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OBIETTIVO DOC del 22/10/1999

" C'é del marcio in Barolandia ? "


Nello scrivere questo lungo articolo, avremmo tanto voluto evitare di atteggiarci a bastian contrari, e insidiare le certezze e gli entusiasmi di chi, giustamente, fa osservare che il Barolo ha la pelle dura e non ha mai vissuto un momento magico come questo e che i suoi protagonisti, i vignaioli, non sono mai stati tanto al centro dell'attenzione e non hanno mai guadagnato così tanti soldi. Però, pur riconoscendo la veridicità di queste affermazioni, basta vedere il numero di nuove cantine che sono nate e tuttora vedono la luce, ultimamente anche grazie ad un costo del denaro sceso a livelli anni Sessanta, che spinge ad investire, non possiamo esimerci dall’affermare che, a voler guardare bene, a non fermarsi alle apparenze, non é poi tutto oro quello che luccica e che appaiono sempre più chiari, a chi li vuol vedere, paradossi e contraddizioni, preoccupanti incongruenze e segnali di una crisi in agguato, che si può esorcizzare solo con decisioni intelligenti e comportamenti avveduti.

Non crediamo sia pertanto veritiero affermare, come una visione “ buonista “ e " politicamente corretta " consiglierebbe, che nessuna nube si affaccia all'orizzonte dello splendente e luminoso cielo del Barolo, ma occorre riconoscere - e denunciare – con una certa dose di coraggio e di impudenza, lo riconosciamo - che c'è del marcio in " Barolandia ".

Cercheremo di dimostrare questa nostra circostanziata convinzione, non un teorema astratto stile Procura di Palermo, seguendo un percorso logico, che passa attraverso una serie di eventi tra loro concatenati.

Episodio iniziale. Dopo tante pubblicazioni in lingua tedesca e inglese dedicate alle Langhe e al Barolo esce finalmente, ad inizio estate, una bel volumetto che presenta per la prima volta in lingua francese, in una novantina di pagine, il mondo dei vini piemontesi e l'universo del Barolo e del Barbaresco in particolare. Numero speciale doppio della rivista Vinifera, lo Spécial Piémont é curato da un giornalista svizzero, Jacques Perrin, che conduce, senza nasconderlo, é scritto a chiare lettere nell'ultima pagina della rivista, anche un'attività di " selezione e importazione di vini fini ". Procurataci la rivista, abbiamo iniziato a leggerla, estremamente curiosi di conoscere il parere del confrère elvetico su vini che tanto amiamo, ma dopo l’apprezzamento iniziale per la bella parte introduttiva dedicata al territorio e alle annate, ( parte che ci fa capire che chi scrive conosce la zona ), é immediatamente subentrata una chiara perplessità non appena arrivati alla parte più " succosa " della guida, al classement, ovvero alla classificazione dei produttori in base al loro valore. Tre stelle ai " produttori eccezionali i cui vini figurano nell'élite mondiale ", due stelle ad " eccellenti produttori i cui vini fungono da riferimento in diverse annate ", una stella a " produttori molto buoni i cui vini si piazzano regolarmente tra i migliori della denominazione ". Segue poi una categoria di " produttori di qualità ", suddivisa graficamente in due parti: in grassetto i nomi dei produttori più vicini alla soglia della prima stella, in caratteri normali gli altri.

Un criterio di giudizio abbastanza condivisibile quello del collega svizzero, se non balzasse subito all'occhio che, curiosamente, nel " refugium peccatorum " dei più " scarsi ", quelli che la stella non se la sognano neanche, sono inseriti nomi che non solo fanno parte della storia e dell'attualità del Barolo e del Barbaresco, ma che hanno il vizio - la tara per alcuni - di produrre i loro vini con lo stile tradizionale appreso dai padri e dai nonni. In “ castigo “, in ginocchio dietro ad una barrique, troviamo non solo Bartolo e Mauro ( Giuseppe ) Mascarello, Bruno Giacosa, Oddero, Giuseppe Rinaldi, Vietti, Luigi Minuto Cascina Luisin, F.lli Brovia, ma anche produttori come Michele Chiarlo, Cisa Asinari di Gresy, Massolino Vigna Rionda, Produttori del Barbaresco, Cavallotto, che a detta di molti non producono di certo vini dichiaratamente old style. Se la cavicchiano invece, prossimi ad una stella, Tenuta Einaudi, Silvio Grasso, Fiorenzo Nada, Pio Cesare, Gianni Voerzio e Cà Viola, il cui proprietario, il winemaker rampante Beppe Caviola, coscienza critica dei dolcettisti novello stile di Dogliani, " sta imponendosi come uno degli enologi consulenti più in vista della regione ", come recita doverosamente un'avvertenza dell'autore.

A fronte di questa bocciatura senza appello per i tradizionalisti, che ha come corollario alcune " perle ", tipo il commento dedicato al grandissimo Bruno Giacosa -" ci é difficile condividere l'entusiasmo di alcuni riguardo ai vini di Bruno Giacosa. Certo, nella loro migliore espressione questi vini impressionano per la loro materia e la loro potente estrazione (...) sfortunatamente non sono esenti da difetti ( riduzione, mancanza di pulizia ). E tenuto conto del prezzo elevato di questi vini l'imperfezione costa molto cara... " - ecco scatenarsi un vero e proprio Magnificat, fatto di stelle, giudizi, esaltazioni e foto, per i modernisti spinti. Ovviamente tre stelle, quattro pagine, orejas y musica pour le roi Angelo Gaja, e chi potrebbe mai sognarsi di eccepire, il re é grande, evviva il re !, tre stelle condivise con Roberto Voerzio, e poi due, a seguire, per Luigi Scavino - Azelia, per il guru Elio Altare, per Domenico Clerico, Conterno Fantino, Parusso, Paolo Scavino, Luciano Sandrone, Bruno Rocca, Giorgio Rivetti - La Spinetta. Oddio, le due stelle vengono attribuite, un po' obtorto collo, anche ai due Conterno, Aldo e Giacomo, ma con commenti nel colonnino dedicato loro, che rispetto ai trattamenti stile Monica Levinsky riservati ai Barolo boys, appaiono a metà tra il velenosetto e l'insidioso. Di Aldo Conterno, celebrata la grandezza di un Bussia Soprana 1961, si scrive che " da qualche tempo l'azienda non sembra più avere la stessa carica che in passato. A meno che non si debba spiegare la relativa delusione, che abbiamo provato a più riprese, con la progressione qualitativa di un certo numero di altri produttori ", mentre del papà del Monfortino si celebra solo la fedeltà museale alla tradizione. " Simili vini - densi e severi - possono fare la figura dei dinosauri agli occhi di alcuni, ma per la grande maggioranza rimangono l'emblema dei Barolo all'antica, senza concessioni e pressoché blindati per l'eternità. Non fosse che per questo, Giovanni Conterno merita il nostro rispetto ".

Preso atto di tali stranezze, un'azienda storica come Prunotto relegata ad una sola stella senza commenti di sorta, case come Monfalletto - Cordero di Montezemolo, Cabutto e Cappellano tranquillamente dimenticate e nemmeno citate alla rinfusa, i giudizi sui Barolo 1996 e 1997 di Bartolo Mascarello attribuiti senza che - parola del Grande Vecchio, nessuno ne abbia fornito i campioni per la degustazione o che Perrin o qualcuno del suo team sia venuto in cantina a degustarli... - e tenuto conto che alla realizzazione del volumetto ha contribuito un collaboratore dell'Arcigola Slow Food, decidiamo di passare alla controffensiva. Ancora più motivati, dopo aver accertato che il giornalista Jacques Perrin, che ovviamente non vogliamo accusare di conflitto d'interessi, distribuisce in Svizzera con la sua società Cave SA ( E-mail cavesa@bluewin.ch ), Altare, Clerico, Parusso, Bruno Rocca, Roberto Voerzio, Enrico Scavino, Luigi Scavino, ovvero buona parte della crème de la crème da lui stesso pluristellata.

Da tempo, non solo come giornalista, ma come amante del re dei vini italiani, mi ripromettevo di organizzare un incontro tra i grandi vecchi del Barolo, di registrare le opinioni, le perplessità, le amarezze per le strane cose che accadono da diversi anni ormai nel loro mondo. Ero convinto che anche loro, les vieux vignerons del rovere di Slavonia e delle macerazioni lunghe, dovessero seguire l'esempio dei giovani leoni della barrique e dei rotovinificatori, e formare un gruppo informale, dare segnale della loro esistenza attraverso una presa di posizione comune a difesa e tutela di un vino che, ora più che mai, corre seri pericoli.

Parlando con un paio di produttori tradizionali ho quindi lanciato l'idea di un forum, di una tavola rotonda dove esprimersi liberamente, trovando immediatamente la disponibilità di Elio Archimede, direttore di Barolo & Co., ad ospitare sulle sue colonne questo summit. Anche l'amico Andreas März, che tanto ha fatto e continua a fare con la sua rivista Merum per la salvaguardia del buon nome del vero Barolo nei Paesi di lingua tedesca, é ben felice di testimoniare questo storico incontro.

Gli entusiasmi iniziali, l'acquolina che ti prende quando sai che stai per realizzare qualcosa di importante, cui tieni molto, si stempereranno però ben presto. Mentre due produttori aderiscono immediatamente alla proposta, le risposte di altri, interpellati per comodità da uno dei due, sono addirittura raggelanti. Almeno un paio di importantissimi esponenti della Vecchia Scuola fanno sapere di non poter partecipare, perché hanno " paura di esporsi, paura delle possibili ritorsioni " delle guide e di una nota associazione con sede in Langa. Perbacco, a questi amabili barolisti d'antan non avevamo certo proposto di dare l'assalto alle " barricaie " dei colleghi modernisti, di tagliare i vigneti di Cabernet e Merlot e altri vitigni foresti che disinvoltamente alcuni colleghi immettono nel Barolo, di dichiarare guerra aperta allo Slow Food, ma semplicemente di riportare e dare pubblica eco a discorsi che ciascuno di loro, in separata sede, ripete.

Questi timori, questa inspiegabile e assurda " paura " di possibili, anche se non ben comprensibili ritorsioni, fa capire che effettivamente qualcosa non va e che il mondo del Barolo ha imboccato un circolo vizioso e non virtuoso se i produttori che ne sono stati e ne sono ancora l'emblema hanno timore di riunirsi in un gruppo, di prendere una posizione comune a difesa del loro lavoro e del buon nome delle loro aziende. Non vogliamo certo parlare di una " cupola mafiosa " e di un Totò Riina della situazione, ma di qualcosa di strano certo, di un perverso meccanismo che assegna troppa importanza a certe guide e ai loro giudizi, che condiziona e " droga " il mercato, che costringe taluni ad accettare determinati compromessi e a tacere pur di non turbare la suscettibilità di una stampa e di un'editoria che si é fatta potere e regime e che occorre tenere buona, anche se nel buio delle cantine, davanti ad un bicchiere di Barolo vero, si confessa di tenere in nessuna considerazione e di disprezzare per i suoi metodi. Colpevole omertà, certo, quella dei tradizionalisti che scelgono il silenzio, ma quant'amarezza e quale vergogna nel riscontrare che a pochi mesi dal Duemila, e con un Barolo autentico meritevole di una tutela tipo WWF, i produttori di tradizione preferiscono tacere, non formare un cartello, non aderire ad un forum, continuare ad essere emarginati dal Perrin di turno e da tutti gli altri che per interessi inconfessabili di bottega perseguono una simile strategia, piuttosto che contrapporre una voce diversa, un diverso sentire, alla " filosofia " e ai dogmi ( roba da Zdanov ! ) dominanti !

Una volta costretto a rinunciare al forum, pensai allora di proporre ad Archimede di cambiare completamente registro e desideroso di suscitare comunque un dibattito sul Barolo e sui suoi problemi, proposi di dare la parola, con un’intervista, ad un barolista new wave. Elio accettò subito ( un direttore sin troppo ben disposto ad assecondarmi direbbero alcuni… ) e dunque mi misi in caccia del personaggio da intervistare. Scelsi allora di contattare un produttore, che rispetto anche se non sempre riesco a capirne i vini, un “ due stelle “ secondo Perrin, ma soprattutto un personaggio, mani callose per il lavoro in vigna tanta umanità e buon senso, alieno dagli estremismi tipici di alcuni khomeinisti e pasdaran del Barolo nouvelle vague, ma anche questa volta la fortuna non è dalla mia parte. Il produttore scelto difatti cade da un albero di albicocche e si rompe una vertebra rimanendo immobilizzato per qualche tempo. L’umore non è di quelli giusti per affrontare un dibattito sul presente e sul futuro del Barolo, per rispondere ai precisi addebiti rivolti ai Barolo barrique – dipendenti nel mio articolo sulle degustazioni di Alba Wines Exhibition apparso su Barolo & Co di giugno, e l’intervista viene rimandata a data da destinarsi. L’impressione che riporto è che, incidente a parte, la disponibilità ad affrontare un simile confronto, a parlare con franchezza, a rispondere a precise contestazioni non dettate da alcun tipo di interesse ( non vendo né vini, né barrique, né guide, né due o tre bicchieri ), ma da una volontà di capire e di proteggere un vino che amo follemente e di cui desidero la grandezza e non il declino o la metamorfosi in altra cosa, non sia proprio enorme. Dire certe cose, riconoscere certi eccessi rispondendo ad un giornalista che non ha mai elevato alla gloria degli altari né Elio Altare né i suoi amici, capisco benissimo possa essere scomodo.

Volevo avere il conforto e il parere dei diretti interessati, prima di scrivere alcune cose che ora andrò ad esporre, ma non essendo stato possibile, mi limiterò a snocciolare osservazioni, numeri e interrogativi. Vogliamo, ad esempio, parlare un po’ dell’andamento del mercato del Barolo, delle sue prospettive future, dei prezzi dei 1995 e di quelli annunciati di alcuni 1996 e 1997 da collocare “ en primeur “ ? Se vogliamo entrare in questo tipo di discorso, cui abbiamo accennato nella nostra inchiesta sulla partecipazione delle case piemontesi al Vinexpo, dobbiamo tenere conto delle preoccupazioni di chi osserva che anche prodotti di assoluto prestigio internazionale come Barolo e Barbaresco, avendo raggiunto soglie di prezzo molto elevate e talvolta ingiustificate, che suscitano crescenti perplessità tra gli importatori, iniziano a perdere colpi, proprio adesso che con quattro grandi annate di fila il Barolo potrebbe godere di una congiuntura favorevolissima.

Chi scrive, liberale e liberista convinto, anche senza volere elevare a feticcio e a valore assoluto il mercato, non intende certo criminalizzare il vignaiolo che cerca di ricavare il più alto valore aggiunto dalla vendita dei suoi vini e di sfruttare una domanda che ha interesse a mantenere costante negli anni. Ciononostante, non posso esimermi dall’interrogarmi se i comportamenti adottati da una serie considerevole di produttori di vaglia intendano davvero conformarsi ad una strategia tesa a vendere bene senza soluzioni di continuità i Barolo di quattro grandi annate, interpretando le esigenze dei diversi mercati, o se piuttosto la “ strategia “ in atto sia quella, molto più semplice, più contadina e terra terra di portare a casa, annata dopo annata, i maggiori ricavi possibili, senza preoccuparsi troppo di costruire una coerente ed omogenea linea commerciale.

Parliamo di prezzi dunque e chiediamoci francamente, senza nasconderci dietro ad un dito, a quale delle due politiche nell’affrontare i mercati corrisponda la scelta, ( vedi notiziario Slow Food n°2 1999 ), adottata da un produttore prestigioso come Roberto Voerzio nel proporre in prenotazione en primeur un assortimento di sei bottiglie dei suoi crus La Serra, Brunate, Cerequio alla cifra di lire 630.000 ( ovvero 105.000 a " buta " ), o quella del suo collega Giorgio Rivetti, moscatista di talento da qualche tempo diventato produttore di rossi ed elevato al rango di portavoce del verbo modernista, di mettere all’incanto n°6 bottiglie dei suoi tre crus di Barbaresco 1998 ( che magari saranno vini da urlo, chissà ) a lire 540.000, che fanno la modica cifra di lire 90.000 a pezzo. Questo per citare solo i prezzi più elevati, in un’offerta en primeur di grandi rossi albesi 1997 e 1998 che vede anche Chiara Boschis dei poderi Pira di Barolo, praticare la bella somma di lire 70.000 a bottiglia per il suo Barolo 1997, uscita prevista per il 2001.

Certo, qualcuno mi dirà che questi prezzi record non sono reali, che sulle 100 o 90 mila lire una piccola percentuale, come intermediario, deve anche andare allo Slow Food ( e che nessuno si azzardi a parlare di conflitto di interessi: pubblicare guide che portano alle stelle il prestigio e il prezzo di determinati Barolo e poi venderli “ en primeur “ come servizio agli associati è una prassi al di sopra di ogni sospetto… ), e allora spostiamoci velocemente all’estero, per vedere se la Barolo fever è solo cosa italiana o se riesca a contagiare anche gli stranieri. Da un interessante servizio apparso sul numero di aprile della rivista inglese Wine & Spirit International ( pagg.29 – 30, titolo “ The growth of primeur chic “ ), ricaviamo una serie di dati che giriamo, per una valutazione attenta, a tutti gli interessati. Un importante distributore con base a Londra, The Wine Treasury, propone di acquistare en primeur, promettendone la disponibilità a gennaio del 2000 ( il che, con i vini di annata 1997 sarà francamente impossibile ) i seguenti vini, di produttori bis o tristellati secondo Jacques Perrin, a questi prezzi ( valutazione della sterlina del 4 agosto, data in cui scriviamo, a 2912 lire ) per cassa da dodici bottiglie:

Barolo Cannubi Boschis Sandrone 1996 456 sterline £.1.327.872 - £.110.600 a bottiglia
Barolo Cannubi Boschis Sandrone 1997 780 sterline £.2.271.000 - £. 189.000 a bottiglia
Barolo Le Vigne Sandrone 1996 456 sterline £. 1.327.872 - £. 110.660 a bottiglia
Barolo Le Vigne Sandrone 1996 780 sterline £. 2.271.000 - £. 189.000 a bottiglia
Barolo Brunate Roberto Voerzio 1996 528 sterline £. 1.537.500 - £. 128.000 a bottiglia
Barolo Brunate Roberto Voerzio 1997 912 sterline £. 2.655.750 - £. 221.000 a bottiglia
Barolo Cerequio Roberto Voerzio 1996 528 sterline £. 1.537.500 - £. 128.000 a bottiglia
Barolo Cerequio Roberto Voerzio 1997 912 sterline £. 2.655.750 - £. 221.000 a bottiglia
Barolo La Serra Roberto Voerzio 1996 528 sterline £. 1.537.500 – £. 128.000 a bottiglia
Barolo La Serra Roberto Voerzio 1997 912 sterline £. 2.655.750 - £. 221.000 a bottiglia
Barbaresco Gallina G. Rivetti 1996 384 sterline - £. 1.118.000 - £. 93.000 a bottiglia
Barbaresco Le Vigne G. Rivetti 1997 660 sterline - £. 1.922.000 - £. 160.000 a bottiglia
Barbaresco Starderi G. Rivetti 1996 384 sterline - £. 1.118.000 - £. 93.000 a bottiglia
Barbaresco Starderi G.Rivetti 1997 660 sterline - £. 1.922.000 - £. 160.000 a bottiglia
Barbaresco Valeirani G.Rivetti 1997 660 sterline - £. 1.922.000 - £. 160.000 a bottiglia

Di fronte a questi prezzi che definire “ stellare “ è il minimo, viene naturale fare tre osservazioni. Continuare a giudicare alti e inarrivabili i prezzi di Angelo Gaja, un produttore che è una vita e non tre sole vendemmie come Giorgio Rivetti che si occupa di Barbaresco e che il Barbaresco ha reso grande, diventa, da questo momento in poi, proibito. Le 150 – 200 sterline ( ovvero 450.000 – 600.000 lire ) con i quali le sue annate di Barbaresco cru 1989-1990 vengono battute all’asta e aggiudicate da Christie’s e da Sotheby’s diventano un prezzo economico, un wine value, per dirla in termini anglosassoni, se paragonate alle 160.000 per un Barbaresco 1997 di Rivetti, il cui valore e la cui costanza qualitativa rappresentano a tutt'oggi delle incognite. Seconda considerazione: Gaja ha tracciato la strada degli alti prezzi ( e della grande qualità ), ma i suoi imitatori lo hanno largamente superato. Terza considerazione. I prezzi “ en primeur “ dei Barolo e Barbaresco sopra citati, qualcuno potrebbe obiettare, sono gonfiati ad arte dal distributore inglese, che ricarica potentemente i prezzi praticati dai produttori. Anche ammettendo questa ipotesi come vera, visto che le 105.000 richieste da Slow Food per i cru 1997 di Roberto Voerzio diventano 221.000 lire ( ma occorre tenere conto dello svantaggioso rapporto lira – sterlina ), c’è allora da chiedersi perché i produttori diretti interessati non protestino con il rivenditore britannico, il quale praticando prezzi tanto " robusti " rischia seriamente di mettere questi vini, grandi finché si vuole, ma che per il wine connaisseur d’oltre Manica presentano il non trascurabile “ difetto “ di essere italiani e non francesi, fuori mercato. Inoltre è da appurare se sia davvero il rivenditore inglese a ritagliarsi margini notevoli, ricaricando più volte il prezzo pagato al produttore o se sia invece il vignaiolo a praticare in partenza prezzi decisamente elevati.

Cambiando l’ordine dei fattori il risultato finale comunque non cambia e si vede chiaramente come invece di praticare una politica di prezzi coerente – che funzioni e paghi sul breve periodo – non solo i produttori sopra indicati, ma anche altri loro colleghi, preferiscano adottare la tattica del “ mordi e fuggi “, aumentando in maniera sensibilissima i prezzi passando dall’annata 1994 al 1995 attualmente in commercio e poi, in prospettiva, ancora più massicciamente, passando dall’annata 1996 al 1997. Se non saranno sempre le 70 -100.000 lire, che si riscontrano nei prezzi della londinese The Wine Treasury, sicuramente non siamo molto lontani.

Interrogativo prima della buona notte: è davvero questo il modo più razionale, intelligente, costruttivo, lungimirante, di costruire e di rendere stabile e non passeggera la “ moda “, meglio, la fortuna del Barolo, di ascoltare i segnali chiari lanciati da mercati esteri conquistati dal valore e dall’immagine dei vini, ma assolutamente non disposti ( perché la concorrenza è sempre più numerosa ) ad accollarsi anno dopo anno aumenti di prezzo monstre, oppure si tratta di una politica miope, di piccolo cabotaggio e di corto respiro, da “ cash e carry “ e nulla più ?

La risposta ai posteri, meglio ai diretti interessati, ma temiamo piuttosto che la risposta più chiara, e la meno piacevole, la possano dare invece, già dal prossimo anno, i buyer internazionali e dopo di loro i consumatori degli Stati Uniti, della Germania, del Regno Unito, della Svizzera e del Giappone. Oggi a New York un Barolo di annata 1995 può essere acquistato ad un prezzo che varia dai 40 ai 125 dollari ( da 72.000 a 225.000 lire ), con una media di 65 – 70 ( 120.000 lire ) vini di Gaja a parte. Bisognerà però vedere se applicati anche oltre Oceano i prevedibili cospicui aumenti per il salto di annata, dal 1995 al 1996 e dal '96 al '97, incontreranno comprensione e consensi. La risposta, abbastanza interessata ma tutt’altro che entusiasta, data sinora dai vari mercati ai Barolo 1995 e ai loro prezzi, aumentati in molti casi nell’ordine del 20% e più rispetto ai non irresistibili 1994, non induce ad un particolare ottimismo, ma genera negli operatori più responsabili, quelli che assistono impotenti alla politica di rialzo dei prezzi delle ambiziose boutique wineries di Langa, forte preoccupazione. La paura è che il meraviglioso “ giocattolo “ Barolo possa rompersi e che furia di imitare gli Châteaux top bordolesi, i quali dopo aver portato alle stelle nelle annate 1996 e 1997 le quotazioni en primeur dei loro premier crus, sono stati costretti questa primavera a ribassare del 25% i prezzi dei loro 1998, ci si trovi costretti, tra un paio d’anni, a svendere i Barolo 1996 e 1997 rimasti invenduti per carenza di domanda. Il che non sarebbe decisamente bello né vantaggioso, né da un punto di vista puramente economico né dell’immagine. Un re dei vini è tale quando rimane se stesso e non quando per farsi accettare deve smettere il mantello di ermellino e indossare T shirt e blue jeans…

Tutti i discorsi sinora fatti, oltre a mettere in evidenza un’assenza di linee e strategie comuni del comparto produttivo, costretto a muoversi in ordine sparso, non possono che richiamare all’attenzione il grave problema irrisolto del Consorzio tutela del Barolo e del Barbaresco e dei vini albesi. Sarebbe necessario uno spazio più o meno pari a quello sinora utilizzato, per ricostruire la cronistoria di questi ultimi difficili anni, le difficoltà incontrate, tra divisioni, dimissioni, faticose ricerche di equilibri, per dare al Consorzio autorevolezza, potere, capacità di indirizzo. Non disponendo, per questa volta, di questo spazio e non intendendo buttare in alcun modo la croce addosso all’ex direttore Giancarlo Montaldo e al presidente uscente Massimo Martinelli, una bravissima persona, un appassionato vignaiolo di Langa, un grande amante del Barolo e della Bourgogne, ma non il personaggio carismatico di cui il Consorzio avrebbe avuto bisogno, ci limitiamo a prendere atto e a rammaricarci dell’impasse che ha bloccato la vita e il corretto funzionamento del Consorzio tutela in un momento tanto cruciale.

I problemi rimasti irrisolti sono numerosi, dalla difficile compatibilità tra tutela del paesaggio e l'arrivo di nuovi importanti insediamenti produttivi, alla completa formulazione delle sottozone, e le scadenze importanti alle viste, tipo la proposta di modifica del disciplinare di produzione del Barolo, la cui bozza del 24 maggio in nostro possesso continua fortunatamente a parlare di “ uve provenienti dai vigneti aventi nell’ambito aziendale la seguente composizione ampelografica: vitigno Nebbiolo 100% “ ( ma occorrerà prima o poi suscitare un dibattito senza arrières pensées sull'utilità o meno di ammettere il contributo di altre uve: siamo fermamente contrari, ma ci piacerebbe discuterne ) richiederebbero che le scelte in materia di nuovi incarichi direttivi, direttore e presidente, fossero state compiute senza esitazioni, con decisioni intelligenti e coraggiose. A tutt’oggi, se per il direttore sembra essere stato individuato il nuovo responsabile, con la nomina di un tecnico di provenienza torinese che ci auguriamo esperto, tenace e soprattutto indipendente nelle idee e nelle decisioni, per il presidente siamo ancora in alto mare e l’ipotesi di “ costringere “ un produttore di grande notorietà e indiscusso prestigio, un Angelo Gaja della situazione, ad assumersi la responsabilità del rilancio della compagine consortile, è solo una remota eventualità, una trovata…alla Ziliani.

Per la nuova carica di presidente del Consorzio da qualche tempo si parla insistentemente della possibile nomina di un importante personaggio ministeriale, membro del Comitato tutela vini Doc, Vittorio Camilla tanto per non fare nomi, scelto per riportare un minimo di ordine e di concordia in un contesto dove le divisioni e le polemiche sono purtroppo di casa. Non abbiamo sicuramente nulla da contestare circa la validità di una simile ipotetica presidenza, sempre che le voci ricorrenti corrispondano a verità, ma vorremmo sommessamente far notare come questa nomina finirebbe inevitabilmente con l’apparire all’esterno come una sorta di “ commissariamento “, come la confessione di una colpevole incapacità o carenza di volontà del mondo produttivo albese nel trovare l'accordo su un personaggio rappresentativo.

Con tutti i suoi problemi, le incerte prospettive, le sue contraddizioni e la sua grandezza non pensiamo proprio che il Barolo, i suoi uomini e il suo organismo istituzionale meritino di essere trattati alla stregua di una Doc qualsiasi, di una ASL “ sgarruppata “, di un Policlinico infestato da topi e salmonelle normalizzato dalla Rosy Bindi della situazione. Se c’è davvero del “ marcio in Barolandia “, come abbiamo provocatoriamente affermato, sperando di suscitare una reazione d’orgoglio e un dibattito vivace, che siano i diretti protagonisti, gli uomini e le donne del vino di Langa, a rimuoverlo e tagliarlo alla radice prima che sia troppo tardi e che subentri la cancrena, e non un alto funzionario ministeriale, sebbene rispettabile e piemontese di nascita.


Franco Ziliani

da Barolo & Co. - autunno 1999





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