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STRADE DEL VINO del 25/02/2008

Azienda Agricola Croci, Castell’Arquato PC


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Devi andarci, a trovarli: basta che una giornata di sole ti incammini lungo le colline piacentine avrai dovizia di Castelli e Rovine ed Armigeri e delizie del palato e della gola.
Il verde dei campi brilla al sole basso tagliente d’inverno e fa netto contrasto con il bruno delle viti ancora spettinate. Massimiliano Croci ti si fa incontro con un saluto senza fronzoli, accogliendoti nel cortile di contadini che ha tutto di vero e niente di quel finto-rustico con i fiori secchi alle pareti e le spighe di grano eccetera che fanno la gioia dei Vichinghi alla ricerca del Pittoresco Indigeno. Qui c’è mani callose, lavoro della terra, conoscenza ed esperienza.
Massimiliano ha 27 anni, e la prima cosa che ti viene di chiedere è Che diavolo ci fai tra le viti, non dovresti essere in birreria. Allora ti prende per un braccio e ti porta sul limitare della vigna, e ti risponde con una cerca calma circospetta: Vedi, quello là è il Baldo, la gobba là in fondo è il Monte Rosa. Lì c’è la piana e lì sotto c’è Castello. Io sono figlio di agricoltori, figli di agricoltori, mi piace qui, e fa un gesto grande come il mondo.
Ti porterà in cantina, dove potrai renderti conto del significato della parola vino declinata al tempo della passione.
Qui non si fanno vini da vendere: si fanno vini che siano la voce di questa terra.
Dunque abbandonate le tecniche a risultato certo ma anche un po’ piatto, si lavora l’uva in continua sperimentazione, in un certosino lavoro di sottrazione. Recuperare le voci della tradizione da queste bande significa lavorare l’Ortrugo, il Gutturnio, ma anche un paio di prese di merlot e sauvignon: rimaste qui dal dopoguerra, e quindi diventate territorio per forza.
Beviamo qualcosa, dice, aprendo la bottiglia di Monterosso Val d’Arda: un complesso blend di Moscato, Malvasia, Ortrugo, Sauvignon e Trebbiano. Dice, Abbiamo scelto di abbandonare l’autoclave: i nostri vini sono Vivaci. Li facciamo rifermentare in bottiglia sui lieviti naturali come vuole la storia, in piedi, “sur lie”. Infatti una stupefacente catasta di bottiglie in piedi attende l’etichettatura, capolavoro anche di architettura dello stoccaggio. Il vino è assai particolare e per nulla simile ai tanti frizzantini che t’aspetti di bere quassù.
Tutto a mano, dice. Potatura, sfogliatura, raccolta in cassette forate. Rese basse, sotto i 90q.li - molto meno per gli eiswein - sul terreno povero a 250mslm. Conosciamo le piante una per una, i filari uno per uno.
Ecco il Gutturnio vivace, “sur lie”: anche per questo il procedimento è quello della fermentazione naturale in bottiglia. E’ un vino generoso, dalla sanguigna nuance violacea, una presa di spuma esuberante e rapida: bollicine fini a vellicare il palato. Per nulla banale, anzi piuttosto ritroso a concedersi al naso, ha poi un insospettato vigore nell’assaggio. Buono anche due anni dopo, Sennò facevamo il Lambrusco, dice.
E mentre parli arriva un piatto di salame con il finocchio, due garulli di parmigiano di quello serio, magari le frappe di carnevale: che dopo arrivano i vini dolci.
I rossi fermi di Croci sono interessanti, veri. Qui si lavoro con la Lotta Integrata, cercando di non addizionare alcunchè. Solforosa al minimo, acidità naturale esaltata. Il Gutturnio San Bartolomeo richiede i suoi anni per maturare. Affina in botti piccole di secondo e terzo passaggio per addolcire gli spigoli dei tannini e dell’acidità. Rubino profondo, impervio alla luce, ha un naso fine che non si concede subito. Due anni in botte, sei mesi in bottiglia e ancora ne vorrebbe.
Curioso il Coronino, Merlot e Sangiovese, che da queste parti normalmente non albergano: ne esce un vino complesso, che va partecipato con pazienza.
Croci fa anche vini dolci, il più famoso dei quali è l’Emozioni di Ghiaccio: un passito ottenuto da uve Moscato e Malvasia di Candia con la tecnica della disdratazione delle gelate di dicembre e gennaio. A Massimiliano brillano gli occhi: Quando scende il vento freddo della montagna noi guardiamo la gelata: la mattina presto andiamo a raccogliere uno per uno i grappoli. Devono essere appassiti, ma non muffi: la resa è di 5 q.li per ettaro. Sorride, perchè sa che questa è un’epopea.
Lunga, delicata e laboriosa la fermentazione, che richiede anche un anno - ricorda forse il vinsanto di vigoleno? - a causa della poderosa concentrazione del mosto. Formidabile il contenuto zuccherino che sublima con una complessità aromatica di eccezionale profondità. E alla fine la bocca resta netta, non ostante la grassezza e l’abbraccio avvolgente.
In cantina ci sono solo le vasche d’acciaio, e tutta l’attrezzatura per gli esperimenti a cui ogni anno ci si dedica: Ci sono poche vendemmie in una vita, non si possono sprecare, dice. E ti accompagna sulla porta. Vedi, io non distinguo il lavoro e la vita. Il lavoro nei campi è la vita.
E ti stringe la mano.

Stefano Caffarri
www.appuntidigola.it





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