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LIBRI del 09/03/2005

Kerin O’Keefe racconta Franco Biondi Santi, il gentleman del Brunello


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In questi ultimi anni, tutti presi a celebrare glorie effimere, meteore e fenomeni paranormali vari, affacciatisi sul variopinto palcoscenico enoico di Montalcino, molti osservatori si sono dimenticati, per pigrizia e sbadataggine, o piuttosto perché faceva loro comodo farlo, di una banale evidenza: la centralità indiscutibile, nell’ambito della produzione del grandissimo rosso ilcinese, di un’azienda come il Greppo e di un uomo, d’eccezione, come Franco Biondi Santi.

Invece di fare seriamente i conti con l’esistenza, che trova nella fedeltà ad un’identità e ad una tradizione la propria giustificazione, dei vini di quest’uomo, erede di una dinastia illuminata che ha letteralmente inventato, con un passaggio progressivo di testimone dal nonno Ferruccio al padre Tancredi, il Brunello, si è preferito consegnare l’esperienza di Franco Biondi Santi al passato, presentandolo come il superstite di un’idea del Brunello eroica e confinata nel tempo.
Questo modo di fare, che non ha alcuna scusante, né senso comune, è stato scelto, con sovrana disinvoltura e, ma diciamolo, con grande faccia di tolla, per giustificare più facilmente e fare apparire come normali, ovvie, inevitabili e legittime, le più sesquipedali stranezze, le forzature, gli oltraggi non solo alla storia di come il Brunello di Montalcino, e non un vino qualsiasi, è venuto a configurarsi nel tempo, costruendo il proprio mito, rafforzando la propria personalità, ma anche al normale buon senso e al comune senso del pudore.

Far passare Biondi Santi, parlo di Franco, (e non certo del figlio Jacopo, che nelle sue prove enologiche ha rapidamente dimostrato di essere fatto di ben altra pasta e di comprendere con grande pragmatismo lo “spirito del tempo”), come un vecchio parruccone, un passatista, un uomo incapace di comprendere il presente e la necessità, per il Brunello, di evolvere e di allinearsi alle esigenze del consumatore tipo di oggi, (che non ha tempo da perdere per aspettare che un Brunello maturi pazientemente in cantina e che quando ne acquista una bottiglia è generalmente per stapparla subito), è stata un’operazione cialtronesca, ma, nell’ottica di chi l’ha realizzata, inevitabile.

L’uomo del Greppo, però, anche alla bell’età di 83 anni, è tutt’altro che un semplice testimone di antichi splendori e come dimostra la sua decisione, nel 2004, di aderire per la prima volta al Consorzio del Brunello, a quasi 40 anni dalla sua fondazione, è ancora capace di riservare grandi sorprese, di sparigliare, quando meno te lo aspetti, le carte in tavola, di vivere, con lucidità e con forza, e con pieno senso di responsabilità il suo tempo. Proprio come fece, nel 1990, quando l’enclave e l’immagine di Montalcino veniva minacciata da un dissennato progetto di costruzione, poco distante dal borgo, di una “megadiscarica comprensiva di un impianto di compostaggio e riciclaggio per tutta la provincia di Siena”, quando fondò e animò il Comitato spontaneo Montalcino Ambiente e l’Associazione Montalcino pulita, lottando duramente e mettendo mano al portafoglio, insieme a pochi altri, (la maggioranza si era rassegnata e non se la sentiva di “battersi contro le autorità”…), per fare in modo che non venisse perpetrato uno scempio contro il territorio incontaminato di Montalcino.

Chiunque abbia la stravagante idea di speculare sul Brunello, (spinto dal miraggio dei vantaggi economici), di far diventare questo grande vino altra cosa rispetto a quello che è e deve continuare ad essere, dovrà fare i conti con Franco Biondi Santi, con la sua determinazione, il suo esempio e la forza del suo nome, come ci ricorda un bellissimo libro, di cui consigliamo la lettura a tutti gli amanti del Brunello e agli amici dei grandi vini di Toscana, che gli è stato dedicato, pubblicato nella collana I semi di Veronelli editore (120 pagine 17 euro) dalla giornalista statunitense Kerin O’Keefe.
Kerin, che vive in Italia dal 1989 e ha sposato un italiano, è una wine writer che a differenza di tanti altri suoi colleghi di lingua inglese non ha abboccato alle sirene dell’ineluttabilità dell’internazionalizzazione del vino italiano, e dei vini italiani sa apprezzare e raccontare, con intelligenza, buon gusto e garbo, (su Decanter e su The Wine News, di cui è apprezzata collaboratrice), l’originalità e quella diversità che ne contribuisce a creare il fascino e la grandezza.

Con il suo libro Kerin non ci propone solo una documentata, appassionata, ben raccontata biografia della dinastia Biondi Santi e di Franco, gentleman del Brunello, descritto a tutto tondo nella sua umanità e nel suo voler essere il degno testimone di un impegno, quello della qualità senza discussioni, che è sentito ancor più fortemente perché s’intreccia con la storia della sua famiglia. O’Keefe, e di questo dobbiamo esserle profondamente grati, nel suo libro dimostra di credere in una sua idea del Brunello, (che, vedi caso, coincide con la visione di Franco Biondi Santi), e con coraggio, senza perifrasi e giri di parole, ricorda chiaramente che ora ci si trova di fronte ad una “situazione allarmante per il futuro del Brunello, il cui carattere e la cui tipicità uniche al mondo sono minacciate”, e che “oggi con il futuro di questo grande vino in pericolo e il volere da parte di certi produttori di cambiare ancora il disciplinare”, Franco Biondi Santi ha scelto di aderire al Consorzio per combattere dal di dentro ,”nella speranza che lui e gli altri produttori del Brunello tradizionale possano fermare la tendenza a renderlo un vino irriconoscibile”.

Kerin O’Keefe, che non ha l’anello al naso e non è nata ieri, si chiede, con stupore, perché “all’articolo 5 del disciplinare originale la frase è stata eliminata. Dato che tanti Brunello oggi sono di un colore molto più scuro del rosso rubino del sangiovese grosso, per non parlare degli odori e sapori estranei” questa frase diventa importante, e si rammarica che “il desiderio di accontentare i critici e il mercato internazionale spingano anche diversi produttori di Brunello a cambiare la tipologia e la tipicità dei loro vini per renderli più riconoscibili in un mercato impazzito per i vini che assomigliano a quelli della Napa Valley. La finezza viene sacrificata alla potenza”.

E se non vi bastassero queste parole, ecco Kerin biasimare chiaramente il fatto che troppi vini “anche per l’intervento di consulenti “modaioli” sembrano sempre più dei super tuscan: più scuri, più fruttati, meno eleganti e pronti da bere quando escono dalla cantina: non sono affatto vini da invecchiamento. Non evolvono con il tempo, ma dopo pochi anni, quando svanisce la frutta, rimangono solo legno e alcol”. E, più oltre, eccola osservare “dobbiamo aggiungere il fatto che, con la moda di fare vini più strutturati e concentrati, dai primi anni ’90 in poi, i vini di certe sottozone non sono più riconoscibili neanche come parenti lontani del Brunello originale e tradizionale”.

Naturale, quindi, che Franco Biondi Santi preferisca non mandare “mai il suo Brunello alle tante degustazione organizzate per gli esperti, dove i vini fini sono spesso penalizzati dato che i critici ne assaggiano tantissimi che hanno una struttura eccessiva, fatta quasi per colpire al primo impatto e che possono essere definiti come vini da gara. Sono quelli difficili da bere con i cibi, che si sentono pesantemente in bocca ma che sono in genere premiati. E’ ovvio che in queste circostanze, i vini raffinati ed eleganti sono penalizzati quando sono assaggiati dopo quelli piatti e superconcentrati”. Sembrerebbe, insomma, “che il nuovo disciplinare spinga verso una nuova tipicità del Brunello rispetto all’originale”.

Ed è pertanto grazie alla sottolineatura di queste evidenze, che ora più che mai vanno ribadite con forza, che il libro della collega e amica Kerin, da semplice e piacevolissima biografia del “gentleman del Brunello” assume un’altra e ancor più forte valenza, una chiamata chiara e forte, “in difesa della tipicità” del Brunello, un invito a tutti i sinceri appassionati di questo vino e agli uomini di buona volontà, che non può che trovare, in Franco Biondi Santi, nell’uomo del Greppo, un gentiluomo prima che un grande produttore, il migliore e più autentico simbolo, il baluardo contro la speculazione.





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