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LIBRI del 11/05/2004

Dizionario dei vitigni antichi minori italiani: conoscerli meglio per riscoprirne il gusto


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Non posso che essere pienamente soddisfatto, avendo fatto da anni dell’esigenza di proteggere, riscoprire e valorizzare i vini da vitigni autoctoni italiani, una delle grandi battaglie di questo wine web magazine (basta consultarne l’archivio degli articoli per sincerarsene), dell’attuale renaissance della produzione autoctona italiana, anche se per certi versi ha assunto l’aspetto di una moda.
E’ sicuramente meglio rischiare l’inflazione di un discorso, culturale e colturale, che tende a riscoprire i pregi e la dignità di una Freisa, di un Verdicchio o di un Nero d’Avola, che trovarsi di fronte, com’è accaduto negli anni Ottanta e Novanta, all’esaltazione acritica delle virtù dei cosiddetti vitigni “nobili” e “migliorativi” e al conseguente invito, giunto da più parti, ad incrementarne la presenza nel vigneto Italia.

C’è modo e modo, naturalmente, di raccomandare ai consumatori italiani ed esteri, di riprendersi dalla sbornia degli Chardonnay e dei Cabernet, senza scadere in un “atteggiamento di esaltazione acritica ed egualitaria, nel segno magari un po’ provinciale dello esotico nostrano”, come ha osservato acutamente un esperto come il professor Attilio Scienza, che emana una puzzetta un po’ rancida di un campanilismo, e di una logica autarchica da strapaese, che non hanno davvero più ragione d’esistere.
Il modo migliore, il più maturo ed intelligente, consiste sicuramente nell’indagare più puntualmente, con una metodologia scientifica e una vera apertura mentale, il ricchissimo patrimonio ampelografico italiano, molto più ricco e variegato di quel che comunemente si pensi, di conoscerne a fondo le caratteristiche, le peculiarità, avendo ben presente che non sempre il meritorio aspetto culturale e scientifico legato alla riscoperta, alla catalogazione di antiche varietà potrà ragionevolmente e convenientemente abbinarsi alla possibilità di restituirle a nuova vita e di trasformarle in vini che possano collocarsi, con buone possibilità di successo, sui vari mercati.

Recuperare un vitigno antico, come ancora osserva Scienza, è strettamente legato al recupero del “territorio che lo ha generato” e alla piena valorizzazione delle peculiarità che rappresenta, evitando le pericolose tentazioni, cui in alcuni casi si sta cedendo, di trapiantare quella determinata varietà autoctona, che ha avuto successo e sta diventando à la page, in altri territori dove quella determinata varietà non é assolutamente radicata e viene introdotta con lo stesso spirito, colonizzatore e di supina accettazione delle mode, con il quale, in precedenza, sono stati introdotti un Cabernet, un Merlot o uno Chardonnay. Basta pensare al Fiano avellinese, che progressivamente si sta piantando in Puglia e Sicilia, al Teroldego della piana rotaliana trentina, che qualcuno ha piantato in Valpolicella o addirittura in Chianti, oppure al Lagrein o al Sagrantino, che in nome di chissà quali dannate sperimentazioni vanno a finire a centinaia di chilometri di distanza dalle terre dove hanno il loro genius loci, per capire come questo modo di procedere disinvolto e superficiale stia prendendo piede…

Pertanto, accanto ad una riscoperta e valorizzazione dei molti vini da vitigni autoctoni che già sono in produzione dal Piemonte alla Sicilia, rese possibili mediante la creazione paziente di banche dati agronomiche, enologiche e sensoriali, e ad un atteggiamento di rispetto vero delle loro peculiarità, che eviti di piegarne le caratteristiche a quel fantomatico “gusto internazionale” che tutto giustifica, anche le vinificazioni e gli affinamenti standard, sempre più importante, a mio avviso, è dipanare e portare a conoscenza le complesse vicende della nostra ampelografia, cercare di ricostruire la morfologia dei vari vigneti regionali e provinciali prima dell’avvento della fillossera, e recuperare, mediante un’indagine paziente, tutte quelle varietà che per vari motivi rischiano di scomparire.

Un’operazione del genere, meritoria, intelligente, da incoraggiare e seguire con interesse è quella varata, nel 2003, dall’Associazione nazionale Città del Vino in tandem con il Comitato Vinum Loci di Gorizia e con una serie di ricercatori e scienziati di diversa formazione e di grande sensibilità umanistica, che si è recentemente tradotta nella pubblicazione di un volume, Dizionario dei vitigni antichi minori italiani (Ci.Vin Editore Siena 127 pagg. 22 euro redazione@cittadelvino.com), che si propone come un punto di riferimento imprescindibile per tutti coloro che hanno a cuore la salvaguardia di quel grande esempio vivente di “bio-diversità” costituito dai tantissimi vitigni autoctoni attualmente coltivati che si traducono in vini e da molti altri che potrebbero, se adeguatamente studiati e recuperati, accrescere la varietà dell’offerta vinicola italiana.

I contributi firmati da autentici esperti come Attilio Scienza, Osvaldo Failla, Donato Lanati, Luca Toninato, Christian Fabrizio e dal massimo teorico del marketing strategico applicato al vino, Riccardo Pastore, fanno benissimo capire al lettore come i vitigni autoctoni o antichi italiani, come li si voglia chiamare, siano importanti per la viticoltura italiana, perché costituiscano una “risorsa italiana e mediterranea da salvare e promuovere”, e da “testimoni del passato” possano diventare “protagonisti del futuro” mediante precise “strategie di salvaguardia, descrizione e conservazione”.

Analisi molto acute, piene di osservazioni che meriterebbero di essere riprese, ma sono poi le schede descrittive di 160 vitigni, che fanno seguito alle dotte parole degli esperti, e costituiscono il nucleo fondante di questo prezioso Dizionario, e la relativa documentazione fotografica, che descrive i grappoli di queste varietà da riscoprire e ne testimonia la loro attuale esistenza, a farci capire, mediante questo itinerario un po’ magico tra uve chiamate Caprettone, Casetta, Erbamat, Forsellina, Invernenga, Nascetta, Pepella o Ucelut, come la storia del vino italiano rappresenti, a ben vedere, un libro ancora con molte pagine da scrivere, con linguaggi e idiomi da riscoprire. Un libro dove accanto a capitoli scritti in italiano colto oppure in quel codice universale, o esperanto, che è l’inglese, la lingua del mercato, possono benissimo starci, senza fare la figura dei parenti poveri o dei cugini di campagna che non hanno studiato, che hanno le scarpe grosse, ma il cervello fino, anche fior di pagine redatte in molti vernacoli diversi, espressione di una cultura antica, ma viva, che ha ancora molto da insegnarci, anche nell’epoca della globalizzazione e di Internet.





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