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IL FRANCO TIRATORE del 18/02/2005

Il Sagrantino di Caprai miglior vino italiano? Ma mi faccia il piacere!


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Nell’articolo di congedo del 23 dicembre avevo promesso che avrei dedicato un commento alle ennesime dimostrazioni di come il discorso sul vino italiano abbia ormai imboccato un binario morto e una strada non solo senza via d’uscita, ma assolutamente oziosa e lontana dall’autentico sentire del consumatore.
Ora che però mi accingo a dire la mia sia sul risultato di una “classifica incrociata tra le valutazioni espresse dalle guide Gambero Rosso, L’Espresso, Associazione Sommelier, Veronelli e Maroni pubblicata da Milano Finanza”, che proclama il Sagrantino di Montefalco “25 anni” di Arnaldo Caprai quale migliore vino d’Italia, sia sulla rappresentanza dei vini italiani nella stucchevole classifica dei Top 100 della rivista Usa Wine Spectator, è forte la tentazione di dire “andiamoci a bere un caffè o a prendere una cioccolata, che è meglio”.

Un sistema di valutazioni da… rottamare
Questo non perché le due graduatorie siano prive, a mio avviso, di notevolissimi lati deboli e non siano, come invece secondo me sono, ampiamente confutabili (Sagrantino di Caprai miglior vino italiano ? Barolo 2000 di Cà Bianca (alias Gruppo Italiano Vini) e Brunello di Montalcino 1999 di Banfi tra i migliori 100 vini del mondo ? ma mi faccia il piacere, direbbe Totò buonanima…), ma perché è questo dannatissimo sistema delle valutazioni del vino, scandito a colpi di “tre bicchieri”, cinque grappoli, classifiche dei top 100, punteggi su base 100/100 di Wine Spectator o Wine Advocate, di classifiche comparative e combinatorie, di tabelle, di numero di pregi conquistati da questo o da quell’enologo, che merita di essere mandato bellamente a quel paese. Ovvero rottamato, buttato dalla finestra la sera dell’ultimo dell’anno, consegnato al passato, archiviato, morto e sepolto, senza più alcuna sua nostalgia.

Lati deboli e contraddizioni di graduatorie oziose

Certo, è ridicolo che dalla valutazione, seppur incontestabile e fatta nel migliore dei modi, incrociando i vaticini delle varie guide e sommando i vari punteggi, opera di Milano Finanza, emerga che migliori vini italiani non siano il Barolo Monfortino di Giovanni Conterno, il Barolo ed il Barbaresco di Bruno Giacosa, il Brunello di Montalcino di Soldera o di Biondi Santi o di Gianni Brunelli, il San Leonardo della Tenuta San Leonardo, i Barolo di Mauro (Giuseppe) Mascarello, di Bartolo Mascarello, di Beppe Rinaldi, Cappellano, Cavallotto, Roberto Voerzio, il Valtellina superiore Prestigio di Triacca, l’Amarone di Quintarelli o di Romano Dal Forno, il Flaccianello della Pieve di Fontodi, il Fontalloro della Fattoria di Felsina, Le Pergole Torte di Montevertine, il Vinsanto di Avignonesi, i Marsala di Marco De Bartoli, bensì, tenetevi forte, il Sagrantino di Montefalco “25 anni” di Caprai. Un produttore il cui merito consiste soprattutto, oltre che nel bell’aspetto molto curato, nell’essersi dato ben da fare, mediaticamente, per concentrare l’attenzione sul Sagrantino, nello spendersi abilmente in pubbliche relazioni e rapporti con la stampa, nel varare iniziative che fanno parlare e che attirano l’attenzione su di sé.

Un intreccio perverso tra stampa di settore e mondo del vino

Però, anche se mi sembra assolutamente una comica, una trovata da avanspettacolo e da Circo Togni (con tutto il rispetto per la celebre dinastia circense), il fatto che il Barolo Vursu Vigneto Campè 2000 di La Spinetta, azienda all’esordio nel campo, affollato e difficile del Barolo, figuri nelle posizioni di rincalzo dei “migliori vini d’Italia”, dopo il Sagrantino di Caprai, il Barbaresco “Rabajà” 2001 di Bruno Rocca e quello, immancabile, di Angelo Gaja, e altri must, mi pare tempo perso stare lì a contestare-confutare questo risultato. Un risultato che è fedele espressione di un sistema di pensiero e di valutazioni, quello fornito dalle varie guide e dalla stampa che fa…opinione, che, come ho già avuto modo di dire, è perfettamente funzionale e simmetrico al mondo del vino composto da quelle 100-200 aziende che tutti conosciamo.
L’uno è al servizio dell’altro, e non esisterebbe questo mondo del vino, che si illude che questa crisi sia passeggera e non invece costituzionale e tale da segnare la fine di un’epoca, per poter tornare ai fasti e nefasti degli anni Novanta e di inizio nuovo Millennio, se non ci fosse una stampa, vogliamo chiamarla amica e in perfetta sintonia, se non proprio compiacente o complice ? pronta a cantarne, comunque, le laudi, a celebrarne le gesta.

Top 100: un ozioso, banale, ripetitivo giochino di società

E i Top 100 di Wine Speculator (pardon, Spectator) poi, cosa vogliamo dire di questa stanca, caricaturale, parodistica fiera delle vanità che, ad ogni fine anno, pretenderebbe di proclamare, ad uso e consumo del colto e dell’inclita, quali siano i “migliori” vini dell’anno, quelli che hanno più appagato i preziosi palati dei vari esperti di questa testata, che solo gli storditi, o i blasfemi, possono ancora chiamare la “Bibbia del vino” mondiale ?
Vincitori e prime 10 posizioni a parte, ovvero
1 Château Rieussec Sauternes 2001
2 Casa Lapostolle Clos Apalta Colchagua 2001
3 Numanthia-Termes Toro Termes 2002
4 Paolo Scavino Barolo Bric dël Fiasc 2000
5 Peter Michael Les Pavots Knights Valley 2001
6 Tenuta dell’Ornellaia Toscana Masseto 2001
7 Château Lafite Rothschild Pauillac 2001
8 Greg Norman Estates Shiraz South Eastern Australia Reserve 1999
9 Château Suduiraut Sauternes 2001
10 Fontodi Colli della Toscana Centrale Flaccianello 2001

anche se egoisticamente, da un punto di vista patriottardo e tricolore, può anche farci piacere che siano tre i vini italiani che quest’anno si aggiudicano un posto tra le prime dieci posizioni della Top 100 della rivista statunitense Wine Spectator, ovvero il Barolo Bric dël Fiasc 2000 Paolo Scavino, piazzatosi al quarto posto, il Masseto 2001 Tenuta dell’Ornellaia, arrivato sesto, e il Flaccianello 2001 Fontodi, in decima posizione, e se ci può dare qualche soddisfazione annotare che nell’edizione 2004 la rappresentanza italiana comprenda in totale 17 vini (8 toscani, 4 piemontesi, 2 veneti, uno abruzzese, uno campano e uno siciliano), possiamo davvero far finta di credere che questa classifica sia qualcosa di diverso e di meglio di un ozioso, banale, ripetitivo giochino di società?

E sarebbe questa la “crema” della produzione italiana?

Possiamo far finta di credere che i 17 vini italiani più “interessanti” dell’anno, valutati secondo tre criteri: qualità, valore (prezzo), disponibilità (produzione), con in più un fattore x che può essere definito “excitement”, ovvero la capacità di colpire chi lo degusta, quelli che a parere della rivista Usa rappresenterebbero il meglio della produzione italiana possano davvero essere:
Paolo Scavino Barolo Bric dël Fiasc 2000
Tenuta dell’Ornellaia Toscana Masseto 2001
Fontodi Colli della Toscana Centrale Flaccianello 2001
Marchesi de’ Frescobaldi Brunello di Montalcino Castelgiocondo 1999
Castello Banfi Brunello di Montalcino 1999
Viticcio Chianti Classico Riserva 2001
Siro Pacenti Brunello di Montalcino 1999
Azelia Barolo Bricco Fiasco 2000
San Fabiano Calcinaia Chianti Classico Cellole Riserva 2001
Cà Bianca Barolo 2000
Castello di Querceto Chianti Classico Riserva 2000
Allegrini Verona Palazzo della Torre 2000
La Valentina Montepulciano d’Abruzzo 2002
Michele Chiarlo Barolo Tortoniano 2000
Inama Soave Classico 2002
Cusumano Insolita Chardonnay Sicilia Angimbè 2002
Feudi di San Gregorio Falanghina Sannio 2003 ?

Un’abile esercitazione di marketing

Certo, se accettassimo di partecipare a questo giochino, a questa abile esercitazione di marketing applicato alla comunicazione, dove l’importante è contare su un importatore abile, ben introdotto e ben ammanicato con i vertici di questa rivista, Usa (e getta), dovremmo chiedere a Mr. Shanken e al suo fido rappresentante in Italia Mr. Suckling, che fine abbiano fatto quei Barolo (di Roberto Voerzio e di Bruno Giacosa) ai quali hanno dato, non più tardi del luglio scorso, una valutazione iperbolica e stellare (la perfezione) di 100/100, visto che il Masseto 2001 proprietà di Mondavi (oppure dobbiamo scrivere Frescobaldi, chi ci capisce qualcosa !) con gli stessi 100/100 beccati nel numero del 31 ottobre finisce, a differenza loro, in classifica…

Ma non ci abbasseremo a tanto, non prenderemo sul serio una classifica dove tra i… migliori vini del mondo figurano addirittura la Falanghina “alla banana” di Feudi di San Gregorio (il cui proprietario abbiamo avvistato alla fiera del Bue Grasso di Carrù condotto in giro, con un altro noto produttore veronese uscito dalla Docg Recioto di Soave, nientemeno che da capataz vari di Slow Food…), e il Barolo dell’azienda piemontese proprietà del Gruppo Italiano Vini, non ci perderemo a discutere se in classifica, invece che 17 vini italiani, meritassero di entrarne 20 o 15, e se invece di molti dei vini italici che incredibilmente sono stati selezionati dovesse figurare questo o quell’altro vino del nostro privilegio…

Un approccio al vino giunto al capolinea

La vera questione, il nodo del contendere, è deciderci, una volta per tutte, a dichiarare esaurita ed esausta “la spinta propulsiva” di un simile approccio al vino, conclusa questa strana esperienza dove il discorso del vino è stato fatto anche ricorrendo ad anabolizzanti e steroidi, e condotto adottando un linguaggio ben lontano dal sentire autentico di un consumatore continuamente pompato e drogato, nonché indotto ad adottare schemi mentali, ad entrare in una spirale di luoghi comuni, frasi fatte, slogan senza alcun costrutto.
Ma chi se ne frega se in un’altra classifica, diffusa da un sito Internet, la graduatoria degli enologi italiani più famosi vede ai primi quattro posti il nume tutelare Tachis, seguito dal trio Cotarella (Riccardo), Ferrini Carlo e Rivella (Ezio), e se qualche altra rivista, è già successo, perderà tempo a calcolare quale sia stato l’enologo che ha avuto il maggior numero di vini premiati dalle guide!

Basta chiacchiere: torniamo a parlare seriamente di vino!

Torniamo a parlare di vino, signori miei, di concetti solidi come piacevolezza, equilibrio, armonia, di vini che sono fatti per essere stappati e bevuti fino in fondo con gioia e non “auscultati”, sezionati in tre, fatti oggetto di discussioni filosofiche e dispute sul sesso degli angeli, torniamo a parlare del lavoro serio, difficile, complesso, rischioso, dei vignaioli, senza preoccuparci se il vino venga fatto da loro oppure dal consulente di turno.
Solo in questo modo, con un ritorno con i piedi per terra, nella terra, nei vigneti, tra i grappoli d’uva, il discorso del vino ritornerà ad essere vera comunicazione, informazione ad uso del lettore e non l’attuale banale chiacchiericcio di chi, considerandosi l’ombellico del mondo, si riduce, consapevolmente o meno, a fare pubbliche relazioni e pubblicità al potente e al furbetto di turno…

Il Franco tiratore
francotiratore@hotmail.it





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