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OBIETTIVO DOC del 06/03/2003

Valsusa DOC, tra biodiversità e piccoli numeri


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Storia
Valsusa è la denominazione legata alla Valle di Susa, territorio appartenente alla provincia di Torino, e da sempre terra di passaggio per accedere ai valichi del Monginevro e del Moncenisio che portano oltralpe. I riferimenti mitologici portano a pensare che vi fosse passato Ercole diretto verso le Alpi, mentre la storia ufficiale riporta come certo sia il passaggio d’Annibale che delle legioni Romane in viaggio da e verso la Gallia.
L’andamento est-ovest e la protezione delle Alpi dai venti freddi da nord ne caratterizzano positivamente il clima, facendone un ambiente favorevole alla viticoltura.
La denominazione è giovane e il decreto che l’ha fatta nascere, risalente al 1997, è stato il punto d’arrivo di un progetto che ha coinvolto diverse istituzioni, in primis la Provincia di Torino e le Comunità Montane dell’Alta e della Bassa Valle. La collaborazione dell’Università di Torino e del CNR, appassionata ed efficace, ha contribuito al recupero della viticoltura che qui ha tradizioni millenarie; i piccoli numeri del 2001, ovvero 14 ettari di superficie iscritta, 12 soci, di cui sei imbottigliatori, per una produzione di 50.000 bottiglie, non devono trarre in inganno.
Gli scritti del passato parlano di un’estensione vitata molto maggiore, dato confermato da un censimento del 1862 che riporta 243 ettari per le sole località di Chiomonte, Exilles e Salbertrand, luoghi dove la vite era allevata ad altezze comprese tra i 700 e i 1100 metri. Un fatto da non escludere è che, in concomitanza di periodi climatici favorevoli, la vite fosse allevata anche ad altitudini superiori, supposizione avvalorata da una serie di toponimi in alta valle ad altitudini comprese tra i 1050 e i 1850 metri. Anche in bassa valle la viticoltura era, in ogni caso, fiorentissima.
La produzione, autoconsumo a parte, era assorbita dai molti “alberghi” costruiti per la gente di passaggio e il commercio fuori valle, in particolare verso la Francia e Torino, era molto attivo.
La costruzione della ferrovia, che migliorò l’economia locale, provocò un primo processo d’abbandono della viticoltura, derivante da un calo della produzione per autoconsumo.
Anche la fillossera, che in valle colpì solo negli anni trenta, fece ovviamente i suoi danni: questo ritardo diede però la possibilità di vendere molto vino in Francia, colpita dal flagello con anni d’anticipo e con una domanda interna che i propri vigneti, in gran parte distrutti, non potevano più sostenere.
La seconda guerra mondiale e l’industrializzazione influirono altrettanto negativamente sulla viticoltura, che rimase principalmente a livello d’attività part-time.
Anche i lavori di realizzazione dell’autostrada del Frejus fecero la loro parte, poiché un impianto di betonaggio venne installato proprio presso i vigneti di Chiomonte, che divennero in parte inutilizzabili. Questi furono poi recuperati nei primi anni Novanta, grazie a un progetto di rivalutazione ambientale implementato dalla Comunità Montana Alta Valle Susa e finanziato dalla Comunità Europea, ed è da qui che la storia più recente parte.
Disciplinare e piattaforma ampelografica
Attualmente la DOC contempla il solo Valsusa Rosso, un vino che prevede per un minimo del 60%, da soli o congiuntamente, le uve Avanà, Barbera, Neretta Cuneese e Dolcetto, e per il restante 40% altri vitigni a bacca rossa autorizzati in provincia di Torino. Tranne l’Avanà, autoctono, gli altri vitigni si sono diffusi in valle nel periodo post-fillosserico.
L’Avanà è il vitigno autoctono più rappresentativo: vinificato in purezza produce vini freschi, fragranti, profumati e poco strutturati, che si esprimono al meglio in gioventù. E’ un’uva che ha pochi polifenoli e va vinificata con attenzione, perché presenta un’instabilità della materia colorante. Una curiosità: da studi effettuati si è dedotto che l’Avanà ha un parente in Alta Savoia, chiamato Hibou Noir.
Un altro vitigno autoctono è il Becuèt, appena entrato nell’elenco dei vitigni autorizzati nella provincia di Torino, noto in valle anche come Bequet o Biquet. Questo vitigno ha grandi potenzialità: il suo contenuto polifenolico è paragonabile a quello di Cabernet, Merlot e Syrah, quindi molto colore e struttura, con predisposizione per l’evoluzione in legno.
Molti altri, però, sono i vitigni autoctoni riscoperti: il Carcairone, parente del Gamay, e il Baratuciat, vitigno a bacca bianca che pare dotato di grandi potenzialità, sono forse i più rilevanti, ma non vanno dimenticati la Brunetta, la Grisa Nera, la Grisa Roussa e il Gro Blan, quest’ultimo a bacca bianca.
Grande merito nel lavoro di riscoperta di tutti questi vitigni va sicuramente alla passione e alla pazienza di Anna Schneider, del Centro di miglioramento genetico della vite del CNR di Torino, che ha esaminato con cura i vigneti, spesso insieme agli anziani del luogo, cioè la memoria storica.
Il lavoro del DIVAPRA, Dipartimento di Valorizzazione e Protezione Risorse Agroforestali dell’Università di Torino, svolto da Vincenzo Gerbi, Giuseppe Zeppa e Luca Rolle, è stato altrettanto prezioso sul fronte delle vinificazioni sperimentali.
Oltre ai vitigni già citati, sono presenti in valle anche Chardonnay, Pinot Nero, Ciliegiolo e Nebbiolo.
La piattaforma ampelografica della DOC riflette la composizione dei vigneti più vecchi, dove gli impianti sono molto fitti ed eterogenei per composizione, con le piante allevate ad alberello singolo.
Queste vigne sono peraltro in via d’estinzione, eccezion fatta per i terrazzi più piccoli e impervi, perché la tendenza è a rifarle con logiche diverse, che privilegiano la meccanizzazione parziale e impianti più ordinati e razionali basati sul filare. Esistono quindi tutte le caratteristiche della più tipica “viticoltura di montagna”.
Alcuni produttori
Carla Cometto, dell’Azienda Agricola Carlotta di Borgone di Susa, ha ereditato dal padre la vigna e ha iniziato l’attività con grande rigore e serietà, integrando le nozioni legate alla tradizione e all’empirismo, apprese dal padre, con la tecnica dei nostri giorni, appresa tramite corsi universitari. Per lei quest’attività, che svolge dal 1990, ha significato “rendere omaggio alla memoria del lavoro delle generazioni precedenti, che avevano molto meno di noi e facevano molta più fatica a vivere”. La produzione, di circa 7.000 bottiglie, viene da circa un ettaro e mezzo di vigneto: il collocamento del prodotto avviene ad un prezzo adeguato e presso enoteche e ristorazione qualificata anche fuori valle. A dimostrazione di uno spirito intraprendente, anni fa la Cometto portò il suo vino ad un raduno di mostri sacri dell’enologia piemontese per farlo da loro assaggiare e valutare, ottenendo un successo insperato ma incentivante, “altrimenti avrei smesso”, mi ha confessato. Ora è responsabile locale del Movimento Turismo del Vino e Vice Presidente della Federazione dell’Alto Piemonte, organismo che associa le zone vinicole di Valsusa, Pinerolese e Canavese. Cometto lamenta grosse difficoltà d’accesso agli aiuti per le aziende agricole, le cui procedure e vincoli sono troppo rigidi e svantaggiosi per le piccole aziende come la sua. “Siamo anche un’azienda di montagna”, mi ha detto, auspicando qualcosa di nuovo per queste situazioni. I vini che l’azienda produce come Valsusa Rosso DOC sono tre e sono buoni, e puntano su finezza, eleganza ed equilibrio. Ogni vino ha il nome del vigneto di provenienza: il Rocca del Lupo, a base Avanà e Barbera, viene dalle vigne di Chiomonte, il Costadoro è a base di Ciliegiolo, Barbera e Neretta Cuneese, mentre il Vignecombe è a base di Avanà, Gamay, Ciliegiolo e Barbera. Ogni vino ha un proprio carattere, sapientemente mantenuto attraverso una vinificazione che avviene rigorosamente in acciaio.
Lorenzo Ponte e Andrea Turio mi hanno descritto l’Azienda Agricola Clarea sita a Chiomonte, nata nel 2000, della quale sono soci. Clarea ha in concessione sette ettari di vigneto presso Chiomonte, quasi del tutto reimpiantati a filare con Avanà, Barbera e Dolcetto, di proprietà della Comunità Montana. Le tre varietà sono vinificate in purezza e permettono di ottenere un discreto numero di bottiglie, circa 25.000 per la vendemmia 2001, ottenute dai cinque ettari che sono già in produzione. All’interno del vigneto c’è anche un piccolo campo sperimentale, utilizzato dall’Università di Torino per studiare sia i vitigni riscoperti della valle, sia altre varietà tipicamente di montagna provenienti dalla Valle d’Aosta, Alta Savoia e Svizzera. E’ prevista per quest’anno la realizzazione di una nuova cantina adiacente ai locali dell’azienda, progetto sponsorizzato dalla Comunità Montana, che permetterà un maggiore respiro nella produzione. Nelle intenzioni aziendali c’è anche l’idea di raccogliere e vinificare le uve di proprietà altrui. Per quanto riguarda i Valsusa Rosso DOC il Signou, a base Avanà, è profumato, fresco e piacevole, mentre il Colombier, a base Dolcetto, e il Clos, a base Barbera, sono stati assaggiati a temperatura non ottimale e quindi non giudicabili.
Con Andrea Turio, che è Presidente del Consorzio di Tutela, ho anche discusso dello stato della DOC. La promozione è un obiettivo sul quale s’intende investire in modo mirato, selezionando attentamente le manifestazioni e i canali di comunicazione, anche in funzione delle Olimpiadi invernali del 2006 assegnate a Torino, che vedranno in alta Valle di Susa lo svolgimento di diverse competizioni. Il rischio che Turio individua in quest’occasione è che nessuno si accorga dell’esistenza dei prodotti locali, a patto che le istituzioni non contribuiscano con un’incisiva azione informativa, “altrimenti circoleranno solo Barolo e Castelmagno”. Gli altri problemi evidenziati sono rappresentati dall’eccessiva elasticità del Valsusa Rosso DOC, che permette di fare vini molto diversi tra loro, i costi elevati della viticoltura, che obbligano a reimpiantare per abbassare i costi di lavoro, ma che cancellano i vigneti storici, e il numero basso di ettari a DOC. Una modifica al disciplinare sulla quale si sta meditando riguarda la nascità del Valsusa Avanà DOC, che avrà lo scopo di valorizzare l’autoctono attualmente di punta e, con la stessa filosofia, si punterà anche sulla creazione del Valsusa Becuèt DOC. Nonostante i problemi evidenziati Turio è comunque ottimista, perché esistono potenzialità sia per quanto riguarda il prodotto, sia per la prospettiva di aumentare il numero di bottiglie in circolazione, ponendo i 100 ettari come obiettivo raggiungibile, a patto di coinvolgere i viticoltori che attualmente producono più che altro per l’autoconsumo.
L’Azienda Agricola Sibille, sita a Gravere, è nata nel 1995 e ha una storia ed una tradizione robusta alle spalle, costituita dai vigneti di famiglia, molti dei quali terrazzati con piante allevate ad alberello singolo. L’azienda sta sostenendo ingenti investimenti nei reimpianti, nella tecnologia in cantina e nell’adeguamento dei locali aziendali, come mi ha raccontato Fulvio Sibille. Il vigneto è di un paio d’ettari, per una produzione compresa tra le 12.000 e le 15.000 bottiglie, e i vitigni sono Avanà, Barbera, Neretta Cuneese e Chardonnay. Nei Valsusa Rosso DOC è molto buona l’Avanà in purezza che ho assaggiato dalla vasca, un vino profumato e fresco che mi ha fatto davvero una bella impressione. Gli altri Valsusa Rosso DOC sono vini che hanno come base Avanà e Barbera e che vedranno, a partire dal 2002, anche l’aggiunta di Neretta Cuneese. Questo uvaggio esiste in due versioni, una solo in acciaio e l’altra passata in legno, entrambe chiamate Colfacero, dal nome della località dove sono situate le vigne. La versione solo in acciaio è un vino buono, piacevole, profumato ed equilibrato, mentre la versione passata in legno, sebbene più complessa e morbida, perde in tipicità. Le etichette sono davvero belle e sono frutto di un lavoro di packaging impegnativo e, ovviamente, costoso. “L’investimento è ancora in perdita”, mi ha spiegato Sibille, il quale non nasconde un certo disappunto per la risposta poco entusiasta che i suoi vini hanno in valle. Riguardo alle Olimpiadi del 2006, è più pessimista rispetto a Turio, essendo sicuro che alla fine i vini valsusini saranno trascurati a favore, soprattutto, di prodotti provenienti da altre realtà piemontesi. Sibille è davvero un viticoltore appassionato, e sentirlo minacciare di abbandonare tutto, se gli investimenti non cominceranno a rientrare, provoca un certo dispiacere.
Della scarsa penetrazione dei vini valsusini sul mercato locale ho parlato anche con Giancarlo Martina, dell’Azienda Agricola Martina di Giaglione, il quale condivide le opinioni pessimistiche di Sibille e Turio sia riguardo alle Olimpiadi del 2006, sia alla difficoltà nel proporre i vini alla ristorazione locale: questa sembra, infatti, considerare, tranne poche eccezioni, il prodotto non competitivo dal punto di vista del prezzo, privilegiando in carta etichette di prodotti provenienti da fuori valle. Quando sono presenti, poi, i vini valsusini vengono proposti come una presenza folcloristica. Martina, facendo due semplici conti, sostiene che basterebbero i soli ristoranti di Bardonecchia e Sauze d’Oulx ad assorbire le 50.000 bottiglie prodotte dalla DOC. L’azienda possiede circa un ettaro e mezzo di vigneto e produce circa 12.000 bottiglie. Oltre ad Avanà, Barbera e Dolcetto, nel loro vigneto è possibile trovare Pinot Nero, vinificato in purezza ma troppo marcato dal legno, e Chardonnay. L’azienda è posta in un luogo veramente spettacolare ed è anche un agriturismo. Martina non è molto ottimista sul futuro: “Ogni giorno è una lotta, anche contro la natura” alludendo ai danni che i cervi d’inverno e i caprioli a primavera provocano in vigna. Anche qui gli investimenti sono stati ingenti e orientati alla realizzazione della cantina nuova e al reimpianto dei vigneti. Addio quindi agli alberelli e alle tante varietà di vitigni nel vigneto, quelle varietà che nonna Martina conosceva una per una e i cui nomi rischiano di scomparire con la fine della sua generazione. Anna Schneider, che ho già citato, si è spesso confrontata con queste persone per capire, analizzare e catalogare la grande messe di vitigni presenti, un lavoro che Martina giudica come decisivo per i risultati che sono stati raggiunti.
Una realtà dai tanti problemi quindi, quella della viticoltura in Val di Susa, primo di tutti quello di riuscire ad affermarsi in casa propria, forse perché si tratta di vini di montagna dal carattere particolare, soprattutto quelli marcati dalla presenza dell’Avanà, sebbene siano venduti a prezzi assolutamente competitivi.
E’ chiaro però che la viticoltura valsusina ha bisogno d’interventi concreti da parte delle istituzioni, per evitare l’abbandono definitivo di un’attività nata già prima degli antichi Romani.

Riccardo Modesti
rmodesti@winereport.com





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