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LE TEMPS RETROUVÉ del 05/04/2005

Una degustazione da ricordare: 10 annate di Barolo di Bartolo Mascarello


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E’ stato solo per un singolare caso del destino che la magnifica verticale di dieci annate, e tutte in magnum, del Barolo di Bartolo Mascarello, programmata da lungo tempo e organizzata splendidamente dall’A.I.S. di Como in quel luogo deputato ai piaceri della tavola che è il Ristorante Pierino Penati di Viganò in provincia di Lecco, si svolgesse, mercoledì 9 marzo, solo pochi giorni prima della scomparsa del grande patriarca del Barolo.

Naturale quindi, essendo informati dell’aggravamento delle condizioni di Bartolo, che in tutti noi, convenuti in quest’angolo di Brianza per assaggiare la strepitosa sequenza di 1967, 1982, 1985,1989, 1990,1995, 1996,1997,1998 e1999, in abbinamento a piatti fantastici come riso Carnaroli con fontina stagionata, salsiccia e verza stufata, Stracotto di bue con castagne e pancetta, Selezione di formaggi, torta di mele e noci, ci fosse non solo un senso di tristezza, ma la consapevolezza che degustare quei vini, ed in quel momento, non costituisse un gesto qualsiasi, come non è mai stata un’esperienza qualsiasi, assaggiare i vini di questo produttore o fargli visita a Barolo, ma assumesse un significato particolare.

Qualcosa come assistere, con la scomparsa (ad un anno dalla morte di Giovanni Conterno), di uno dei suoi testimoni più alti, al tramonto di una civiltà del Barolo che nel rispetto della tradizione, nonché dell’opera e dell’esempio dei produttori che hanno preceduto quelli attualmente impegnati, hanno avuto parole d’ordine ed imperativi morali cui non si poteva venire meno. A meno di non voler stravolgere e tradire quel grande vino, la sua identità e la sua storia.

E’ naturale, quindi, che l’assaggio dei Barolo, tutti in formato magnum, ovverosia il contenitore più adatto a consentire la conservazione armoniosa dei vini, e tutti provenienti dalla collezione di un grandissimo appassionato e connaisseur come Rino Fontana, gioielliere e gourmet, la cui cantina, racconta l’amico Giorgio Rinaldi che l’ha visitata, appare come un’autentica barolesca Bengodi, si svolgesse, anche se si trattava, comunque, di una festa, in un’atmosfera speciale, assorta e malinconica.

Una degustazione, certo, ma un modo molto laico di rendere omaggio a Bartolo (ed in prospettiva di ricordarlo) attraverso il suo lavoro svolto negli anni, testimoniato da vini che, ognuno, in misura diversa, raccontava fedelmente la sua terra d’origine, la fatica contadina del lavoro in vigna, le mille cure poste, anche quando le tecniche di cantina non erano perfezionate come quelle di oggi, nell’estrarre dal Nebbiolo tutto quello che aveva da dare, compatibilmente all’andamento stagionale, alla scelta dei tempi di vendemmia, alle condizioni in cui la raccolta delle uve era stata effettuata, per consentire ai vini di consegnarsi ai posteri.

Ozioso, ora, raccontare, vino per vino, con le note di degustazione che a rileggerle oggi appaiono ben povera cosa, i Barolo che la buona sorte quella sera d’inizio marzo ci ha fatto trovare nei bicchieri. Banale parlare di intensità di colore più o meno accentuate, di tannini che, come nel caso del 1996, continuano a farti chiedere ad ogni assaggio se matureranno e come, del ruolo dell’acidità che come una spina dorsale dava vita e vivacità al sontuoso 1982 e manteneva freschissimo, con un naso intrigante profumato di violetta e di eucalipto, uno spettacolare 1967.

Una serata così, con le discussioni ai tavoli tra i sostenitori del primato del 1990 sul 1989, o l’ennesima conferma della grandezza di un 1999 destinato a grande vita davanti a sé e a perpetuare il ricordo di Bartolo, con la sua grande complessità, la magnifica struttura tannica che al momento ci lasciano senza parole, ha senso proprio per la sua interezza, per il semplice fatto d’esserci stata, per averci consentito, magari attraverso la sorprendente freschezza e piacevolezza, il velluto e l’equilibrio del 1985, dal colore spettacolare, denso, profondo, brillante ed un naso giocato tra funghi secchi, amaretti, rabarbaro e prugna sotto spirito, di vivere l’appassionante meraviglia del Barolo.

Quel vino unico, intrigante, misterioso ed indescrivibile, grandioso eppure delicato, che prodotto con le uve provenienti dalle migliori vigne e dai terroir storici e soprattutto con tanta coscienza e umiltà, proprio come faceva, con vero spirito di servizio, quel piccolo grande uomo chiamato Bartolo Mascarello, stappato dopo vent’anni ti appare ancora vivo, integro, indomabile, e ti emoziona, voce e canto della terra, come nessun altro vino al mondo.

p.s. ringrazio per la bella fotografia con la parata dei magnum in degustazione il collega Rocco Lettieri, anche lui presente alla serata, che me l’ha gentilmente concessa.





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