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IL FRANCO TIRATORE del 25/06/2004

Riccardo Cotarella arriva alla Banfi, ma il Robert Parker der Tufello l’aveva già previsto...


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Una bellissima espressione francese c’insegna che “tout se tient”, che tutto torna, che nulla è casuale, ma segue una concatenazione logica. Accade così anche nel mondo del vino, dove taluni accadimenti possono apparire stravaganti o inspiegabili solo ad un esame superficiale, ma una volta esaminati “a bocce ferme” evidenziano, in filigrana, una spiegazione razionale che le rende logiche e non certo espressione o volontà del caso.
Ricordate, per tornare a parlare, dopo qualche mese di assenza, di un fedele ospite di questa rubrica, il mitico Robert Parker der Tufello, l’editorialista del Gambero rosso (rivista) e co-curatore della guida dei Vini d’Italia targata Gambero rosso – Slow Food, l’articolo che il nostro eroe, reduce dall’aver “giustiziato” Gaja, ha dedicato in febbraio alla più grande e americana (in tutti i sensi) delle aziende di Montalcino, un editoriale intitolato, in maniera che più chiara non si poteva, “Viva Banfi !” ?

A tutti noi questa celebrazione banfiana voluta dal rotondo giornalista trasteverino, che furbescamente aveva badato a pararsi le terga, premettendo in esordio di articolo “Avrei potuto intitolare questo editoriale anche viva Antinori, o viva Ruffino, o viva Ferrari, o, ancora, viva Caprai. Viva, cioè, tutte quelle aziende che hanno contribuito in modo decisivo, intelligente e professionale alle affermazioni del vino italiano di qualità”, era sembrata francamente un po’ eccessiva. Questo sebbene l’abile (e non agile) Bob della Magliana, scegliendo di storicizzare e di raccontare l’epopea della Banfi, dagli “sbancamenti di intere colline”, sue parole, di fine anni Settanta, sino all’attuale “commercializzazione internazionale di grande efficacia”, di “vini ben più seri” (magari battezzati con grande modestia e senso della misura Summus, Excelsus e Cum Laude: ci manca solo l’Immoderatus…), era riuscito, titolo a parte, ad evitare, tutto sommato, di scadere nel palesemente celebrativo.

Sempre se ci si dimentica che inserire la Banfi nel novero delle “aziende che hanno contribuito in modo decisivo, intelligente e professionale alle affermazioni del vino italiano di qualità” (poteva citare Gaja, ad esempio, Cà del Bosco,magari Aldo Conterno, Roberto Voerzio, Felsina o Fontodi, invece ha scelto Caprai…), e attribuire a lei, e non a Biondi Santi (parlo di Franco, non del figlio) il merito di aver portato “il Brunello ad essere uno dei vini italiani più conosciuti ed apprezzati nel mondo”, ricordandoci ossequiosamente, per inciso, che “nessuno si sogna più di dire, a Montalcino, che la Banfi è stata un danno per l’immagine del Brunello”, rappresenta sicuramente un piccolo capolavoro di equilibrismo, un raro esercizio di sottile dialettica vitienologica.

Ma perché mai il Robert Parker der Tufello, ed il Gambero rosso che ha ospitato il suo scritto, ci siamo chiesti, si sono spinti sino a proporre ai loro lettori, (che magari erano abituati a pensare ad identificare il Brunello e la sua grandezza con personaggi come Gianfranco Soldera, Antonio Mastrojanni, Giulio Salvioni, Giancarlo Pacenti, Gianni Brunelli e non con i vini di Banfi…) questa oggettiva elevazione agli altari di un’azienda che solo Wine Spectator ed il suo responsabile europeo possono considerare tra le più importanti, qualitativamente parlando, di Montalcino ?

La spiegazione, che non può certo essere il parlare di Banfi per avere un buon pretesto per attaccare, come si legge nell’articolo, “un disciplinare assurdo, che prevede invecchiamenti eccessivi, per poi consentire “ringiovanimenti” con vini di annate successive, fino al 15%, e un atteggiamento ipocrita e misoneista da parte di chi pensa che i propri limiti tecnici di cantina, siano da ascriversi alla difesa di chissà quale secolare tradizione”, finalmente ci è arrivata, anche se a pensarci bene, perché “tout se tient”, e nulla succede a caso, ricordatevelo, era già implicita in questa così aperta “discesa in campo” a favore di Banfi.

L’editorialista del Gambero rosso ha molto semplicemente inneggiato all’azienda di Poggio alle Mura - “Banfi è grande e i Mariani ed i Viglierchio sono i loro profeti !” – perché nella sfera di cristallo della sua lungimirante preveggenza aveva “letto”, e le cronache di oggi confermano la sua lucida “visione”, che nell’azienda ilcinese produttrice sarebbe presto arrivato, come fiammeggiante super consulente, nientemeno che il mitico Michel Rolland dell’orvietano, lo stregone (o “wizard” come lo chiamano in California) della Tuscia e di Montefiascone, al secolo Mister Riccardo “Merlot” Cotarella, reduce dai trionfi conquistati, manu militari e senza possibili discussioni, è o non è il “top winemaker” ?, in Piemonte (Coppo), Emilia Romagna (San Patrignano), Toscana (Castello di Volpaia), Umbria (Lamborghini), Lazio (Falesco), Campania (Feudi, Villa Matilde e Montevetrano), Puglia (Tenute Rubino), e Sicilia (Morgante, Fatascià, Abbazia Santa Anastasia). E sicuramente ce ne saremo dimenticati qualcuno…

Arrivano i nostri, ovvero, il nostro enologo di fiducia, quello che tramuta il vino in oro, e in rilucenti collezioni di “tre bicchieri” con la sua manina santa, avrebbe forse voluto intitolare il Parker de noantri l’editoriale di febbraio ! Non potendolo fare, sarebbe davvero stato troppo…, si é dovuto accontentare di un più banale “Viva Banfi”, ma diamogli tempo, lasciamo che il prode Riccardo abbia modo di occuparsi dei “DOC Sant'Antimo Bordeaux blends”, come ha scritto Decanter.com, di studiare la situazione, prima di decidere gli eventuali cambiamenti, di curare i blend dell’annata 2001, di guardarsi intorno, e magari di ottenere risultati migliori di quelli ottenuti nella breve stagione di lavoro a Castiglion del Bosco, dove in coincidenza con l’arrivo dei Ferragamo è terminata la sua consulenza…

Diamo al Riccardone “nostro” (si fa per dire…) il tempo di tradurre in bottiglie la sua filosofia, di produrre vini, come ha raccontato a Michèle Shah nell’edizione on line della rivista britannica, “che abbiano un carattere ben definito, senza sacrificare in alcun modo eleganza e armonia”, e di perseguire la sua mission che prevede “il rispetto del carattere varietale dei vitigni e la più fedele adesione al terroir per ottenere la più raffinata espressione della produzione vinicola di Montalcino”, e che nessuno dubiti, perché se l’ha detto il “mago”, the wizard, perbacco, ci dobbiamo credere !

Saranno gli eventi futuri, e già l’edizione 2005 della guida del gambero e della chiocciola, a dirci se Banfi dovrà ancora accontentarsi, come nell’edizione 2004, di un banalissimo unico tribicchiere per il Brunello di Montalcino Poggio alle Mura, o se grazie al tocco magico del 56enne enologo umbro, responsabile tecnico di così tante aziende prestigiose, una pioggia di triplici calici saluterà con cristalline note il trionfo, anche con i Sant’Antimo Doc 2001, di questa potente azienda ilcinese-americana, che con il suo operare, ci ha detto il Gambero, ha contribuito “in modo decisivo, intelligente e professionale alle affermazioni del vino italiano di qualità”.
Nulla è casuale e tout se tient, ricordatevelo: Viva Banfi, dunque, evviva Cotarella(o), evviva il mitico Robert Parker der Tufello!





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