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VINI ALL'INDICE del 11/02/2003

Un disinvolto uso dello “stile veneto”: il “caso” Grandarella


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Anche per questo mese ho pensato ad un “vino all’indice” non imperniato sulla contestazione di un singolo vino, dovuta a caratteristiche organolettiche, secondo il mio modesto gusto, insoddisfacenti, ma mirante, piuttosto, ad esprimere le mie perplessità su un vino di cui non m’interessa dire se sia buono, oppure no, ma di cui non mi convince assolutamente, piuttosto, la filosofia di produzione.
L’imputato, se così posso definirlo, è un vino che i comunicati stampa ci descrivono come “un Supervenetian rosso secco, figlio dell’antica tecnica dell’appassimento della quale l’azienda veronese (la Masi Agricola di Gargagnago di Valpolicella – n.d.r.), rappresenta sicuramente l’espressione più alta”.
Grandarella il nome di questo vino, nome che volutamente “ricorda l’acino (grano) di uva appassita sui graticci (arelle)” non nasce, come verrebbe lecito pensare, anche per la scelta di una bottiglia uguale a quella dell’Amarone, di un’etichetta che richiama il design degli Amarone della stessa casa, di una dicitura in retroetichetta, che recita “da uve autoctone appassite, prodotto da Masi, specialista nei vini di appassimento come l’Amarone”, in Valpolicella.
E’ prodotto, invece, da una notissima casa vinicola che ha sede in un paese, Gargagnago, il cui cartello stradale riporta la dicitura “borgo dell’Amarone”, come se San Pietro in Cariano, Negrar, Pedemonte, Fumane, Marano, Sant’Ambrogio non lo fossero altrettanto, nella Tenuta Corte Paradiso, a Latisana, “da uve Refosco (75%), vitigno autoctono del Friuli, Carmenère e Corvina, lasciate ad appassire su piccoli plateaux fino all’autunno inoltrato”. Tutto questo con una tecnica, è sempre la cartella stampa a parlare, “che consente di ottenere una grande concentrazione zuccherina, un mosto con una quantità più importante di sostanze aromatiche, coloranti e fenoliche, ed uno sviluppo di tannini più morbidi e rotondi” e costituisce dunque, “il primo esempio della tecnica dell’appassimento applicato ad uve non tipiche del Veronese ma che interpreta lo stile di Verona”.
Il comunicato relativo al Grandarella dice però ancora di più, e a mio avviso, trattandosi di un produttore, Masi, d’importanza centrale nella storia produttiva della Valpolicella e al quale questa zona deve molto in termine di qualità, di promozione, di capacità di comunicare il messaggio “vini Valpolicella” nel mondo, con ben maggiore gravità, spingendosi ad affermare letteralmente che “Grandarella nasce dall’esperienza della Masi nella produzione dell’Amarone ispirandosi ad una tecnica che fa scuola nel mondo”, tecnica che viene definita”stile veneto”, oppure “stile veronese”. Uno stile, così viene detto, che “interpretato e sviluppato con rigore può aggiungere personalità ed originalità ad un vino moderno”.
Chi scrive non ha di certo intenzione, sia ben chiaro, di contestare all’abile imprenditore vinicolo Sandro Boscaini, deus ex machina della Masi, la libertà di produrre laddove ritenga opportuno, in Friuli a Latisana, oppure in Argentina, come ha fatto, nella regione di Mendoza, nella Tupungato Valley, dove da alcuni anni ha acquistato una proprietà di 120 ettari, (di cui oltre 70 già vitati), dando vita ad un progetto chiamato “Vigneti La Arboleda” che si riassume nello slogan “Argentinean soul, Venetian style” e che ha sinora prodotto due vini annata 1999, il Corbec, da un uvaggio di 70% di Corvina e 30% di Malbec lasciate in appassimento per 22 giorni in ambiente coperto, ed il Passo Doble, con una predominanza di Malbec (62%), unito ad un 30% di Corvina leggermente appassita e ad un 8% di Merlot.
Nessuno intende contestare il suo savoir faire e la capacità di recitare, da protagonista, sui vari mercati, grazie a vini ottenuti con la tecnica dell’appassimento che è storicamente alla base dei vini della Valpolicella, Amarone e Recioto. E che in Italia viene applicata, fuori Valpolicella, se si escludono alcuni limitatissimi casi come lo splendido Graticciaia delle Agricole Vallone in Salento, solo in Valtellina con lo Sforzato.
Quello che non mi garba affatto e che trovo stonato, fuori misura e incomprensibile, è piuttosto che si tranquillamente pensi di applicare una tecnica che ha fatto dell’Amarone, e del Recioto della Valpolicella, un peculiare “vino di stile e stile di vino”, come recitava il titolo di un ottimo convegno organizzato da Daniele Accordini un paio d’anni fa, un qualcosa di prezioso, di unico e d’inimitabile, a vini, indubbiamente buonissimi, non voglio metterlo in dubbio (ma non è del loro valore organolettico che sto parlando), che innegabilmente con l’Amarone e la Valpolicella non hanno nulla da spartire. E, cosa ancor più preoccupante, che a farlo non sia un tizio qualsiasi, bensì un produttore della Valpolicella, attivo in Valpolicella, con sede in un paese che orgogliosamente rivendica l’appellativo di “borgo dell’Amarone”, parlando di uno “stile di Verona” o “veronese”, che si vorrebbe far credere faccia “scuola nel mondo”. Cosa che, nella mia ignoranza provinciale, e senza la conoscenza diretta, che Sandro Boscaini indubbiamente ha, dei vari mercati mondiali, non mi risulta corrispondere a verità.
In conclusione, se accettiamo, senza battere ciglio e senza lamentarci, che venga rivendicata e accreditata l’esistenza – e la dignità – di uno “stile” definito di volta in volta “di Verona”, oppure “veronese”, o peggio ancora “veneto”, ma che è storicamente tipico della Valpolicella, come possiamo poi lamentarci se dall’altra parte nel mondo, in Australia, un produttore, Primo Estate, si spinge a produrre e commercializzare, trovando un distributore persino in Italia, (una società di Firenze chiamata Teatro del Vino), un Cabernet Sauvignon Merlot 1999 che in retroetichetta riporta testualmente, in caratteri ben grandi, Moda Amarone, e in altri, leggermente più piccoli, “AMARONE method” ?
Se l’appassimento delle uve rosse, (Corvina, Rondinella e Molinara e altre minori), che ha fatto la storia, la grandezza, la fortuna e la peculiarità di una zona ben delimitata e riconoscibile chiamata Valpolicella, diventa un metodo come un altro, esportabile, applicabile ovunque e spacciato come “stile veneto”, cosa resterà a rappresentare l’inimitabile peculiarità della Valle dalle molte cantine, e del suo “vino di stile e stile di vino” universalmente noto come Amarone, il vino che Ernesto Bussola, in un suo delizioso libretto di poesie frammiste ad acquerelli (In verde e rosso di velina – Il Segno dei Gabbrielli editore tel. 045 7725543 www.gabriellieditori.it) definisce “il signore sobrio di poche parole, virile”, che si esprime con “voce baritonale” ?
Saranno forse dei Cabernet Sauvignon come mille altri, dei merlottoni queruli e noiosi, delle banalità intercambiabili senza originalità, a reggere il vessillo, a costituire il simbolo, in un prossimo futuro a tinte fosche, della splendida terra di broli, filari, marogne, di “olìi, vigne e siresi” ?
E quale poeta saprà trovare, se l’appassimento sui graticci diventa una metodologia come un’altra, valida a tutte le latitudini, oggi a Latisana ed in Argentina, domani in Australia, California o chissà dove, le parole per descrivere la magia de “L’ua da recioto”, che “sora l’arela come monega/en cela/ oltà sul taolasso la bela/ormai/da mesi se purga/i bagordi/e strapassi, beude/e spegassi/Smagrando la pansa/se strina/la pel par dentar/piassè tardi/ne la vita nova/essenza/de sucaro e sol/regalando/a omeni e done boresso/e alegria/ciamandose dopo de Valpolicella/Recioto” ?
Mala tempora currunt...

Franco Ziliani
Fziliani@winereport.com





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