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IL FRANCO TIRATORE del 19/11/2004

Quelli che…se non costa non esiste. La crisi del vino e le colpe dei giornalisti


Per cortese concessione di Marco Mancini, direttore de Il Corriere Vinicolo, ho il piacere di ripubblicare l’intervento di Germano Pellizzoni, già direttore del mensile A tavola , pubblicato sul numero 42 del primo novembre del settimanale dell’Unione Italiana Vini. Inutile dire che concordo al cento per cento con le osservazioni e le chiamate di correo pronunciate dal polemico, e lungimirante, collega, non solo una delle penne più graffianti del panorama del giornalismo del vino italiano, ma, cosa rara, delle menti più libere e lucide.
f.z.

Caro Direttore,
ho letto su il Corriere Vinicolo del 18 ottobre l’inchiesta sull’aumento di prezzo del vino e lasciami dire che Ezio Rivella, con la sua consueta schiettezza nelle interviste, ha spiegato al bravo Bruno Donati esattamente per filo e per segno le motivazioni di questa crisi del mercato. Rivella ha detto chiaramente che parecchi produttori hanno provato a fare i Gaja, gli Antinori, gli Incisa della Rocchetta nei prezzi di vendita visto che, più o meno, avevano raggiunto questi miti nella qualità produttiva delle loro bottiglie. Un punto è, tra gli altri, ancora più interessante degli altri, quando cioè Rivella parla di costi: “Il costo di produzione di una bottiglia di vino di qualità non arriva ai 5 euro, qualunque vino di qualità. Tutto compreso.” La capacità di venderlo a dieci volte tanto è basata, spiega Rivella, su di un valore immaginario.

Facili illusioni
E qui, caro Direttore, consenti a un vecchio giornalista come me, cronista agli esordi, poi alla guida della macchina editoriale nei giornali e via via scalandola fino a fare per oltre un decennio il direttore in un rispettabile periodico del nostro settore, di raccontare agli amici che fanno parte dell’Unione Italiana Vini (cui Tu sai mi lega più della simpatia e della stima), e consentimi di raccontarla tutta, anche se molta gente nel mondo enogastronomico questa verità la conosce già ma non osa tirarla fuori in pubblico.

Il fatto è che, proprio per dirla tutta, bisogna dirla male dei giornalisti, di quelli del settore in particolare. Per farlo, ritorno a Ezio Rivella e alla sua intervista, quando, parlando del cliente che in un ristorante ha appena speso 100 o 150 euro per una bottiglia “…un conto è se dice: in fondo mi sono bevuto una bottiglia di Sassicaia o di Sorì Tildin e un conto è se dice: ho bevuto una bottiglia di Notte Bruna di produttore sconosciuto che però ho pagato carissima”. Già, ma allora il consumatore di Notte Bruna è un fesso, ma così fesso che ce ne sarebbero pochi sul mercato persino nei periodi di vacche grasse come gli anni che da poco abbiamo passato.

Nossignori, non è fesso, è stato illuso da chi gli ha raccontato la favola della Notte Bruna, da chi a quella bottiglia ha dato punteggi stratosferici sulle (troppe) guide che escono in Italia, da chi non ha esercitato il suo mestiere di critico con la dovuta severità.

Un circo mediatico
Attenzione: se da un lato affermo sulla base di 35 anni di mestiere che non ci sono attenuanti per i giornalisti del settore perché hanno tutti gli strumenti conoscitivi per capire, dall’altra arrivo a giustificare in parte i colleghi non addetti ai lavori che scrivono per compiacere le richieste del loro direttore o le esigenze della rubrica (che poi sono le stesse) soggiogati da un circo mediatico che ingoia ogni giorno novità su novità.
In soldoni, se hai la rubrica sul famoso settimanale e il direttore ti colloca nella sezione “vita di oggi” tra una scarpa di Prada e un jeans di Armani, tu finisci per scrivere di Notte Bruna come il tuo collega che si occupa di motociclette scriverà di quella due ruote artigianale da 50 mila euro che viene proposta per fare scena a Forte dei Marmi quando solo Valentino Rossi e una decina di suoi epigoni sono davvero in grado di guidarla.

E così di Notte Bruna ti vengono esaltati profumi e aromi incredibili (pelliccia di cerva bagnata, sentori di acacia del Mediterraneo sudorientale, crosta di pane azimo del Libano e via pontificando sciocchezze), ti vengono proposti abbinamenti assolutamente usuali della cucina di tutti i giorni (splendido con un cuscus di pesce d’altura, perfetto con un sashimi di verdure alle spezie sudamericane), ti viene detto che è la bottiglia suggerita dal celebre chef sempre in Tv o da quell’altro nel cui ristorante, com’è noto, ci vanno così tanti clienti che può permettersi di fare loro gli auguri di Natale chiamandoli al telefono uno per uno.

Guardate, cari lettori de il Corriere Vinicolo, che quella che state leggendo è la verità che molti di voi conoscono e non possono (o non vogliono) ammettere. Sapeste nella mia carriera quanti ristoratori e vignaioli ho incontrato che mi dicevano: “Lei ha ragione, ma chi me lo fa fare di andare contro i giornalisti? Gli offro il pranzo, o la bottiglia, ed è tutto grasso che cola!” Inoltre per molti produttori dei cult wines (come li chiama esattamente Rivella) scatta il fattore piccola quantità, perché debbono vendere molto spesso meno di 20 mila bottiglie di quel vino.

Carte dei vini speculari
Ora, se tira l’estero e se gira il denaro nella ristorazione italiana, a colpi di un paio di cartoni alla volta si finisce la scorta in cantina e senza sensi di colpa perché, se il patron del ristorante o dell’enoteca che li ha comperati è bravo, riuscirà a venderli al cliente fesso o alla moda (che per me è lo stesso!). È quando arriva la crisi economica che salta il meccanismo e tutti si mettono a piangere dando la colpa agli altri.

Inoltre lo sapete bene quanto conti il venditore per il vino. Negli anni Ottanta erano questi globetrotter con il copiacommissioni a fare da suggeritori alle allora nascenti guide enogastronomiche e a dare le dritte ai redattori dei vari giornali, con quanta obiettività lo lascio giudicare a voi lettori. Oggi alcuni di loro hanno ancora buonissimi agganci nei giornali e altri sono ormai assunti a status symbol o macchiette cui il ristoratore o l’enotecario non negano l’acquisto di quel famoso paio di cartoni.

La riprova sta nel fatto che le carte dei vini sono speculari nei locali altoatesini e in quelli siciliani al vertice delle guide, ma se chiedete un vino che non sia nella fascia di minor prezzo o che non sia di Gaja, Antinori o Incisa della Rocchetta (per restare all’esempio di Rivella) lo troverete fuori temperatura perché praticamente mai richiesto e dunque non lavorato dal locale.

Demonizzata la base
Tornando all’inchiesta de il Corriere Vinicolo, ho letto che Ezio Rivella, Gianni Zonin e Albiera Antinori, cioè i nomi più rappresentativi dell’universo mondo vitivinicolo intervistato da Bruno Donati, concordano sul fatto che il mercato farà giustizia, anzi, la sta già facendo. Condivido la preoccupazione di Zonin: evitare il blocco dei consumi. Questa non è altro che saggezza, perché il vertice di qualunque piramide si regge su una base che deve essere la più ampia possibile ma soprattutto la più solida possibile.

È qui che i giornalisti del settore hanno la colpa più grave, quella di aver scritto solo del vertice, demonizzando la base e il vino di tutti i giorni. Sarebbe come se la Gazzetta dello sport parlasse solo di Champions league e di serie A, dimenticando i dilettanti e i vivai. La “Rosea” ben si guarda dal commettere questo errore, perché ama il calcio. Ma siamo così sicuri che i giornalisti amino il vino? Non è che, magari, amino più prosaicamente ricevere a Natale, in area test naturalmente e solo per lavoro, bottiglie da 100 euro piuttosto che occuparsi e assaggiare (orrore!!!) i vini che beve la gente normale? E poi forse, se un giornalista dovesse bere quello che beve la gente normale, perché avrebbe fatto il giornalista?

Direte: perfido questo giudizio, ma per difendermi cito Luigi Barzini senior, cui viene attribuita questa risposta a una signora che gli chiedeva del mestiere di giornalista: “Sempre meglio che lavorare!”.

Comunicare, ma bene
Così, pur condividendo lo spirito di Giacomo Rallo quando parla di necessità di comunicare, vorrei sommessamente aggiungere alla sua invocazione un aggettivo: bene. Comunicare bene, cioè servire il lettore o il telespettatore, è utile a chi produce bene, dunque al vino italiano che è sicuramente prodotto bene.

Comunicare male, anche nel senso di fare soffietti parapubblicitari solo ad alcuni, sempre quelli, fa male al vino e porta all’esplosione delle bolle speculative facendo danni anche a chi non li merita. Insomma, non indignatevi solo per Report quando diffama il vino italiano con un’inchiesta che non fa onore, in primis, a una trasmissione spesso coraggiosa e di denuncia. Indignatevi, cosa che non avete mai fatto, anche quando i giornalisti prendono in giro i lettori esaltando troppo certi vini e facendo lievitare i prezzi.

Se ci pensate bene e senza interessi di bottega, forse per Report vale il detto manzoniano: vai vai, povero untorello, non sarai tu che spianta Milano. Se Report ha una colpa, è di aver maramaldeggiato su un settore che, come molti altri purtroppo, oggi è in grave crisi. Ma la crisi viene da lontano, viene dall’aver ballato sul Titanic mentre nessuno (o solo pochi) durante la festa osava guardar fuori dagli oblò per non dover dire che all’orizzonte c’era qualche iceberg. Più comodo far finta di niente e fingere che fosse il ghiaccio per il whisky.

Germano Pellizzoni
gerpel@libero.it





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