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LE TEMPS RETROUVÉ del 11/01/2005

Châteauneuf-du-pape 1978 e Barolo 1985, vini che fermano il tempo


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Ci vogliono occasioni importanti per decidersi a stappare le grandi bottiglie, ovvero i grandi formati, le grandi annate e i grandi produttori.
Recentemente di queste occasioni ne ho avute un paio, un incontro di 18 persone che si trovano per fare la festa ad un cinghialino da latte cucinato dal padrone di casa, oppure il pranzo di Natale con i cognati, e non mi sono perso l’opportunità di tirare fuori dal buio della cantina grossi calibri che attendevano da tempo il magic moment della stappatura.
Le temps retrouvé recita il titolo, volutamente proustiano, di questa rubrica e questi « pintoni » emersi da un riposo che in alcuni casi è stato lunghissimo, sono riusciti davvero a bloccare il tempo, a creare una magia, a suscitare in tutti noi, che ne siamo stati fortunati testimoni, l’impressione di aver vissuto degli autentici wine events da non dimenticare.

Voglio provare a raccontare, riservandomi di dedicare ad una delle tre bottiglie, un magnum della prima annata, 1995, del Magno Megonio (il primo vino base Magliocco prodotto in Calabria, letteralmente inventato dalla fantasia e dalla tenacia di Nicodemo Librandi), un pezzo a parte, che lo merita in pieno, l’emozione regalata da un grande vino francese, un magnum di Châteauneuf-du-pape Séléction Reflets 1978 Clos du Mont Olivet prodotto da Fils de Joseph Sabon, e da un doppio magnum di un grandissimo vino italiano, il Barolo Monvigliero annata 1985 di Comm. G.B. Burlotto.

Una bella gara, quella tra vini il più giovane dei quali aveva otto anni, mentre il secondo ne aveva « solo » 19 ed il più maturo nientemeno che anni 26, e l’ennesima dimostrazione che dando ai vini il tempo di evolvere e maturare compiutamente, e quando i tappi non tradiscono, un vino maturo può « raccontare » cose che nessuno, se non si prende la briga di aspettare e di avere pazienza, può immaginare.
Lo Châteauneuf-du-pape Clos du Mont Olivet Séléction Reflets 1978, prodotto da un domaine che rappresenta lo stile assolutamente tradizionale in questa prestigiosa AOC e che oggi conta su 25 ettari di vigna, più 15 nella AOC Côtes-du-Rhône, e che dopo essere stata condotto da Romain Jausset, Séraphin Sabon, e soprattutto suo figlio Joseph, è oggi condotta da Jean-Claude, Pierre et Bernard Sabon, è un vino che non posso non definire incredibile, tali e tante sono state le meraviglie che all’occhio e soprattutto e al naso ha sciorinato.

Prodotta da uve Grenache noir in gran parte (90%)e quindi in misura minore Syrah, Mourvèdre, Cinsault, provenienti da una zona che si chiama Montalivet, con macerazioni di tre settimane e affinamento in grandi botti (non barrique) la Séléction Reflets, che un tempo sottolineava l’appartenenza del Mont-Olivet all’Unione di proprietari definita Reflets, unione oggi dissolta, tanto che il vino porta l’indicazione "Joseph Sabon" ( nonno degli attuali proprietari) è apparso un vino sorprendentemente, dopo ventisei anni, in splendida forma, dal colore rubino leggermente granato ancora vivo, senza velature né segni di ossidazione, e dotato di un naso che non potrò sicuramente mai dimenticare.

Un bouquet fittissimo complesso, assolutamente suadente, carezzevole, che mostrava in sequenza, ognuna nitidissima e perfettamente distinta ma in grado di comporre una tavolozza aromatica variegata, note di cuoio, sottobosco umido, cacao, prugna e ciliegia sotto spirito, rabarbaro, tamarindo, pelliccia, spezie. Un aroma caldo, finissimo, preciso e vivo, senza alcun segno di stanchezza, che continuava ad aprire e ad evolvere in maniera spettacolare nel bicchiere.

La bocca perfettamente all’altezza di tanta « luxe, calme et volupté », con un velluto denso, caldo, un frutto ancora carnoso, tannini come polvere di cacao, una magnifica lunghezza ed una persistenza non aggressiva, ma precisa, insinuante, e una godibilità e un equilibrio, grazie ancora ad una bella acidità, assoluti. Un vino incredibile che dimostra quanto abbiano torto coloro che credono che il Grenache non abbia capacità d’invecchiare armoniosamente. Un vino “perfettamente nello stile Mont-Olivet, giocato sulla finezza e l’equilibrio più che sulla potenza, scelta che esprime vini poco impressionanti nella loro giovinezza, ma in grado d’invecchiare armoniosamente”, come mi ha scritto Thierry Sabon, oggi contitolare della tenuta (www.clos-montolivet.com e-mail clos.montolivet@wanadoo.fr) con i fratelli, al quale ho espresso i miei complimenti per un vino così superbo.

Magnifica la Francia, con uno dei vini che meglio di qualsiasi altro illustrano la sua grandeur, ma all’altezza della contesa l’Italia, con il vino, il Barolo, più simile per certi versi allo Châteauneuf-du-pape, anche se basato su una sola varietà, il Nebbiolo, contro il ventaglio di uve del vino castelpapale.
Anche in questo caso una cantina legata alla storia della denominazione e che più tradizionale non si potrebbe, la Comm. G.B. Burlotto, ed un vino, ottenuto da un cru storico, il più vocato di Verduno ed uno dei migliori dieci, ma diciamolo, di tutta l’area del Barolo, il Monvigliero (vedi la mia degustazione verticale del 2003) che di moderno non ha proprio nulla, nemmeno l’etichetta, ma che riprende stili di vinificazione e di affinamento (macerazioni lunghe, botti grandi, lungo invecchiamento) che hanno fatto la storia del Barolo.

La scheda tecnica di questo vino, che si può leggere sul bel sito Internet www.burlotto.com, parla difatti di un vino, prodotto per la prima volta nella mitica annata 1982, proveniente da due ettari di vigneto, con età variabile tra i 15 ed i 40 anni, posto su terreno calcareo tendente al limoso, con una resa per ettaro variante tra i 50 e 70 quintali, la cui vinificazione non prevede l'utilizzo di macchine (diraspa-pigiatrici, pompe) durante la fase pre-fermentativa. Proprio come nel caso dello Châteauneuf-du-pape di Mont Olivet l'uva viene buttata intera nel tino di fermentazione e viene addirittura pigiata sofficemente con i piedi. La fermentazione-macerazione a cappello sommerso dura oltre il mese. Una volta terminata la fermentazione alcolica il vino inizia la lunga maturazione (circa 30 mesi) in botti di rovere francese e sloveno della capacità di 35 Hl. Dopo l'imbottigliamento, normalmente effettuato in agosto, il vino riposa in cantina per almeno 24 mesi prima di essere commercializzato.

Colore rubino vivacissimo, squillante, con una leggera unghia granata appena accennata, ma senza alcuna tendenza al mattonato (alla faccia di quelli, informatissimi, che dicono che il Nebbiolo non ha colore e che per dargliene un po’ in più occorre ricorrere ai vinificatori, alle barrique e, perché no, magari ad un pizzico di altre uve, come fanno gli spudorati ed i cialtroni…), questo tre litri di Monvigliero, doverosamente onorato dalla banda dei miei cognati e relative consorti, ha tirato fuori un naso di assoluta complessità e fascino, elegantissimo, pieno di sfumature, avvolgente, suadente, carezzevole, cremoso, con prugna sotto spirito, ribes, lamponi, cuoio, liquirizia, catrame, accenni minerali di grafite, e poi pelliccia, sottobosco e quelle sfumature di rosmarino che sono un po’ il segno distintivo, la cifra di questo cru. E la bocca poi, quale dolcezza, morbidezza e calore !

Tannini cremosi e in forma di polvere di cacao, un frutto nitido, succoso, vivo, e poi nessuna nota amara, ma uno sciroppo che si dispone avvolgente sul palato, sapido, fresco, grazie ad un’acidità calibrata che funziona come spina dorsale del vino e che regala una piacevolezza assoluta, fino all’ultima goccia, quando a Santo Stefano e dintorni, mi sono goduto il « fund de la buta ».
Che vini spettacolari signori miei, che capolavori dell’antica civiltà del vino e del bere, che modo perfetto di chiudere, enologicamente parlando, il 2004 ! E speriamo che il 2005 mi regali ancora, grazie ai tesori antichi che riposano in cantina, simili emozioni !

Franco Ziliani
Fziliani@winereport.com





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