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IL FRANCO TIRATORE del 09/07/2004

Libertà di critica o diffamazione? Lettera aperta ad Enrico Scavino


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Argomento molto delicato e centrale, quello della libertà d’opinione, e del sottile discrimine tra libero, e sacrosanto, esercizio del diritto – dovere di critica, seppure aspra e svolta in termini accesi, e diffamazione, che stante la legislazione in atto sino a tutto giugno 2004 poteva addirittura portare alla pena carceraria per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Fortunatamente, grazie ad un testo approvato in data 1 luglio dalla Commissione Giustizia della Camera, (primo relatore la tenace onorevole Isabella Bertolini) e che non prevede più il carcere per la diffamazione attraverso la stampa, oggi le cose hanno assunto una connotazione meno drammatica, anche se è ancora urgente che venga fissato un tetto massimo, (le proposte più ragionevoli vanno ora da un minimo di 5mila ad un massimo di 10 mila euro) per le pene pecuniarie. Altrimenti può capitare che giornalisti e giornali possano rischiare la bancarotta con richieste di risarcimento milionarie, che hanno solo l’effetto, quando ci riescono, di intimidire il giornalista libero e di condizionare il suo esercizio della critica.

Questa premessa, metodologica, credo fosse necessaria, prima di esaminare la questione del giorno che sta suscitando vivaci discussioni nel nostro, più ristretto, mondo del vino, ovverosia la decisione, ben raccontata dall’ottimo Sergio Miravalle nella sua rubrica “Giro di vite” della Stampa del 30 giugno, di Enrico Scavino, titolare delle cantine Paolo Scavino di Castiglione Falletto, di citare in giudizio, con richiesta di danni in sede civile, la rivista Bere, per un articolo, pubblicato sul numero di maggio del mensile, nel quale, secondo Scavino ed il suo legale, “si è travisato ampiamente il diritto di critica”, per arrivare “alla diffamazione”, con “evidente danno commerciale”.

La cosa singolare è che, a tutt’oggi quando scrivo, (lunedì 5 luglio), della citazione in giudizio Bere non abbia ancora ricevuto nessuna informazione ufficiale, e che abbia avuto la notizia solo dagli articoli sulla stampa. Non è per lo meno curioso che si sia stabilita già la data della prima udienza e la rivista non abbia ricevuto nessuna comunicazione ufficiale?

Ma cosa ha scritto Bere ? Leggetevi l’articolo, please !

Per evitare di incorrere, a mia volta, in una citazione da parte del produttore di Castiglione Falletto, visto che l’articolo, com’è prassi su Bere, non è firmato, e dato che, come mi ha rivelato Miravalle, in Langa ci sono varie persone che (erroneamente, io non c’entro proprio) pensano che possa esserne io l’autore, non riporterò le frasi incriminate, quelle più critiche che hanno indotto Scavino a ricorrere alla Giustizia.

Mi corre obbligo però, per onestà intellettuale, conoscendo benissimo in quale modo, incontestabile e impeccabile, (con acquisto in enoteca, pagandole regolarmente e con la pubblicazione dello scontrino, delle bottiglie che vengono degustate), venga effettuata la degustazione e sentendosi WineReport ed il sottoscritto un po’ i “responsabili” della rubrica “la grande delusione” di Bere, che è nata prendendo lo spunto da una rubrica che WineReport ha per un paio d’anni pubblicato, dapprima intitolata “Va a dà via ‘l cru !” e poi in maniera più soft, “vini all’indice”, voglio dire, ad alta voce, che ritengo una rubrica del genere sacrosanta, anche se rompe…le uova nel paniere e rappresenta una nota dissonante nel coro belante del giornalismo di regime, secondo il quale tutto va bene, madama la marchesa...

Conosco bene, e voglio dire alto e forte che è un grande amico, un professionista serio, una persona coscienziosa e inattaccabile dal punto di vista morale e umano, il coordinatore del panel di degustazione di Bere, e so che in 90 casi su 100 potrei sottoscrivere ad occhi chiusi i suoi giudizi, che poi vengono tradotti in articoli dalla redazione e da un redattore, in particolare, della cui competenza e serietà sono altrettanto sicuro. La rivista, a questo proposito, correda la rubrica con questa dicitura molto chiara: “riteniamo doveroso giudicare un vino solo dopo averlo assaggiato, lasciando da parte ogni fattore che prima di stappare la bottiglia può condizionare il parere dei nostri esperti”.

Una degustazione fatta con tutti i crismi

Certo, quello che hanno scritto gli amici di Bere, a proposito del Barolo Rocche dell’Annunziata Riserva 1997 di Paolo Scavino, è molto forte, caustico, corrosivo, e sicuramente sgradevole per il produttore, anche se il racconto, circostanziato, delle condizioni in cui è stato fatto il duplice assaggio del vino, che ha avuto tutte le possibilità, il tempo e le circostanze per esprimersi al meglio e tirare fuori proprio tutto quello che aveva da dire, dimostra che da parte della rivista non esisteva alcun malanimo, alcun preconcetto, nei confronti del vino e del produttore.

Anzi, le “cinque bottiglie di Barolo, due per ciascuna etichetta, acquistate da un nostro collaboratore che di questo gran rosso piemontese è intenditore e appassionato collezionista e spesso non bada a spese quando trova “pezzi” considerati meritevoli” e “Voleva condividere con i nostri esperti la sua scelta”, sono state assaggiate per celebrare la grandezza dei Barolo regolarmente acquistati, quindi in grado di rispecchiare fedelmente la qualità e la verità del vino immesso in commercio (una prassi che andrebbe seguita anche dalle guide, che degustano invece i campioni, si parla di “cuvée presse”… forniti dai produttori per gli assaggi…), e non per decidere a priori, di stroncarli. Quando si tirano fuori euro 115 (ovvero 222.671 vecchie care lirette), dal portafoglio per una sola buta, è per godersela, e non certo per tirarsi, masochisticamente, à la Tafazzi, bottigliate sui…gioielli di famiglia…

Libero esercizio della critica e non diffamazione

Io ritengo che anche se molto espressivo e tosto, cattivello anziché no, e molto chiaro, riflesso nitido di una degustazione effettuata con ogni crisma e di una delusione cocente, il giudizio, soggettivo, espresso da Bere, rientri perfettamente, (non sono un avvocato, ma solo un giornalista abituato a dire e scrivere quello che pensa senza guardare in faccia a nessuno, anche perché talune facce mi fanno davvero un po’ ribrezzo…), nell’ambito dell’esercizio della critica, e non si possa configurare come “diffamazione” o come “killeraggio” nei confronti del produttore. Che qualche danno lo potrà anche aver avuto, ma, forte dell’essere “coccolato” dal consenso unanime delle guide per questo vino (tre bicchieri, cinque grappoli, 93/100, 16/20…), poteva anche signorilmente accettare che qualcun altro, nella fattispecie una rivista come Bere, che ha un suo pubblico di affezionati lettori, ma non ha certo l’influenza di Vini d’Italia o di Wine Spectator (che gli ha dato 95/100, per un costo di 180 dollari a bottiglia sul mercato Usa), non fosse dello stesso avviso.

Ma la citazione in giudizio è proprio indispensabile?

Il problema è: per tutelare e difendere le proprie ragioni, per rispondere a chi dice che il nostro vino non è buono oppure al collega che si ritiene “diffamato” da quello che abbiamo scritto (succede anche questo ai nostri tempi: mala tempora currunt e le richieste di 100 mila euro di danni arrivano veloci e velenose come pallottole…), dobbiamo per forza ricorrere alla carta bollata, agli avvocati, ai tribunali, oppure, come buon senso e intelligenza suggerirebbero, non sarebbe più che sufficiente, ai sensi della Legge della Stampa, chiedere una rettifica, (che dovrebbe pertanto essere pubblicata e con pari evidenza), tentare di stabilire un dialogo, parlarsi, farsi capire, sostenere le proprie ragioni contro quelle, giudicate erronee, di chi ti ha, in buona fede e non per partito preso, criticato?

Ad Enrico Scavino, che so persona intelligente, riflessiva, matura e non una testa calda che si lascia prendere dalla collera, chiedo pertanto, perché dunque affidarsi agli uomini di legge e non proporre, invece, alla rivista, un incontro, un pubblico dibattito, un’occasione di confronto e di civile dialogo e scambio di opinioni, un momento di verifica, magari una degustazione da fare insieme a chi aveva assaggiato il suo Barolo Rocche dell’Annunziata Riserva 1997, un’expertise con un giurì misto di esperti scelti da lui e dalla rivista?

La libera critica fa bene a tutti, anche a chi viene criticato

Capisco la sua solenne incazzatura signor Scavino, Bere è andato giù pesante…, ma non si accorge, così facendo, di creare un pericoloso precedente per qualunque produttore possa sentirsi “diffamato” dalle critiche, seppur feroci, ma sacrosante, di una rivista o di un giornalista, e di fare la figura, molto antipatica, che sicuramente lei non desidera, non tanto di chi vuole tutelare il proprio marchio, la propria credibilità di produttore, (che nessuno discute), ma dell’occhiuto “censore” che querelando oggi Bere fa capire, schiacciando l’occhio ai colleghi produttori, ma soprattutto a tutti noi che di vino ci occupiamo e scriviamo, che il mondo del vino, piemontese e non, non è disposto ad accettare che la libertà di critica abbia lo spazio di manovra, sacrosanto e inalienabile, che ha e deve avere, se critica libera deve rimanere senza trasformarsi in puro e scontato esercizio di pubbliche relazioni?

Non crede, caro Scavino, che il mondo dell’informazione sia già abbastanza irreggimentato e normalizzato, perché molti per paura delle querele e delle robuste richieste di risarcimento danni, per quieto vivere, perché tutti “teniamo famiglia”, perché farsi dei nemici non conviene, o perché semplicemente non si hanno gli attributi, preferiscono far finta di niente o tacere, e tenersi le critiche nel segreto dei propri diari, perché a voci libere come è WineReport e come credo cerchi di essere Bere, venga messa, da un Giudice, la sordina?
Un cordialissimo saluto e buon lavoro!
Il Franco tiratore





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