sfruttare il patrimonio collettivo e la popolarità di queste Docg, invece di proporre i loro vini, diciamo così innovativi, sotto forma di Doc Langhe Rosso, il che avrebbe consentito loro di sbizzarrirsi e scatenarsi in uvaggi e puzzles enologici…

Trascorsi solo tre mesi da quella privata confessione dell’irrinunciabile utilità del nome e della denominazione Barbaresco, e, ci parve di capire, della conferma del tenace attaccamento del produttore albese a quel nome, imposto come sinonimo di grande vino in tutto il mondo, sottratto al cono d’ombra procuratogli da un’erronea immagine di “fratello minore” del Barolo e proiettato verso le luci della ribalta e del successo, dobbiamo prendere atto che Angelo Gaja ha cambiato idea, strategia e progetto.

In attesa di conoscere ciò che l’Angelo del Barbaresco vorrà raccontarci, sollevando idealmente il bicchiere, brindiamo alle fortune passate, presenti e future del Sorì San Lorenzo, del Sorì Tildin e del Costa Russi. Qualsiasi identità possano assumere, Langhe Nebbiolo Doc piuttosto che Barbaresco Docg, rimarranno sempre, nell’immaginario collettivo, outstanding wines, vini fuoriclasse, in grado di far sognare, discutere, emozionare e persino svenare (con il loro prezzo decisamente d’affezione…) i consumatori più esigenti di tutto il mondo, i wine enthusiast per i quali il nome di Gaja è una garanzia, un sinonimo di qualità, un must, una blue chip, un titolo da new economy sul quale investire con piena fiducia, come un bene rifugio…

Franco Ziliani







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