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 | Guida completa ai vini della Campania di Luciano Pignataro |
 | Per tutti coloro che, come il sottoscritto, considerano sempre più interessante e degno di essere attentamente considerato il panorama vitivinicolo e produttivo di quella terra felix che corrisponde al nome della Campania, va segnalata come un'opera assolutamente da non perdere il volume realizzato dal giornalista del Mattino di Napoli Luciano Pignataro, intitolato Guida Completa ai vini della Campania, (450 pagine 15 euro), pubblicato per i tipi delle Edizioni dell'Ippogrifo di Sarno (SA) via Marcullo 39 d, info@edizionidellippogrifo.it.
Questo libro, che suggerisco di leggere in parallelo con Vini e vitigni della Campania, tremila anni di storia (222 pagine illustrate da cartine, fotografie, tabelle), pubblicato grazie alla lungimirante azione della Agripromos, Azienda speciale della Camera di Commercio di Napoli (via S. Aspreno 2 80133 Napoli tel. 081 7607112 fax 5527688 email agripromos@na.camcom.it), un volume che testimonia della centralità, nel passato e nell’attuale sviluppo della produzione vinicola nel nostro Paese, della viticoltura campana, costituisce il primo tentativo di monitorare e fotografare in maniera dettagliata ed esaustiva il panorama delle aziende vitivinicole campane.
Qualcosa come ben 160 aziende, ognuna delle quali ha avuto una propria scheda descrittiva, con tutti gli indirizzi utili per una visita: indirizzo, telefono, fax, qualora disponibili E-mail e sito Internet. E poi, utilissimi, gli ettari vitati di proprietà, le bottiglie complessivamente prodotte, i vitigni coltivati, l’enologo, oltre ad una breve introduzione che consente di entrare nello spirito dell’azienda prima di passare alla descrizione e al commento dei principali vini prodotti da ogni azienda. In questo suo lavoro benemerito, l’autore ha preso in esame qualcosa come 1300 etichette complessive, consentendoci di formarci un’idea la più ampia e circostanziata possibile di quel che si muove oggi, tra vigneti e cantine, in Campania. Il libro é corredato una parte introduttiva ad ogni provincia e zona di produzione dove sono elencati e presentati i vini a denominazione d’origine con le loro caratteristiche previste dai disciplinari di produzione e da un'appendice dove sono compresi i migliori negozi specializzati di vino, wine bar, ed enoteche provincia per provincia.
Sino a questo punto le note ampiamente positive sul lavoro di Pignataro, che ha avuto il coraggio e la forza di tentare un’impresa per la quale tutti noi, che siamo convinti appassionati dei vini campani, gli saremo per lungo tempo grati. Nonostante ciò, e proprio perché apprezzo il lavoro del collega giornalista napoletano e sono persuaso che gli eventuali limiti di un’opera possano essere facilmente emendati, non posso esimermi, franco tiratore e bastian contrario come sono, dall’esprimere alcune perplessità su talune sue scelte e su una filosofia di fondo, che non esito a definire eccessivamente buonista e possibilista.
Considero un piccolo difetto e un’ingenuità perdonabile l’aver scelto, per la sua guida di redigere una sorta di graduatoria dei vini migliori, classificando i vini degustati da zero bottiglie ad una bottiglia singola, quindi a due e poi sino ad un massimo di tre bottiglie. Si sa bene che purtroppo, per molti lettori, la lettura di una guida si esaurisce nell’andare velocemente a consultare il presunto Gotha dei vini che hanno ottenuto il massimo punteggio, ma non si capisce bene perché questo sistema abbia dovuto essere adottato in un libro che si prefigge soprattutto di portare alla luce il lavoro, spesso sottovalutato, e oscuro di tanti bravi vignaioli e vinificatori.
E un peccato veniale giudico anche il continuo indulgere, da parte di Pignataro, in elogi e complimenti (ma si sa, questi signori amano essere blanditi e coccolati), per Slow Food, Petrini, Gambero rosso et similia, ed il raccontarci, nel descrivere svariati vini, che quel prodotto ha ricevuto “tre bicchieri”. Ma chi se ne frega, verrebbe voglia di dire, a noi interessa piuttosto conoscere il punto di vista di Pignataro, senza che l’autore per suffragare le proprie valutazioni si senta in dovere di raccontarci che Vini d’Italia, oppure Veronelli, o l’A.I.S. sono d’accordo… Meno perdonabile, invece, e a mio parere espressione di una inconciliabilità palese tra i nobilissimi e condivisibili intendimenti dell’autore, ovvero una difesa strenua della territorialità, dei valori del territorio, delle produzioni che esprimono il genius loci, e la realtà di ampie sezioni del libro, alcune affermazioni di principio e alcuni giudizi che sembrerebbero suonare contraddittori.
Pignataro dice chiaramente di apprezzare “tutto ciò che esce fuori dalle righe in un modo o nell’altro, persino la capacità di omologarsi perfettamente al gusto internazionale”, e poi proclama “viva il Cabernet, purché tutto sia spiattellato senza mezzi termini e con chiarezza”, mostra entusiasmo per taluni esperimenti con vitigni quali Syrah, Viognier, che definisce “importanti segnali di controtendenza”, plaude al Cabernet Sauvignon “che finalmente qualcuno comincia a dichiarare senza problemi”, non ha riserva alcuna sulla voglia, di alcuni produttori, “di sperimentare i vitigni senza preclusione ideologica”, ma viene da chiedersi come possa conciliarsi questo suo aperturismo con il dichiarato amore, più volte ribadito, per i Fiano “non da masticare ma da bere”, per taluni rossi, ad esempio il Bosco Caldaia di Venditti, grandi anche senza essere passati sotto le forche caudine della barrique, per i ruspanti Gragnano e Lettere, i nervosi Asprinio d’Aversa, per la Falanghina più delicata e fragrante.
Il mio approccio al vino sarà sicuramente molto più “ideologico” del suo, ma credo che per quanto un cronista enologico debba essere il più possibile aperto a soluzioni e stili diversi, sia difficile conciliare gli elogi ad un’azienda “il cui enologo non insegue le mode e si vede”, ad un vino che “ci piace da morire perché non strizza l’occhio a nessuno”, la più volte ribadita scarsa simpatia per i Fiano affinati in legno – “il rapporto tra il Fiano e il legno è ancora tutto da approfondire” - con i massimi punteggi elargiti a vini costruiti e furbi come il Patrimo e il Campanaro di Feudi di San Gregorio, ai vini seriali prodotti in Campania dall’onnipresente mago del Merlot Cotarella, con affermazioni scarsamente comprensibili secondo le quali la tradizione frenerebbe la sperimentazione (e se così fosse, se la sperimentazione fosse rappresentata dai Merlot irpini, deo gratias !).
Come diavolo si fa ad entusiasmarsi contemporaneamente per un Aglianico del Taburno rosato simpaticamente definito “vino no global”, per un Asprinio “vino difficile per il palato internazionale”, per una Falanghina nitida, per i Taurasi autentici come il Radici di Mastroberardino ed i vini di Struzziero, e poi non essere sfiorati dal sospetto che piantando Cabernet nel Sannio, Merlot in Irpinia, (magari sognando che in questa terra possa addirittura nascere un Pinot nero !!!), Syrah in provincia di Napoli (ma è autorizzato ?), quella biodiversità che giustamente Pignataro esalta e difende finisce per andare a farsi… benedire ? Le diverse varietà “esotiche” in quale modo possono giovare ed essere utili ad una viticoltura antica e ricchissima di vitigni come quella campana ?
Condivido al 100 per cento la critica relativa ai prezzi folli di Taurasi che “superano la maggior parte dei Chianti in circolazione, mentre il Greco di Tufo ed il Fiano di Avellino sono ormai tra i bianchi più costosi d’Italia”, ma avrei gradito che, coerentemente a questo segnale d’allarme, Pignataro avesse speso qualche parola, che evidentemente gli è rimasta nella penna, per il prezzo assolutamente ingiustificato del Bue Apis della Cantina del Taburno, dei vini di De Conciliis, Montevetrano, del Merlot Patrimo di Feudi, e di molti altri vini campani che quelle guide il cui operato l’autore della guida non pare contestare pompano senza motivo. Non vorrei dare l’impressione, con queste puntigliose chiose al testo di Luciano Pignataro, di non apprezzare, come invece faccio, il suo imponente e appassionato lavoro, la sua verve di cronista, la sua umanità, (si legga lo splendido ritratto di quell’autentico galantuomo e idealista che fu Antonio Troisi, creatore di Vadiaperti e “professore del Fiano” pagg. 221- 223), la sua passione, autentica, profonda e sincera, per la viticoltura campana e per il suo grandissimo futuro, che affonda le radici in un passato splendente.
Ma proprio perché Pignataro è un giornalista di razza, un vero cultore di Bacco, uno che sa distinguere il grano dal loglio, che non si perda a raccontarci fanfaluche sostenendo che un vino base Piedirosso verrebbe “rinforzato” da un 15% di Cabernet Sauvignon, o che “la Feudi di San Gregorio nel campo del marketing e delle relazioni con il mondo della comunicazione specializzata ha impresso la stessa svolta epocale di quella di Mastroberardino sulla produzione”… Queste cose, per favore, le lasci scrivere alla stampa di regime, alle guide pronte ad ossequiare i potenti di turno, oppure a pennivendoli ieratici che, disinteressatamente, nei loro libri pongono ai vertici della produzione italiana molte di quelle aziende di cui, vedi caso, sono a libro paga…
Luciano Pignataro Guida Completa ai vini della Campania, (450 pagine 15 euro), Edizioni dell'Ippogrifo - via Marcullo 39 d - Sarno (SA), info@edizionidellippogrifo.it
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