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VINI ALL'INDICE del 09/03/2005

I Brunello di Montalcino 2000 del Castello Banfi: un’originale interpretazione della celebre Docg toscana


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Ma sarà ancora valido, mi chiedevo mentre degustavo, rigorosamente alla cieca, senza conoscere il nome dei produttori, alcuni Brunello 2000 durante il recente Benvenuto Brunello a Montalcino, l’articolo 6 del disciplinare vigente (G.U. n°133 DEL 10-6-1998) - che riprendo dal rinnovato sito del Consorzio (www.consorziobrunellodimontalcino.it) – e che recita testualmente “colore rosso rubino intenso tendente al granato per l’invecchiamento; profumo caratteristico ed intenso; sapore asciutto, caldo, un po’ tannico, robusto ed armonico”, con “acidità totale minima di 5,0 g/l” ?
Non sarà mica stato, nottetempo, abolito e sostituito da una dicitura, molto più semplice ed in grado di lasciare ai produttori tutta, ma proprio tutta la libertà di manovra che desiderano, che senza tante storie dica invece, “colore, profumo e sapore del Brunello come ognuno vuole” ?

Solo una modifica del genere, pensavo riflettendo sulle sensazioni organolettiche da me provate, potrebbe difatti giustificare la presenza, in degustazione, di vini che con la descrizione organolettica del vino creato da Ferruccio e Tancredi Biondi Santi - (da leggere assolutamente il bellissimo volume dedicato a Franco Biondi Santi dalla wine writer Usa Kerin O’Keefe, edito da Veronelli editore) – sembrarebbero entrare come un lupo o una volpe in un pollaio. Vini che in etichetta riportano la dizione Brunello di Montalcino Docg e non Sant’Antimo Doc o Toscana Igt, rossi che hanno superato l’esame delle commissioni di degustazione della Camera di Commercio, i cui componenti, (spesso enologi di chiara fama e di valore tanto da essere poi consulenti di molte aziende a Montalcino), non hanno trovato nulla da eccepire circa le caratteristiche di questi vini rispetto al dettato, chiarissimo, del disciplinare.

Tra i vini, per me degustatore professionale ormai da non poche primavere, più sorprendenti, per i motivi appena esposti, e non certo per il loro chiaro e netto parlare Brunello e Montalcino, (quell’eloquio inconfondibilmente toscano che mi arriva non solo dall’inarrivabile modello Case Basse Soldera o dal Greppo di Franco Biondi Santi, ma dai vini di aziende come Lisini, Giulio Salvioni, Gorelli Le Potazzine, Capanna, Poggio di Sotto, Gianni Brunelli, Mastroianni, Mocali, Valdicava, per citare solo i primi che mi vengono in mente), si sono confermati, anche con l’annata 2000, i vini della più mediatica, internazionale e vasta tra le aziende di Montalcino, il Castello Banfi della famiglia Mariani, dove per anni ha operato come amministratore delegato uno dei più strenui e tenaci “anti-tradizionalisti”, nonché sostenitore della libertà totale d’azione per le aziende, come il potente cavaliere Ezio Rivella, oggi deus ex machina e massimo ispiratore del team di grandi aziende ispiratrici del “Progetto Vino”.

Intendiamoci, non intendo assolutamente affermare, e pertanto non lo affermo in alcun modo, lo ribadisco, tanto più non potendo contare che sul mero riscontro del mio naso e del mio palato, e dunque su un riscontro soggettivo non certo infallibile, che i due Brunello 2000 di Banfi da me assaggiati, lo ripeto, alla cieca, senza alcun tipo di prevenzione e di arrière pensée, siano vini che contravvengono ai desiderata di un disciplinare ove questo prevede l’uso di chiaramente di Sangiovese in purezza. Disciplinare che, peraltro, nel caso non fosse gradito, o fosse considerato come una gabbia troppo stretta dai produttori, non impedisce peraltro loro di trovare comodo asilo nella Doc Sant’Antimo, o nella Igt Toscana, dove ci si può sbizzarrire a volontà, ampelograficamente parlando. Questo perché la Denominazione di Origine Controllata Sant'Antimo, “nata dalla volontà dei produttori di qualificare tutta la produzione vinicola montalcinese, consente di collocare i vini diversi dal Brunello, dal Rosso e dal Moscadello, che nascono a Montalcino. Il Sant'Antimo Rosso può essere prodotto per passaggio da Brunello o da Rosso di Montalcino consentendo al produttore di fare delle scelte qualitative di vendemmia o di cantina di ampio respiro”.

Certo, riportare in etichetta Sant’Antimo Doc, (una tipologia per la quale Banfi si avvale della consulenza di mister Merlot, alias Riccardo Cotarella), non ha lo stesso appeal, anche all’estero, che presentarsi come Brunello di Montalcino Docg…
Eppure, se alla potente winery, pardon, azienda vinicola, fare il Brunello così come lo prevede il disciplinare attuale, per un qualsiasi motivo non garbasse, con il nome che si ritrova, le indubbie capacità di marketing, e la simpatia di cui gode presso la stampa italiana ed internazionale, non avrebbe di certo difficoltà a vendere i suoi vini, anche rinunciando a questa denominazione tanto passatista da arroccarsi sull’assioma del Sangiovese in purezza.

Per quanto mi concerne, invece, non riuscendomi a spiegare le ragioni dell’assoluta eterogeneità e particolarità dei due campioni presentati alla stampa a Montalcino il 18 e 19 febbraio scorso (ma non era il caso solo dei vini di Banfi, ce n’erano anche altri…), posso solo riferire che gli appunti dei miei blind tasting, ripetuti due volte, nel corso di Benvenuto Brunello, parlano, per il 2000 base, di colore fitto scuro denso violaceo melanzana profondo, di naso animale pungente con note di cuoio e sottobosco e un netto sentore balsamico e mentolato, di un gusto dolcissimo, molle, senza acidità e nerbo, senza spigoli, senza carattere, ridotto a marmellata in forma di vino, con piccola struttura tannica.

Per il cru Poggio alle Mura, sempre i miei appunti riferiscono di un colore paradossale, viola super concentrato e impenetrabile, quasi inchiostroso, molto diverso dal “colore rosso rubino intenso tendente al granato” previsto dal disciplinare, di un profumo fitto, con note di mora, ribes, sottobosco, ricordi mentolati e di pepe nero, con legno molto evidente, ampia tostatura e spezie ed un gusto molle, dolce, rotondo, ruffiano e senza spigoli, molto maturo assolutamente privo di carattere e di personalità, che non mi ha rivelato alcun legame con il territorio.
Secondo il mio parere di esperto, che in questo articolo esercita il sacrosanto diritto di cronaca e di critica, ci vuole davvero del coraggio, e una certa dose sicurezza di sé, per proporre vini del genere ad una presentazione che si chiama ancora Benvenuto Brunello e non Degustazione di vini rossi fatti secondo l’estro e l’ispirazione del wine maker…
Un coraggio, che forse non farà di certo difetto, a navigati wine writer e a giornalisti italici, che loro sì che sanno come si sta al mondo, per premiarli, com’è giusto che sia in questo strano mondo del vino di oggi dove la tipicità è ormai una parolaccia, oltre che un optional…

Se nella sua edizione 2005 Vini d’Italia ha assegnato i “tre bicchieri” al Poggio alle Mura 1999, definito “molto moderno nello stile, con un colore molto intenso” e solo due bicchieri, ma rossi, al Brunello 1999, che sebbene venga definito “un vero e proprio gioiello. Di buona attinenza al territorio”, il terzo bicchiere calice non lo raggiunge, pur avendo raggiunto “le degustazioni di finale” – (evidentemente modernitas necesse est, mentre il “buon” carattere territoriale funziona come un limite…), quali elogi saprà tirar fuori dal cappello del mago, prontamente imitata da Wine Spectator, per i Brunello 2000 di Banfi?

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